Pubblicato da: luigivassallo | 1 maggio 2021

Chi ha ragione?

Chi ha ragione? Luigi Vassallo, pensando coi piedi

In TV opinionisti con tendenze politico-culturali diverse si accapigliano. Sui giornali, con meno clamore e urla perché manca la diretta, avviene qualcosa di simile. Una volta certe scene erano monopolio dei bar, ora sono la quotidianità della comunicazione spettacolarizzata, alla quale la pandemia ci sta abituando.

Ma è possibile che abbiano tutti ragione o qualcuno scantona e un altro si avvicina alla sostanza?

Per semplificare, la questione si riduce alla valutazione degli elementi che sembrano dar ragione all’uno o all’altro.

Ad esempio, se uno dice che qua c’è un albero e un altro dice che non c’è, si fa presto a verificare chi dei due sta sbagliando.

Ma, se uno dice che io sono italiano, un altro che io sono marito, un altro che sono padre, un altro che sono tifoso del Napoli, un altro che sono nonno, un altro che sono pensionato e così via, come si fa a stabilire chi ha ragione e chi ha torto, dal momento che io sono veramente tutte le cose di cui sopra e altro ancora?

La “colpa” è dell’ambiguità del verbo “essere” che ha sia il significato di “esistere” (a scuola ci hanno insegnato che in questo caso è un predicato verbale) sia il significato di “essere qualcosa” (sempre a scuola ci hanno insegnato che in questo caso costituisce un predicato nominale col sostantivo o aggettivo al quale è unito). Se ne era già accorto Platone.

Orbene, nel significato di “esistere” il nostro verbo discrimina tra ciò che è e ciò che non è e fonda, per così dire, un monismo assoluto, incontestabile. Ma, nel significato di “essere qualcosa”, lo stesso verbo si espone e ci espone al relativismo di più affermazioni, ognuna delle quali ha diritto a reclamare una propria verità.

Se, invece di urlare per rivendicare l’assolutezza incontestabile della nostra parziale verità, che pretendiamo unica, avessimo la pazienza di ascoltare la parziale verità dell’altro, forse potremmo ricostruire il puzzle della verità frantumata nelle sue schegge parziali. O, almeno, potremmo prendere atto che nessuno di noi la verità la possiede per intero e potremmo sperimentare il gusto di metterci a cercarla o ricostruirla insieme.

Così, da un monismo gnoseologico passeremmo (sempre per rendere omaggio a Platone) a un dualismo gnoseologico, che non intende affermare che tutte le verità sono uguali ma solo riconoscere che anche in un pezzetto di verità c’è del vero da non trascurare: insomma c’è un livello di conoscenza modesto perché si ferma a singoli aspetti e c’è un livello di conoscenza più sofisticato perché si impegna a ricostruire i singoli aspetti in un modello di complessità che riconosca il valore delle singolarità senza farle confliggere tra loro.

Quale livello di conoscenza fa per noi? È questione di nostra libera scelta? È conseguenza inevitabile della nostra storia personale?

Pubblicato da: luigivassallo | 1 maggio 2021

Qual è il tavolo vero?

Qual è il tavolo vero? Luigi Vassallo, pensando coi piedi

Vado a comprare un tavolo nuovo per la mia cucina: vedo il materiale di cui è fatto, le sue misure, il suo prezzo. Sono rozzo per questo, perché mi interesso solo di aspetti materiali? Sono più intelligente di altri, perché sto attento a quello che veramente mi serve?

Sono un fisico che studia la “materia” nei suoi termini di forza, energia, relazione tra le forze ecc. In quello stesso tavolo vedo elettroni in orbita che si scontrano o si evitano. Sono un sognatore, perché ho osato “immaginare” che il tavolo non è materia inerte ma è movimento continuo? Sono più intelligente degli altri perché “vedo” che cosa è veramente quel tavolo?

Alla fine il compratore paga il tavolo e se ne va. Il fisico torna a casa e disegna un modello interpretativo della materia. Chi è stato più utile all’economia, il compratore o il fisico? Chi è l’italiano di cui un qualsiasi demagogo politico (ovviamente coi piedi per terra e attento alla “realtà effettuale”) si vanta di voler difendere gli interessi, il compratore (venditore) o il fisico?

