Pubblicato da: luigivassallo | 27 luglio 2018

Il miracolo economico in Italia

Il miracolo economico

Nel decennio 1951 – 1961 si realizzò in Italia un vigoroso sviluppo industriale che cambiò la distribuzione della popolazione occupata nei vari settori di lavoro: se nel 1951 gli occupati nell’agricoltura risultavano il 45% contro il 30% nell’industria e il 25% nel commercio e nei servizi, nel 1961 il rapporto tra agricoltura e industria risultava completamento ribaltato, col 40% di occupati nell’industria (soprattutto nel triangolo industriale Torino-Milano-Genova) e il 29% nell’agricoltura. Questa modernizzazione dell’economia italiana fu definita proprio per la sua rapidità miracolo economico, ma il miracolo non fu solo rapido, fu anche caotico e squilibrato, in assenza di una programmazione economica generale da parte del Governo. Il Governo puntò infatti prevalentemente, in particolare attraverso l’IRI, sul sostegno alle industrie private, subendo anche le critiche degli USA per come venivano gestiti i fondi del Piano Marshall, che, secondo le intenzioni dei proponenti (cioè gli USA), avrebbero dovuto servire alla modernizzazione complessiva dei Paesi dell’area occidentale in modo da allargare il mercato capitalistico e di procurare vantaggi non solo ai Paesi usciti distrutti dalla seconda guerra mondiale ma anche alle industrie dei Paesi vincitori che avevano bisogno di riconvertirsi da industrie belliche a industrie per il consumo di massa.. Continua a leggere…

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Pubblicato da: luigivassallo | 27 luglio 2018

Contributo per orientarsi sulla Questione Meridionale

Luigi Vassallo, Un contributo per orientarsi sulla Questione Meridionale

 

Quadro economico-sociale in Italia dopo l’Unità

  1. Agricoltura

Tra il 1861 e il 1875 l’Agricoltura contribuisce al Prodotto Lordo Nazionale per il 57,6%, l’Industria per il 18,91%, il Terziario per il 23,5%.

L’agricoltura non è la stessa in tutta Italia:

  • Zone montane (Alpi e Appennino). Magre risorse agricole e pastorali insufficienti per la popolazione impiegata nei campi, che è costretta a integrare con l’emigrazione (stagionale o duratura).
  • Tra le Alpi e la pianura. In Piemonte c’è la piccola proprietà contadina, in Veneto l’affitto o la mezzadria, in Lombardia contratti misti. La produzione è quasi tutta consumata dai coltivatori. Fa eccezione la produzione di bozzoli da seta che è finalizzata alla vendita.
  • Nella pianura padana. Prospera la grande azienda capitalistica sul modello della “cascina lombarda”: un fittavolo imprenditore dispone di capitali con i quali assume i lavoranti e acquista bestiame; i lavoranti si dividono tra specializzati (per la produzione dei derivati dal latte e per l’allevamento) e braccianti; la produzione  (cereali, lino, canapa, prodotti zootecnici) è riservata alla vendita; si praticano irrigazioni, bonifiche, utilizzo dell’abbondante concime animale.
  • Nell’Italia centrale (Toscana, Marche, Umbria, parte dell’Emilia). Predomina la mezzadria: la metà del prodotto (quota padronale) è riservata alla vendita; talvolta il mezzadro scambia col padrone la sua quota di olio e vino per integrare quella di cereali per i bisogni alimentari della propria famiglia.
  • Latifondo meridionale e Agro romano. Coltura estensiva con rotazioni di campi lasciati a pascolo per ovini bradi; i contadini sono braccianti che non risiedono sui campi ma in nuclei urbani dai quali partono all’alba e ai quali fanno ritorno al tramonto; i proprietari (nobili o ecclesiastici) non sono interessati ad aumentare la produzione ma preferiscono fittare le terre a intermediari che a loro volta si accontentano di riscuotere rendite.
  • Zone meridionali con colture arboree specializzate. In mezzo al latifondo isole di produzione specializzata (vino, olio, agrumi) a Napoli, Terra di Lavoro (Caserta), costa pugliese, Sicilia. Coltivazione intensiva e prodotti venduti quasi tutti all’estero.

