Pubblicato da: luigivassallo | 9 febbraio 2019

Luigi Vassallo, Appunti di letteratura e cultura greca – Età attica

  1. La democrazia ateniese

La democrazia ateniese del V secolo a.C. è il punto d’arrivo di un lungo processo storico.

  • 621 a.C.: l’arconte Dracone mette per la prima volta per iscritto le leggi, sottraendole così all’arbitrio dell’aristocrazia che fino ad allora aveva amministrato la giustizia secondo norme consuetudinarie trasmesse oralmente. Le leggi di Dracone, tuttavia, tutelavano soprattutto le proprietà dei ricchi, anche con pene severissime come la morte.
  • 594: l’arconte Solone avvia riforme per ridurre il rischio di una guerra civile tra ricchi e poveri. Abolisce la schiavitù per debiti cioè il fatto che chi non potesse pagare un debito diventava schiavo del creditore; la legge, avendo valore retroattivo, restituì la libertà a tutti gli schiavi per debiti. Per l’esercizio dei diritti e doveri politici sostituì al principio della nobiltà per nascita quello della ricchezza, dividendo la popolazione in 4 classi sociali in base al reddito agricolo. Le alte cariche erano riservate alle prime due classi; quelli della terza classe potevano accedere solo alla magistratura degli Undici, che aveva compiti di polizia quelli che avevano poco o nessun reddito non accedevano a nessuna carica. I contributi finanziari in caso di necessità erano dovuti solo dalle prime tre classi in proporzione al reddito. tutte le classi partecipavano all’ecclesìa (assemblea), che deliberava le leggi e eleggeva le magistrature, e all’elièa, che era il tribunale popolare.
  • 546: Pisistrato instaura la tirannide nel clima del conflitto sociale tra aristocratici (che erano grandi proprietari terrieri  nelle terre di pianura, più fertili), contadini (che erano piccoli proprietari terrieri in zone interne, meno fertili) e commercianti e artigiani (stanziati lungo la costa). Pisistrato aveva l’appoggio di contadini, commercianti e artigiani, che compensò istituendo “giudici di villaggio” contro le proprietà degli aristocratici e sviluppando una politica estera attiva a favore della classe mercantile.
  • 508: l’arconte Clistene riforma le istituzioni in base al principio che tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge. Al principio della nobiltà di nascita e a quello della ricchezza sostituisce il principio territoriale in modo che le 10 tribù, tra le quali era distribuito il territorio dell’Attica, fossero composte ognuna di città, costa e interno e, quindi, raccogliessero ognuna contadini, mercanti e aristocratici, eliminando i blocchi di interessi contrapposti delle classi sociali. Restavano esclusi da qualsiasi diritto le donne, gli schiavi e i meteci (cioè gli immigrati che venivano a lavorare in Atene). Tutti i cittadini maschi liberi in età adulta avevano il diritto di partecipare all’ecclesìa e all’elièa. Tra essi ogni anno in ogni tribù venivano sorteggiati 50 che andavano a costituire la bulè (il Consiglio dei 500), con compiti di organizzazione del lavoro legislativo. Ogni anno l’ecclesìa eleggeva 10 strateghi (per le questioni militari) e 10 arconti che si dividevano i compiti di governo: ogni tribù eleggeva uno stratega e un arconte. Siccome le cariche erano gratuite, di fatto l’accesso era possibile solo ai ricchi. Ogni tribù doveva fornire un contingente militare per la difesa comune. Per evitare il pericolo di future tirannidi fu introdotto l’ostracismo (forse proprio da Clistene): ogni anno nell’ecclesìa i cittadini su un pezzo di coccio (che in greco si dice “ostrakon”) scrivevano il nome di chi temessero come pericolo per la democrazia; se un nome raggiungeva almeno seimila indicazioni, quel cittadino era mandato in esilio per 10 anni.
  • Il ruolo di Atene nelle guerre persiane e il suo impegno in difesa della libertà di tutti Greci fecero crescere la fama di Atene e la sua influenza su molte altre città,  che si concretizzò in un imperialismo ateniese, che sfociò nella guerra del Peloponneso tra Sparta e Atene e  i loro alleati. Nel V secolo Atene primeggia per ricchezza, cultura e sviluppo delle arti e diviene un centro che attrae artisti e intellettuali da tutto il mondo greco.
  • In questo periodo emergono Efialte e Pericle, che, pur essendo nobili di nascita (come i riformatori precedenti), riformano la democrazia ateniese in senso più radicale Efialte riforma l’Areopago, massimo organo giudiziario che prima era controllato dagli aristocratici in quanto ne entravano a far parte gli arconti finito il loro mandato: Efialte assegna i poteri dell’Areopago alla Bulè, all’Ecclesìa e all’Elièa. Pericle fa retribuire le cariche pubbliche, consentendone di fatto l’accesso anche a chi non era ricco, e limita la cittadinanza (con i diritti e i doveri politici) solo ai cittadini ateniesi nati da genitori entrambi  ateniesi di nascita e liberi. Ovviamente, anche nella sua versione più avanzata, la democrazia ateniese continua ad escludere donne, schiavi e immigrati.