In fin dei conti quel tavolo ha un valore sia per il compratore (o venditore) che per il fisico. Ognuno di loro sarà contento del “suo” tavolo.

Alla fine, morranno l’uno e l’altro, ognuno forse soddisfatto di aver goduto del proprio tavolo, ognuno ignaro di cosa avranno lasciato ai loro posteri.

Chi di loro avrà contribuito maggiormente al progresso dell’umanità?

Pubblicato da: luigivassallo | 25 aprile 2021

La felicità promessa

La felicità promessa

apologo di Luigi Vassallo

Nell’anno 97 dell’Era Covid Arminio, un neuroabitatore della Ricostruzione Occidentale Post Pandemica, trafficava nella ragnatela dell’Intelligenza Artificiale della Rete Globale, nella quale era allocato per 23 ore al giorno, mentre per la restante ora aveva l’obbligo di abbandonare la sicurezza della Rete Globale e di tuffarsi nel disordine del mondo fisico, onde tornarsene redento da qualsiasi tentazione, alla vista dei traumi e dei danni che la famigerata libertà, rivendicata dai sovversivi 97 anni prima, poteva ancora procurare.

Alle ore 10 Arminio fu collocato, come ogni giorno alla stessa ora, nella Slide della Formazione, nella quale un apposito algoritmo dell’Intelligenza Artificiale della Rete Globale predisponeva in stringhe di bit gli step per la regolarizzazione e l’adeguamento dei neuroabitatori più giovani alle attese e alle funzionalità della Rete Globale.

Quel giorno l’algoritmo dell’Intelligenza Artificiale prevedeva una stringa di osservazione per mondare i neuroabitatori da infezioni suscettibili di scatenare anticorpi pluriosservanti e per riportare il funzionamento neurocerebrale all’equilibrio isostatico della monoosservazione.

Arminio, con altri neuroabitatori, fu precipitato in un software dedicato all’osservazione di una fattoria: in un tempo prestabilito con cronometraggio a ritroso avrebbero dovuto registrare quello che osservavano, riducendo l’osservazione alla sua olistica semplicità.

Ci fu chi registrò nella cache della memoria provvisoria un cane, chi un ruscello, chi un albero, chi delle foglie a terra, chi un casolare, chi il fumo di un comignolo. Le registrazioni furono tutte accolte da un bip di approvazione dalla cache della memoria e da una spunta di colore verde che si materializzò nel cervello degli osservatori.

Uno solo, però, registrò la seguente osservazione: “Dal comignolo di un casolare esce del fumo, segno che è accesa una stufa; deve essere autunno oppure c’è un forte vento, perché a terra ci sono foglie cadute dall’albero; il cane si avvicina al ruscello, forse per bere o forse in cerca di qualcosa da mangiare”.

Quest’osservazione provocò nella cache di memoria un prolungato bip di disapprovazione, mentre nel cervello dell’osservatore difettoso si materializzava un segnale di grave pericolo con la scritta “Errore di sistema. Sono stati costruiti rapporti di causa-effetto tra gli elementi osservati, che inficiano l’individualità olistica da osservare e sono suscettibili di riesumare connessioni neuroniche bandite dalla Rete Globale”. L’Intelligenza Artificiale elaborò all’stante un percorso di ripristino delle funzionalità attese nell’osservatore difettoso.

Quando venne l’ora di uscita obbligatoria, Arminio si tuffò spaurito e controvoglia nel mondo fisico. Vide un gruppo di aitanti giovanotti che portavano al braccio destro una fascia su cui era ricamata la scritta “Custodi della Verità”. Erano indaffarati a buttare in un fuoco improvvisato mucchi di libri che avevano raccattato in uno dei loro giri quotidiani in biblioteche e librerie, purtroppo ancora numerose, in cui giacevano ora che nessuno più poteva leggerli.

Una folata di vento fece giungere fino ad Arminio un frammento di una pagina bruciacchiata. C’era scritto “Noi non abitiamo il mondo, ma solo la nostra idea del mondo”.

Arminio, come tutti i neuroabitatori, era stato addestrato a compitare messaggi scritti ma a capire solo quelli che venivano metabolizzati da algoritmi dell’Intelligenza Artificiale. Perciò non capì il senso di ciò che aveva compitato ma si ricordò che suo nonno, quando non capiva quello che leggeva in un libro o su un giornale oppure voleva conoscerne l’autore, avviava una ricerca per una misteriosa via che chiamava internet.