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Pubblicato da: luigivassallo | 27 aprile 2018

IL SESSANTOTTO: L’ANNO DEGLI STUDENTI… MA NON SOLO

(CONFERENZA PRESSO PUNTO  SOCI COOP FINALE lIGURE – 28.02.2018)

Luigi Vassallo, IL SESSANTOTTO: L’ANNO DEGLI STUDENTI…MA NON SOLO

Anche se il nostro maggio ha fatto a meno del vostro coraggio…

Queste parole di Fabrizio De André (nella Canzone del Maggio) rendono bene la sostanziale incomprensione con cui il mondo degli adulti (con qualche eccezione) reagì a una rivolta generazionale che esplose un po’ ovunque, in Europa, in America, in Asia.  Una rivolta generazionale che assunse subito una sua “divisa”: eskimo, capelli lunghi, barba incolta per i maschi; minigonne e  gli ancor più scandalosi jeans per le donne. “Divisa” che accentuava l’incomprensione e la condanna da parte degli adulti, a cui rispondevano I Nomadi con una loro canzone (Come potete giudicare? Come potete condannare? Chi vi credete che noi siamo per i capelli che portiamo?). Una rivolta generazionale nella quale confluiscono filoni diversi: il movimento degli studenti, il movimento dei figli dei fiori, il dissenso cattolico, le nuove lotte operaie, la lunga marcia delle donne e ancora le proteste dei neri americani, le marce contro la guerra nel Vietnam, la  sofferenza accanto alla primavera di Praga schiacciata dai carri armati. Una rivolta generazionale che certo ebbe manifestazioni e prezzi diversi da pagare: una cosa fu la contestazione negli USA e in Europa occidentale (dove al massimo si rischiò qualche manganellata dalla polizia), un’altra cosa fu quella dei cecoslovacchi contro la repressione sovietica, un’altra ancora fu quella delle giovani guardie rosse scagliate in Cina da Mao Ze Dong contro i suoi avversari interni al Partito comunista cinese. Continua a leggere…

Pubblicato da: luigivassallo | 5 aprile 2018

800 chilometri a piedi

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Pubblicato da: luigivassallo | 18 febbraio 2018

Luigi Vassallo, Appunti di letteratura e cultura greca – Età arcaica

RELAZIONI ALL’UNIVERSITA’ DELLE TRE ETA’ DI FINALE LIGURE (2018)

 

Primo incontro: INTRODUZIONE A OMERO

 

 

  • Il mistero OMERO

È esistito un poeta di nome Omero o i poemi arrivati sotto il suo nome sono opera collettiva? Se è esistito, quando è vissuto? Le ipotesi oscillano tra il XII e il VII secolo. Di dove era? Molte città ne rivendicavano i natali: le più probabili sono  Chio e Smirne.

Il suo nome rimanda a una condizione particolare? Era cieco come un suo personaggio, Demodoco? Questa ipotesi deriva dall’interpretazione di “Omero” come “colui che non vede”. Era un ostaggio, cioè il rappresentante di una città o di una famiglia nobile dato in pegno di alleanza ad un’altra città o altra famiglia nobile? Quest’altra interpretazione deriva dal significato di “Omero” come “ostaggio”.

Qual era la sua attività? Cantava nelle corti, come i suoi aedi, Demodoco e Femio (entrambi rappresentati nell’Odissea)? Era il fondatore o il modello della corporazione degli Omeridi, cantori itineranti?

Dal momento che l’Iliade e l’Odissea hanno significative differenza nel mondo che rappresentano, dobbiamo pensare all’utilizzo di materiali diversi da parte del poeta? Oppure dobbiamo pensare a due autori diversi? O dobbiamo immaginare che lo stesso autore abbia scritto un poema quando era giovane e l’altro da vecchio?

Fino a quando i due poemi sono stati tramandati oralmente? La prima stesura scritta di cui abbiamo notizia è stata realizzata ad Atene nel VI secolo a.C. sotto il tiranno Pisistrato e presenta influenze e interpolazioni della lingua attica (il greco parlato ad Atene che non era quello  originario dei due poemi).La divisione in 24 libri di ciascun poema fu operata nel III secolo a.C. dai grammatici alessandrini (della Biblioteca di Alessandria d’Egitto), i quali utilizzarono le lettere maiuscole dell’alfabeto greco per i libri o canti dell’Iliade e quelle minuscole per l’Odissea.