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Pubblicato da: luigivassallo | 30 novembre 2018

CONGEDO

CONGEDO

A 60 anni gli Spartani smettevano di partecipare ai quotidiani pranzi pubblici in comune con gli altri, partecipazione che aveva un forte significato politico nel senso della trasparenza della propria condotta personale (perché tutti potevano vedere quello che ognuno mangiava) e dell’appartenenza a una comunità con i suoi valori e i suoi riti.

Il 29 novembre 2018 ho compiuto 70 anni e, concedendomi una proroga di dieci anni rispetto agli Spartani, penso di aver raggiunto l’età per lasciare la dimensione pubblica a chi ha più energie di me. Continua a leggere…

Pubblicato da: luigivassallo | 27 luglio 2018

Il miracolo economico in Italia

Il miracolo economico

Nel decennio 1951 – 1961 si realizzò in Italia un vigoroso sviluppo industriale che cambiò la distribuzione della popolazione occupata nei vari settori di lavoro: se nel 1951 gli occupati nell’agricoltura risultavano il 45% contro il 30% nell’industria e il 25% nel commercio e nei servizi, nel 1961 il rapporto tra agricoltura e industria risultava completamento ribaltato, col 40% di occupati nell’industria (soprattutto nel triangolo industriale Torino-Milano-Genova) e il 29% nell’agricoltura. Questa modernizzazione dell’economia italiana fu definita proprio per la sua rapidità miracolo economico, ma il miracolo non fu solo rapido, fu anche caotico e squilibrato, in assenza di una programmazione economica generale da parte del Governo. Il Governo puntò infatti prevalentemente, in particolare attraverso l’IRI, sul sostegno alle industrie private, subendo anche le critiche degli USA per come venivano gestiti i fondi del Piano Marshall, che, secondo le intenzioni dei proponenti (cioè gli USA), avrebbero dovuto servire alla modernizzazione complessiva dei Paesi dell’area occidentale in modo da allargare il mercato capitalistico e di procurare vantaggi non solo ai Paesi usciti distrutti dalla seconda guerra mondiale ma anche alle industrie dei Paesi vincitori che avevano bisogno di riconvertirsi da industrie belliche a industrie per il consumo di massa.. Continua a leggere…

Pubblicato da: luigivassallo | 27 luglio 2018

Contributo per orientarsi sulla Questione Meridionale

Luigi Vassallo, Un contributo per orientarsi sulla Questione Meridionale

 

Quadro economico-sociale in Italia dopo l’Unità

  1. Agricoltura

Tra il 1861 e il 1875 l’Agricoltura contribuisce al Prodotto Lordo Nazionale per il 57,6%, l’Industria per il 18,91%, il Terziario per il 23,5%.

L’agricoltura non è la stessa in tutta Italia:

  • Zone montane (Alpi e Appennino). Magre risorse agricole e pastorali insufficienti per la popolazione impiegata nei campi, che è costretta a integrare con l’emigrazione (stagionale o duratura).
  • Tra le Alpi e la pianura. In Piemonte c’è la piccola proprietà contadina, in Veneto l’affitto o la mezzadria, in Lombardia contratti misti. La produzione è quasi tutta consumata dai coltivatori. Fa eccezione la produzione di bozzoli da seta che è finalizzata alla vendita.
  • Nella pianura padana. Prospera la grande azienda capitalistica sul modello della “cascina lombarda”: un fittavolo imprenditore dispone di capitali con i quali assume i lavoranti e acquista bestiame; i lavoranti si dividono tra specializzati (per la produzione dei derivati dal latte e per l’allevamento) e braccianti; la produzione  (cereali, lino, canapa, prodotti zootecnici) è riservata alla vendita; si praticano irrigazioni, bonifiche, utilizzo dell’abbondante concime animale.
  • Nell’Italia centrale (Toscana, Marche, Umbria, parte dell’Emilia). Predomina la mezzadria: la metà del prodotto (quota padronale) è riservata alla vendita; talvolta il mezzadro scambia col padrone la sua quota di olio e vino per integrare quella di cereali per i bisogni alimentari della propria famiglia.
  • Latifondo meridionale e Agro romano. Coltura estensiva con rotazioni di campi lasciati a pascolo per ovini bradi; i contadini sono braccianti che non risiedono sui campi ma in nuclei urbani dai quali partono all’alba e ai quali fanno ritorno al tramonto; i proprietari (nobili o ecclesiastici) non sono interessati ad aumentare la produzione ma preferiscono fittare le terre a intermediari che a loro volta si accontentano di riscuotere rendite.
  • Zone meridionali con colture arboree specializzate. In mezzo al latifondo isole di produzione specializzata (vino, olio, agrumi) a Napoli, Terra di Lavoro (Caserta), costa pugliese, Sicilia. Coltivazione intensiva e prodotti venduti quasi tutti all’estero.

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Pubblicato da: luigivassallo | 27 aprile 2018

IL SESSANTOTTO: L’ANNO DEGLI STUDENTI… MA NON SOLO

(CONFERENZA PRESSO PUNTO  SOCI COOP FINALE lIGURE – 28.02.2018)

Luigi Vassallo, IL SESSANTOTTO: L’ANNO DEGLI STUDENTI…MA NON SOLO

Anche se il nostro maggio ha fatto a meno del vostro coraggio…

Queste parole di Fabrizio De André (nella Canzone del Maggio) rendono bene la sostanziale incomprensione con cui il mondo degli adulti (con qualche eccezione) reagì a una rivolta generazionale che esplose un po’ ovunque, in Europa, in America, in Asia.  Una rivolta generazionale che assunse subito una sua “divisa”: eskimo, capelli lunghi, barba incolta per i maschi; minigonne e  gli ancor più scandalosi jeans per le donne. “Divisa” che accentuava l’incomprensione e la condanna da parte degli adulti, a cui rispondevano I Nomadi con una loro canzone (Come potete giudicare? Come potete condannare? Chi vi credete che noi siamo per i capelli che portiamo?). Una rivolta generazionale nella quale confluiscono filoni diversi: il movimento degli studenti, il movimento dei figli dei fiori, il dissenso cattolico, le nuove lotte operaie, la lunga marcia delle donne e ancora le proteste dei neri americani, le marce contro la guerra nel Vietnam, la  sofferenza accanto alla primavera di Praga schiacciata dai carri armati. Una rivolta generazionale che certo ebbe manifestazioni e prezzi diversi da pagare: una cosa fu la contestazione negli USA e in Europa occidentale (dove al massimo si rischiò qualche manganellata dalla polizia), un’altra cosa fu quella dei cecoslovacchi contro la repressione sovietica, un’altra ancora fu quella delle giovani guardie rosse scagliate in Cina da Mao Ze Dong contro i suoi avversari interni al Partito comunista cinese. Continua a leggere…

Pubblicato da: luigivassallo | 5 aprile 2018

800 chilometri a piedi

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Pubblicato da: luigivassallo | 18 febbraio 2018

Luigi Vassallo, Appunti di letteratura e cultura greca – Età arcaica

RELAZIONI ALL’UNIVERSITA’ DELLE TRE ETA’ DI FINALE LIGURE (2018)

 

Primo incontro: INTRODUZIONE A OMERO

 

 

  • Il mistero OMERO

È esistito un poeta di nome Omero o i poemi arrivati sotto il suo nome sono opera collettiva? Se è esistito, quando è vissuto? Le ipotesi oscillano tra il XII e il VII secolo. Di dove era? Molte città ne rivendicavano i natali: le più probabili sono  Chio e Smirne.