Arminio, però, non sapeva dove rintracciare questa misteriosa e favolosa via, chiamata internet. E poi, per sua fortuna, l’ora obbligatoria di permanenza nel mondo fisico era scaduta e poteva tornarsene nel tranquillo nido della Rete Globale a godersi la porzione di felicità a lui riservata.

Pubblicato da: luigivassallo | 28 marzo 2021

Ho fatto anche questo

Ho fatto anche questo

Ho ritrovato un dattiloscritto di 30 – 40 anni fa. È il racconto di un periodo della mia vita, ormai lontano nel tempo, come sono lontane (perché non più esistenti) alcune persone o organizzazioni citate. Lo pubblico ora perché forse può indicare ancora un orizzonte, per chi ne abbia voglia, per traguardare questi nostri tempi che rischiano di colorarsi sempre più di buia rassegnazione. E poi quel giovane protagonista di questo racconto, che aveva il mio stesso nome e cognome, a me vecchio fa tanta simpatia.

A sinistra non ci sono nato. I miei genitori erano indifferenti alla politica, con la quale venivano a contatto solo quando qualche parente più importante veniva a consigliarli per chi votare. Un don Milani intransigente, forse, direbbe che erano qualunquisti se non addirittura fascisti. Io capisco ora che, quando – come mio padre – si lavora per sei mesi l’anno fuori casa e sotto Natale si comincia a stare in ansia se non si è già stati ingaggiati per la nuova stagione e quando – come mia madre – bisogna gestire al centesimo il bilancio familiare e il cenone di Natale lo si può comprare solo a rate, il tempo e la capacità per la politica forse non ci sono proprio.

I miei genitori, credo, hanno votato per la prima volta a sinistra quando io mi sono trovato coinvolto in una campagna elettorale. Per loro ormai “stare a sinistra” significava solo continuare a voler bene al proprio figlio nonostante tutto. Quanto a me mi sono scoperto di sinistra quando mi ero ormai liberato del bisogno e non avevo più ragioni economiche per sentirmi dalla parte degli operai.

A sinistra ci sono arrivato per una strada imprevista.

Dapprima gli stimoli di alcuni sacerdoti (e alcuni di essi erano sinceramente anticomunisti) a riflettere sul messaggio cristiano e ancora l’esempio di altri credenti (spesso ideologicamente lontani da quello che per loro era il comunismo) a vivere coerentemente col messaggio cristiano mi inclinarono alla scoperta dei “poveri” come cartina di tornasole di un cristianesimo vissuto autenticamente.

Sul finire degli anni Sessanta ebbi la fortuna di vivere esperienze che hanno inciso profondamente sulla maturazione della mia concezione della vita e del mondo. Mi trovai, quasi per caso, nelle ACLI proprio negli anni in cui a livello nazionale – le ACLI maturavano l’ipotesi di una scelta socialista che avrebbe provocato il pesante intervento della gerarchia ecclesiastica.

Ero entrato a Nola in un Circolo ACLI senza capire molto di questa mia iscrizione e dopo un po’ mi ritrovai, con Mimmo Alfano, Gennaro Vecchione, Michele De Blasio, mio fratello Pino, a discutere di classe operaia, scelta socialista, fine del collateralismo con la Democrazia Cristiana. E, se questi erano temi troppo grandi per noi, sul piano locale Filippo Napolitano (che certamente non era “comunista”) mi insegnava coi fatti a stare sempre dalla parte dei più deboli.

E così conobbi anche gli operai, e non avevo ancora letto Marx! Prima quelli della Vetreria Masullo, poi quelli della Vetreria Cerasuolo. E li conobbi, gli uni e gli altri, quando le fabbriche stavano per chiudere.

L’impatto con gli operai della Masullo fu una scossa salutare. Quando andai con un prete a portare agli operai, che occupavano la fabbrica già chiusa dal padrone, il frutto di una nostra colletta, sentii che vacillava la frontiera che mi avevano insegnato a presidiare tra noi e i comunisti. Quella sera ciascuno a modo suo – noi e i comunisti – testimoniavamo solidarietà agli stessi operai. Chi di noi stava con Dio?

A nome delle ACLI parlai da un palco con rappresentanti della CGIL e del PCI in favore degli operai, ma a differenza degli altri – feci appello al “fratello Masullo” perché ricostruisse, riaprendo la fabbrica, la comunione con gli operai. Un appello ingenuo, frutto della diversità delle ACLI rispetto alle altre organizzazioni schierate con gli operai. Eppure in quell’appello – lo capisco ora – sta tutta la diversità della mia scelta a sinistra.

Quando in seguito ho letto Marx, ne ho fatto mio lo sforzo di ricostruire l’unità dell’uomo che l’organizzazione capitalistica ha spezzato in due alienati: l’operaio che, per sopravvivere, prostituisce la sua essenza umana ossia la sua capacità di lavoro e il padrone che si appropria la capacità di lavoro altrui senza esprimerne una propria. Detto in linguaggio marxiano, il lavoro che è l’essenza dell’uomo, si riduce nell’operaio a mezzo per soddisfare i propri bisogni e viene acquistato dal padrone, la cui essenza umana, quindi, non è altro che l’essenza umana alienata dell’operaio.

Con gli operai della Cerasuolo ci stetti con più maturità. Allora noi delle ACLI anticipammo la CGIL. Non ci limitammo a testimoniare la nostra solidarietà, ma organizzammo anche l’occupazione della fabbrica per evitare che il padrone potesse vendere di soppiatto la merce prodotta e i macchinari. E, sotto la guida di Michele Franco, giovane avvocato del nostro Circolo ACLI, ci impegnammo in una lunga vertenza sindacale al fianco della CGIL, avanzando tra l’altro l’ipotesi di una cooperativa. Ma alla fine gli operai, uno alla volta, accettarono la liquidazione e la lotta finì. Non ci avevano capiti o noi non li avevamo capiti, eppure in tanti si iscrissero alle ACLI.

Tempo dopo – conquistata con Mimmo Alfano la presidenza del Circolo ACLI (e fu una specie di parricidio nei riguardi di Filippo Napolitano, che ci aveva avviati alla politica sindacale) – noi “giovani” diffondemmo un documento col quale, denunciata l’incapacità della Democrazia Cristiana di rompere col clientelismo e di valorizzare le risorse produttive di Nola, invitavamo la popolazione a votare per il PSI e per il PCI alle elezioni comunali. Era il 1974.

La risposta del potere demo cristiano non si fece attendere. Il Circolo ACLI fu commissariato dal presidente provinciale, mentre la DC nolana, con un pacchetto di tessere acquistate in violazione dello statuto ACLI sul tesseramento, riusciva a riprendere il controllo del Circolo e, progressivamente, ad emarginarlo dalla scena politico-amministrativa della città, sulla quale l’avevamo faticosamente imposto.

In quell’anno ci furono altre repressioni. I sacerdoti della diocesi di Nola che nel referendum per il divorzio si erano pronunciati a favore del divorzio o, meglio, a favore della libertà altrui di divorziare, furono privati dal vescovo dell’insegnamento della religione, che per alcuni di loro era l’unico sostentamento economico. A don Pierino fu vietato di continuare a stampare Nuove Prospettive, un periodico che raccoglieva sacerdoti, credenti e personalità laiche in un impegno di dialogo e di riflessione guardato con sospetto dal potere politico e dalla curia nolana. A don Luigi De Riggi fu vietato di essere ancora il direttore responsabile di Nuove Prospettive.

Riuscimmo lo stesso a farne un ultimo numero, stampandolo in una tipografia e senza direttore responsabile. Ma ormai il nodo da sciogliere per me era questo: era ancora conciliabile la mia fede cristiana con la chiesa nolana, che perseguitava i preti non allineati e continuava ad essere connivente con una DC sempre più irredimibile? Ed era sufficiente l’impegno della denuncia, della solidarietà, della preghiera senza scendere sul terreno infido della lotta politica tra i partiti e nei partiti?

La mia brevissima esperienza nella DC (iscritto da giovanissimo da qualcuno, quando non avevo neanche i soldi per pagarmi la tessera ma avevo tanti ideali da illudermi e tanta cocciutaggine da voler fare battaglie in difesa di una purezza e autenticità della Democrazia Cristiana) era ormai dimenticata. L’esperienza delle ACLI, i campi di lavoro a Nola e altrove (che avevano raccolto centinaia di giovani generosi nella fatica comune fatta per gli altri, prefigurando una comunità diversa da quella che la DC era intenzionata a tenere in piedi), le riflessioni teologiche guidata da giovani sacerdoti sull’eucaristia non come rito ma come memoria sovversiva, le ingiustizie e le violenze compiute sui deboli che cominciavano a sfiorarmi, tutto questo premeva per uno sbocco coerente e netto. E così mi trovai decisamente a sinistra.