Il suo nome rimanda a una condizione particolare? Era cieco come un suo personaggio, Demodoco? Questa ipotesi deriva dall’interpretazione di “Omero” come “colui che non vede”. Era un ostaggio, cioè il rappresentante di una città o di una famiglia nobile dato in pegno di alleanza ad un’altra città o altra famiglia nobile? Quest’altra interpretazione deriva dal significato di “Omero” come “ostaggio”.

Qual era la sua attività? Cantava nelle corti, come i suoi aedi, Demodoco e Femio (entrambi rappresentati nell’Odissea)? Era il fondatore o il modello della corporazione degli Omeridi, cantori itineranti?

Dal momento che l’Iliade e l’Odissea hanno significative differenza nel mondo che rappresentano, dobbiamo pensare all’utilizzo di materiali diversi da parte del poeta? Oppure dobbiamo pensare a due autori diversi? O dobbiamo immaginare che lo stesso autore abbia scritto un poema quando era giovane e l’altro da vecchio?

Fino a quando i due poemi sono stati tramandati oralmente? La prima stesura scritta di cui abbiamo notizia è stata realizzata ad Atene nel VI secolo a.C. sotto il tiranno Pisistrato e presenta influenze e interpolazioni della lingua attica (il greco parlato ad Atene che non era quello  originario dei due poemi).La divisione in 24 libri di ciascun poema fu operata nel III secolo a.C. dai grammatici alessandrini (della Biblioteca di Alessandria d’Egitto), i quali utilizzarono le lettere maiuscole dell’alfabeto greco per i libri o canti dell’Iliade e quelle minuscole per l’Odissea.

Prima della fissazione in un testo scritto i materiali di miti e leggende, utilizzati anche da Omero, erano tramandati e diffusi oralmente da aedi e rapsodi. Gli aedi erano cantori-creatori che, utilizzando materiali preesistenti talvolta anche scritti, sia pure nell’alfabeto miceneo e non in quello greco che starebbe derivato successivamente da quello fenicio), ricreavano personaggi e avventure, sempre comunque confermando gli esiti già noti al pubblico degli ascoltatori, che non avrebbero gradito finali diversi delle storie della tradizione. I rapsodi erano meno creativi e più ripetitivi degli aedi. Gli uni e gli altri incantavano il pubblico col ricorso a un linguaggio formulare, che aiutava la memoria del cantore e al tempo stesso contribuiva a costruire un’atmosfera conforme alle attese del pubblico, anche con l’aiuto di accompagnamento musicale con strumento a corde. Continua a leggere…

Pubblicato da: luigivassallo | 12 ottobre 2017

In memoria di Ernesto Che Guevara

(Commemorazione a Finale Ligure 9 ottobre 2017)

 

PREMESSA

La mia generazione ha conosciuto il mito del CHE prima e solo molto dopo la storia  personale di Ernesto Guevara.

9 ottobre 1967: i governo boliviano conta che facendo sparire il cadavere del CHE ne liquidi anche il mito. Invece il mito crebbe senza controllo:

  • In milioni piansero la morte del CHE;
  • Omaggio di poeti, filosofi, musicisti, pittori;
  • Icona del CHE nelle manifestazioni studentesche e ancora oggi sulle magliette;
  • Il nome del CHE come vessillo dei guerriglieri marxisti in Africa, Asia, America Latina;
  • La sua immagine da morto assimilata a quella del Cristo.

 

Ma  Che Guevara è stato, nel panorama della sinistra mondiale, anche un segno di contraddizione. Nel 1977, nel decennale della sua uccisione, Gianni Corbi scriveva su L’Espresso: ”Se da vivo un muro d’incomprensione e di diffidenza separava Ernesto Guevara dai capi storici del comunismo europeo, a Roma come a Parigi, a Belgrado come a Mosca, anche  da morto il Che continuò ad essere il motivo di una sorda e sotterranea polemica tra comunisti cubani e comunisti europei”.

Nella stessa occasione Roger Debray scriveva, a proposito del carisma del Che,  “Quattro membri del Comitato Centrale del Partito comunista cubano, due viceministri e alcuni alti burocrati cubani hanno pur lasciato famiglia, automobili, ville e privilegi per andare con il Che in una giu1911ngla sconosciuta a morirci, senza che nessuno ve li avesse costretti e senza che ci fosse lì la televisione a raccogliere le loro ultime impressioni”, “

Ma chi era storicamente Ernesto Guevara, colui che divenne il CHE? Continua a leggere…

Pubblicato da: luigivassallo | 15 giugno 2017

Quando la democrazia elegge un dittatore

QUANDO LA DEMOCRAZIA ELEGGE UN DITTATORE

Se è vero che, fino ad oggi, la democrazia è la forma migliore per l’esercizio della sovranità popolare, è anche vero che essa non è automaticamente garantita da un suo esercizio antidemocratico, volto al suicidio di se stessa.