Nel 1972 avevo votato per Il Manifesto, ma c’era di mezzo la libertà di Valpreda ed era stata una scelta istintiva, forse emotiva. Nel 1974 capivo la mia maturazione a sinistra come sbocco naturale (così allora la sentivo) della ricerca di un cristianesimo autentico.

Del resto anche Marx scopre la classe operaia quando si sforza – per via intellettuale – di inverare la filosofia hegeliana. Gli operai (la condizione operaia) li conoscerà successivamente tramite Engels (che, per conto suo, era un dirigente di fabbrica). La riflessione scientifica sul capitalismo e sulla sua fine Marx l’avvierà quando alla sua intuizione intellettuale (e forse alle sue aspirazioni etiche) vorrà fornire strumenti concreti per distinguerla dalle utopie di altri socialisti e comunisti.

Non entrai nel PCI, forse per la mia antica educazione anticomunista, forse perché – da eretico della Chiesa cattolica – diffidavo delle grandi organizzazioni centralizzate, forse perché anche il PCI di Nola non brillava particolarmente nel cogliere e valorizzare i segni nuovi nel panorama della città. Ricordo che anni prima – ancora ragazzi – avevamo preparato dei cartelloni sulla guerra e li avevamo esposti in piazza Duomo per provocare la discussione tra la gente. Tutto quello che qualcuno del PCI di Nola seppe dirci è che non eravamo stati capaci di distinguere tra URSS e USA.

Incontrai ex militanti del PCI (Agostino Cassese, Luigi Malferà, Pasquale Tarantino, poi Pietro Ciccone e Peppe Bruno) e con loro e con altri ex ACLI (ad esempio Michele De Blasio) e poi ex PSI (Salvatore Esposito, Michele Devastato) e altri giovani senza partito (mia moglie Carmen, mio fratello Pino, Nicola Balzano, qualche altro ragazzo o ragazza del movimento studentesco) diedi vita al PdUP e, per un po’, mi ritrovai ad essere visto come eretico sia dalla Chiesa cattolica (perché credevo nel Cristo dei poveri qui in terra) che dal PCI (perché sognavo il comunismo senza compromessi con la DC).

Non riuscimmo ad essere nemmeno in venti, noi del PdUP, eppure per sei anni ci demmo da fare a Nola e nel Nolano, suscitando interesse tra gli studenti, imponendoci all’attenzione della città (con la caparbietà dei nostri da-ze-bao, dei nostri volantini, dei nostri giornalini ciclostilati, della nostra diffusione del Manifesto, dei nostri comizi), provocando anche le minacce dei fascisti del Fronte della Gioventù.

C’era molto attivismo volontaristico, anche con qualche venatura sentimentale (penso ai volantinaggi alle cinque del mattino davanti all’Alfa Sud a Pomigliano), ma non era spontaneismo né infantilismo. Non a caso non riuscimmo mai a legare con quelli di Autonomia Operaia e non solo per il discorso sulla violenza.

Quello che evitò che – benché in pochi – ci comportassimo da gruppuscolo fu la convinzione che, per trasformare la società, occorrono movimenti di massa autonomi e l’unità articolata dei partiti di sinistra. Col PCI non eravamo d’accordo sul compromesso storico, non solo a Nola (dove l’anima buona della DC non sono mai riuscito a scorgerla) ma in generale, perché il compromesso storico legittimava in blocco la DC agli occhi degli elettori e ne ritardava il salasso salutare che avrebbe potuto liberare le forze interne alla DC, magari moderate, non conniventi con la logica del clientelismo, con la camorra e con la mafia.

Ci impegnammo a costruire movimenti di massa: con scarsa fortuna tra i disoccupati, tra i quali faceva facilmente breccia la gestione clientelare dei cantieri-scuola; con discreto successo tra gli studenti, finché il PCI commise l’errore, a mio avviso, di non dare al movimento il tempo di crescere in autonomia, per la fretta di accalappiarsene in fretta i leader: accadde così che un giovanissimo Gianfranco Nappi, cooptato dal PCI, crescesse come militante comunista (fino ad essere eletto deputato) mentre il movimento si atrofizzava.

Lavorammo con successo a un discorso unitario con PCI e PSI per le elezioni nel Distretto Scolastico, ma anche in questo caso le intuizioni e i suggerimenti, che potevamo mettere in campo con le nostre poche forze, avrebbero dovuto essere coltivati diversamente da partiti con più storia e risorse del nostro.

Significammo, ad ogni modo, qualcosa nel dibattito politico-sociale a Nola, anche se scoprimmo con angoscia che Nola è molto più vasta della sua piazza e sperimentammo l’insufficienza dei mezzi tradizionali di propaganda politica, anche se piazza Duomo si riempiva di ascoltatori ai nostri comizi come una volta sotto un sole cocente quando portammo a parlare a Nola Luciana Castellina.

Nel 1980 la nostra avventura finì. Con una sconfitta alle elezioni comunali, dal momento che con poco più di trecento voti non riuscimmo a raggiungere il quorum. Oppure con una vittoria, dal momento che dai palchi elettorali riuscimmo a dire senza rinnegare il nostro impegno unitario a sinistra quello che il PCI non diceva e riuscimmo a convincere poco più di trecento elettori che il vecchio della favola cinese, che pretendeva di buttare giù la montagna col piccone per fare posto al sole, non era pazzo se i suoi figli e i figli dei suoi figli e i loro figli ancora fossero stati disposti a fare come lui.

Il PdUP nolano si sciolse, un po’ perché i suoi membri partivano per lavoro in altre Regioni, un po’ perché alcuni di noi si erano convinti che anche a livello nazionale il PdUP come partito non aveva più storia e che prima o poi Lucio Magri ci avrebbe portato per mano nel PCI. E noi nel PCI – se proprio bisognava – volevamo entrarci con le nostre gambe.

Il PdUP a livello nazionale si è ufficialmente sciolto confluendo nel PCI il 29 novembre 1984 o, almeno, la sera di quel giorno ne ho avuto notizia dalla TV. Era il mio compleanno. Ho pianto davanti al televisore e ho saldato il mio debito con tutta la carica sentimentale e tutto il patrimonio ideale che mi hanno portato a sinistra.

La mia generazione ha visto andare in frantumi molti miti, eppure in non pochi di noi è rimasta la voglia di lottare, magari con ironia e autoironia, per una società più giusta. Non a caso a Nola il movimento per la pace, dopo la fine del PdUP, ha avuto tra i suoi animatori persone che si sono sempre esposte ed hanno sempre pagato (nella Chiesa, nelle ACLI, in Nuove Prospettive, nello stesso PCI) per una società più giusta ed umana.

Nel 1985 mi sono schierato col PCI e sono stato candidato al Consiglio Comunale di Nola come indipendente nelle liste del PCI: abbiamo perso lo stesso oppure abbiamo vinto allo stesso modo, secondo i punti di vista.

In realtà, sono stato eletto nel Consiglio Comunale ma non ci sono mai entrato. Mi sono dimesso subito dopo l’elezione. Ormai vivevo in Liguria, lavorando come preside. E come preside ho riconvertito il mio impegno politico da quello con i partiti e tra i partiti in quello istituzionale e costituzionale, tentando di costruire una scuola di tutti e per tutti, incoraggiando gli insegnanti che (a prescindere dal proprio orientamento politico) credevano nel valore della scuola e tentando di arginare gli altri che (a prescindere dal proprio orientamento politico) della scuola apprezzavano soprattutto, se non solo, lo stipendio sicuro e i ritmi di lavoro contenuti.

…….

E oggi? Oggi sono in pensione da un po’ di anni. Alcuni amici e compagni di avventura politica sono morti. Organizzazioni e Stati che hanno fatto parte del mio orizzonte politico non esistono più: si è dissolta l’URSS, è crollato il sistema sovietico con i suoi satelliti, il comunismo realizzato ha certificato il suo fallimento, sono scomparsi in Italia i grandi partiti come la DC e il PCI, la gloibalizzazione ha brutalmente messo sotto gli occhi di tutti nuove forme di sfruttamento e di divisione dell’umanità tra ricchi e poveri, il COVID si è scatenato come una tempesta sulla storia umana, anche se pochi la stanno affrontando nei loro transatlantici e molti hanno solo zattere per tentare di restare a galla.