Hitler fu eletto democraticamente, e sappiamo tutti che fine fece la democrazia sotto di lui e che fine avrebbe fatto nel mondo intero se avesse vinto la guerra.

Erdogan in Turchia è stato eletto e confermato democraticamente, e sappiamo tutti che fine fanno sotto di lui quelli che non l’hanno votato.

Orban in Ungheria è stato eletto democraticamente, e sappiamo tutti che fine fanno sotto di lui principi irrinunciabili della democrazia europea come quello della solidarietà e della condivisione.

Qualcuno ci mette anche Trump, che certo ha un tasso di democraticità nel suo DNA piuttosto basso, ma si trova fronteggiato, almeno per ora, da robusti anticorpi della democrazia americana.

Può accadere, dunque, anzi è accaduto, che un dittatore fondi la sua strategia di distruzione della democrazia proprio sul risultato democratico di un democratico esercizio di voto. Quando poi la catastrofe  si compie, con la distruzione della gloria del dittatore e delle basi materiali e morali del suo Paese, allora la coscienza democratica, risvegliandosi dal sonno della ragione e recuperando così, o illudendosi di recuperare, la propria verginità, addebita al dittatore e ai suoi stretti collaboratori tutta la colpa della catastrofe.

Ma a questo punto la denuncia spietata di Karl Jaspers nel 1945 contro le colpe di tutti i  tedeschi ci impedisce di metterci tranquilli  per aver trovato nel dittatore il responsabile della catastrofe. Perché – ci ammonisce Jaspesr – c’è sì una  colpa criminale (di chi ha fatto il male), ma c’è anche una colpa politica (di chi col suo voto ha consentito ad altri di fare il male) e c’è una colpa morale (di chi, col suo silenzio e magari girando la testa, ha lasciato gli altri liberi di fare il male).

Fin qui lo scenario tragico della grande storia. Ma questo scenario si ripete a volte, come farsa e non come tragedia, anche nel nostro piccolo, alla periferia della storia.

Potrebbe accadere, infatti, ma è solo una congettura ipotetica, che in un’Associazione alla periferia del mondo venga eletto democraticamente uno (o una) che nel suo DNA non ha nemmeno una cellula di democraticità. Costui (o costei) potrebbe, una volta eletto, dare sfogo alla sua natura antidemocratica, sequestrando le decisioni degli organi collegiali, impedendo il confronto democratico, facendo strame di ogni pluralismo, utilizzando sistematicamente la menzogna e la calunnia contro gli oppositori.

Se, ipoteticamente (DIO NON VOGLIA!!!) dovessimo imbatterci in una simile caricatura macchiettistica di dittatore, saremmo tentati di gettargli addosso la croce di tutta la colpa della distruzione della democrazia nella nostra Associazione. Ma sbaglieremmo, perché, come ci ricorda Jaspers, se è vero che un tale omuncolo (o una tale omuncola) ha la vocazione alla colpa criminale, è altrettanto vero che quelli che lo fiancheggiano hanno la vocazione alla colpa politica o alla colpa morale, e quindi sono suoi complici.

Che consiglio dare a chi (ipoteticamente) dovesse vedere l’Associazione, alla quale ha dedicato tempo e energie, violentata da saltimbanchi cacciati a fischi dai palcoscenici di avanspettacolo di periferia?

Suggerirei (ovviamente, in questo caso ipotetico) l’arma finale che il grande Eduardo propone ai popolari napoletani contro la macchietta del prepotente di turno. CLICCATE QUA:

https://www.youtube.com/watch?v=gkrnK0igAP0

 

 

Pubblicato da: luigivassallo | 24 febbraio 2017

Fotocronaca del viaggio a piedi da Borgio Verezzi (SV) a Napoli

In attesa di un (improbabile?) editore che dia alle stampe il diario del nostro viaggio, pubblico qui una breve fotocronaca a beneficio degli interessati.

fotocronaca-cammino

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