Ma intanto restano ancora vive le ragioni che da giovane mi avevano spinto a sognare con tanti altri un mondo diverso: il padrone ha cambiato aspetto e abbigliamento ma sa ancora 1000 parole, l’operaio ha perso molti dei diritti conquistati con la lotta e sa ancora solo 100 parole….

Tutto inutile allora quello in cui ho creduto? Il Sessantotto, le lotte operaie, le marce contro la guerra in Vietnam, la solidarietà con gli ultimi, gli insegnamenti del Concilio Vaticano II, la scuola di don Milani e prima ancora la Resistenza e poi la militanza in un partito politico contro la DC, contro il clientelismo, contro le mafie?

Ora che sono sul viale del tramonto posso solo ripetere i versi composti da Renata Viganò mentre era in corso la Resistenza italiana:

Ma io vorrei morire anche stasera
e che voi tutti moriste
col viso nella paglia marcia
se dovessi un giorno pensare
che tutto questo fu fatto per niente.

E mi concedo di sognare che qualcuno dei nuovi giovani raccolga il testimone che è caduto dalle mani alla mia generazione, qualcuno di quei giovani (bambini, ragazzi, adolescenti) che le decisioni di adulti, non sempre lungimiranti, sulla pandemia hanno di fatto condannato all’invisibilità, espellendoli dai luoghi della socializzazione, a cominciare dalla scuola. Magari tra questi giovani, che riprenderanno a insegnare al mondo degli adulti il coraggio e il diritto di sognare di lanciare il cuore al di là dell’ostacolo, ci sarà anche qualcuno dei miei nipoti.

Pubblicato da: luigivassallo | 28 marzo 2021

Risveglio

Risveglio

Luigi Vassallo, 1975

Spruzzi di onde che schiaffeggiano

il pallido azzurro di un cielo svogliato.

Gocce di sale che bruciano

le pupille assonnate di un’aurora riluttante.

Il vento scompiglia la sabbia addormentata.

Pubblicato da: luigivassallo | 28 marzo 2021

Silenzio d’attesa

Silenzio d’attesa

Luigi Vassallo, 1975

Silenzio d’attesa

dell’altro

di un suono

ciascuno curioso

nell’ombra si sfiorano

fracassi di colori

girandole ancora di suoni.

Pubblicato da: luigivassallo | 28 marzo 2021

Vorrei raccogliere

Vorrei raccogliere

Luigi Vassallo, 1973

Vorrei raccogliere

tutti i grumi della mia amarezza

ed affidarli a questo vento

che sibila freddo

e mi schiaffeggia l’anima e le vene.

Furioso contro gli scogli li frantumerebbe

e li annegherebbe nelle onde

che rimbalzano violente a Mergellina.

Che strano questo raggio di sole

che filtra per l’aria inzuppata di veleni.

Pubblicato da: luigivassallo | 28 marzo 2021

La tentazione di Cristo

La tentazione di Cristo

Luigi Vassallo, 1970

Cammino per strade  deserte

Cercando l’uomo quaggiù,

Intorno non ho che fantasmi

Di un mondo che non c’è più.

Nel cuore sento una stretta,

Tristezza di essere solo.

Negli occhi una fiamma cocente

E ancora la forza di andare.

Le forze vengono meno,

Si è insinua un dubbio nel cuore,

La voglia di smettere tutto

E di tornare normale.

Ma il povero che mi sta accanto,

Gli occhi di un bimbo che muore,

Un soldato che si dispera laggiù

Mi danno il coraggio di andare.

Pubblicato da: luigivassallo | 28 marzo 2021

Li ho visti

Li ho visti

Luigi Vassallo, settembre 1973, uccisione di Salvador Allende e dittatura militare in Cile

Li ho visti vomitare veleno sui fiori.

Li ho visti sputare rabbia contro il cielo.

Li ho visti spruzzare ruggine nel mare.

Li ho visti spargere scheletri al vento.

Li ho visti e ho sorriso.

Li ho visti correre sui monti

e il cuore gli scoppiava

e gli occhi sussultavano

in frammenti di delirio.

Li ho visti scagliare sassi al sole.

Li ho visti affogare stelle nei fiumi.

Li ho visto smaniare nelle tenebre.

Li ho visti rotolarsi nella notte.

Li ho visti e ho sorriso.

Hanno finito il banchetto,

restano ubriachi di sangue.

Accendono una fiaccola spenta

e s’affannano a contare i fantasmi.

Li ho visti…

E’ tardi, mi alzo per sempre.

Li vedo storditi, febbricitanti

nei loro trionfi…

E il vento ha ripreso a soffiare

e spazza la ruggine dal mare.

Il sole s’è messo a sputare

le pieghe di un buio in agguato.

Il cielo ritrova le stelle.

I fiori si sono guariti…

Li vedo e sorrido.

Pubblicato da: luigivassallo | 28 marzo 2021

Imparare ad ascoltare

Imparare ad ascoltare

di Luigi Vassallo

ASCOLTARE. Non è ascoltare lasciarsi cullare o lusingare dalle parole di chi ripete gli stessi concetti, le stesse paure, le stesse speranze che ho io. Un ascolto del genere è più che altro un rito identitario che, nel rosario di litanie comuni, mi conferma e mi rassicura come appartenente a quella tribù.

E non è ascoltare recitare la parte del democratico tollerante che lascia esprimere a chi la pensa diversamente tutto quello che lo separa da lui e intanto, mentre dà l’impressione di ascoltare (e magari se ne vanta), si prepara a rispondere punto su punto. Un ascolto del genere è anch’esso un rito identitario, che rafforza la mia appartenenza, non elle litanie comuni ma, in questo caso, nella reificazione del diverso nella sua diversità che ribadisco a me estranea.

ASCOLTARE, al contrario, richiede la disponibilità a due operazioni, faticose e non banali.

Anzitutto occorre comprendere le parole dell’altro, ossia ricostruirle correttamente nella loro semantica performativa cioè in ciò che significano oggettivamente all’interno dello specifico codice linguistico usato, ma soprattutto nel peso valoriale ed esistenziale che esse hanno per colui che le pronuncia. E qui viene a mente la dialettica saussuriana “langue – parole”, dove la “parole” è l’utilizzo che un dato individuo fa della “langue” comune, piegandola ai propri bisogni di comunicazione: questo, ovviamente, non ha niente a che fare con gli errori di grammatica, sintassi o semantica che certuni fanno, violentando la risorsa comune della “langue”.

L’altra operazione, faticosa e non banale, che deve compiere chi vuole praticare un ascolto autentico e non rituale o formale, è “auscultare”, dietro le parole pronunciate dall’altro, il vissuto interiore dell’altro, la sua storia personale che lo porta a non poter fare a meno di pronunciare le parole che pronuncia.

Con la prima operazione chi vuole ascoltare entra etimologicamente in “simpatia” col bagaglio linguistico e culturale dell’altro, cioè lo comprende nella sua dimensione statica (nel suo presente, come è oggi) e nella sua genesi dinamica (nella sua storia, nella sua evoluzione): insomma lo fa proprio, non travisandolo nel proprio bagaglio culturale e linguistico, bensì ricostruendo il bagaglio culturale e linguistico dell’altro. In altre parolem fa dire all’altro quello che l’altro veramente dice e vuole dire o crede di dire.

Con la seconda operazione l’ascoltatore autentico pratica etimologicamente un'”empatia”, si cala cioè nei panni dell’altro, sente come sue le intenzioni, le paure, le speranze dell’altro. Tutto questo, però, senza annullare il propro mondo interiore e senza lasciarsi incantare o plagiare dal mondo interiore dell’altro.

Al contrario l’ascotatore autentico pratica un autentico dialogo, cioè attraversa il mare del “logos” per approdare alla sponda dove l’altro ha piantato la sua tenda e poi ritornare alla propria sponda, arricchito dall’esperienza dell’attraversamento, come un novello Odisseo che, dopo aver conosciuto le tempeste del mare, le città degli uomini, i dolori e le speranze suoi e degli altri, torna alla sua Itaca dove i suoi cari faticheranno a riconoscerlo e solo un cane, vecchio e moribondo, capace di annusare la vita senza ubriacarsi di sovrastrutture ideologiche, riconoscerà a prima vista.

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