Prima della fissazione in un testo scritto i materiali di miti e leggende, utilizzati anche da Omero, erano tramandati e diffusi oralmente da aedi e rapsodi. Gli aedi erano cantori-creatori che, utilizzando materiali preesistenti talvolta anche scritti, sia pure nell’alfabeto miceneo e non in quello greco che starebbe derivato successivamente da quello fenicio), ricreavano personaggi e avventure, sempre comunque confermando gli esiti già noti al pubblico degli ascoltatori, che non avrebbero gradito finali diversi delle storie della tradizione. I rapsodi erano meno creativi e più ripetitivi degli aedi. Gli uni e gli altri incantavano il pubblico col ricorso a un linguaggio formulare, che aiutava la memoria del cantore e al tempo stesso contribuiva a costruire un’atmosfera conforme alle attese del pubblico, anche con l’aiuto di accompagnamento musicale con strumento a corde. Continua a leggere…

Pubblicato da: luigivassallo | 12 ottobre 2017

In memoria di Ernesto Che Guevara

(Commemorazione a Finale Ligure 9 ottobre 2017)

 

PREMESSA

La mia generazione ha conosciuto il mito del CHE prima e solo molto dopo la storia  personale di Ernesto Guevara.

9 ottobre 1967: i governo boliviano conta che facendo sparire il cadavere del CHE ne liquidi anche il mito. Invece il mito crebbe senza controllo:

  • In milioni piansero la morte del CHE;
  • Omaggio di poeti, filosofi, musicisti, pittori;
  • Icona del CHE nelle manifestazioni studentesche e ancora oggi sulle magliette;
  • Il nome del CHE come vessillo dei guerriglieri marxisti in Africa, Asia, America Latina;
  • La sua immagine da morto assimilata a quella del Cristo.

 

Ma  Che Guevara è stato, nel panorama della sinistra mondiale, anche un segno di contraddizione. Nel 1977, nel decennale della sua uccisione, Gianni Corbi scriveva su L’Espresso: ”Se da vivo un muro d’incomprensione e di diffidenza separava Ernesto Guevara dai capi storici del comunismo europeo, a Roma come a Parigi, a Belgrado come a Mosca, anche  da morto il Che continuò ad essere il motivo di una sorda e sotterranea polemica tra comunisti cubani e comunisti europei”.

Nella stessa occasione Roger Debray scriveva, a proposito del carisma del Che,  “Quattro membri del Comitato Centrale del Partito comunista cubano, due viceministri e alcuni alti burocrati cubani hanno pur lasciato famiglia, automobili, ville e privilegi per andare con il Che in una giu1911ngla sconosciuta a morirci, senza che nessuno ve li avesse costretti e senza che ci fosse lì la televisione a raccogliere le loro ultime impressioni”, “

Ma chi era storicamente Ernesto Guevara, colui che divenne il CHE? Continua a leggere…

Pubblicato da: luigivassallo | 15 giugno 2017

Quando la democrazia elegge un dittatore

QUANDO LA DEMOCRAZIA ELEGGE UN DITTATORE

Se è vero che, fino ad oggi, la democrazia è la forma migliore per l’esercizio della sovranità popolare, è anche vero che essa non è automaticamente garantita da un suo esercizio antidemocratico, volto al suicidio di se stessa.

Hitler fu eletto democraticamente, e sappiamo tutti che fine fece la democrazia sotto di lui e che fine avrebbe fatto nel mondo intero se avesse vinto la guerra.

Erdogan in Turchia è stato eletto e confermato democraticamente, e sappiamo tutti che fine fanno sotto di lui quelli che non l’hanno votato.

Orban in Ungheria è stato eletto democraticamente, e sappiamo tutti che fine fanno sotto di lui principi irrinunciabili della democrazia europea come quello della solidarietà e della condivisione.

Qualcuno ci mette anche Trump, che certo ha un tasso di democraticità nel suo DNA piuttosto basso, ma si trova fronteggiato, almeno per ora, da robusti anticorpi della democrazia americana.

Può accadere, dunque, anzi è accaduto, che un dittatore fondi la sua strategia di distruzione della democrazia proprio sul risultato democratico di un democratico esercizio di voto. Quando poi la catastrofe  si compie, con la distruzione della gloria del dittatore e delle basi materiali e morali del suo Paese, allora la coscienza democratica, risvegliandosi dal sonno della ragione e recuperando così, o illudendosi di recuperare, la propria verginità, addebita al dittatore e ai suoi stretti collaboratori tutta la colpa della catastrofe.

Ma a questo punto la denuncia spietata di Karl Jaspers nel 1945 contro le colpe di tutti i  tedeschi ci impedisce di metterci tranquilli  per aver trovato nel dittatore il responsabile della catastrofe. Perché – ci ammonisce Jaspesr – c’è sì una  colpa criminale (di chi ha fatto il male), ma c’è anche una colpa politica (di chi col suo voto ha consentito ad altri di fare il male) e c’è una colpa morale (di chi, col suo silenzio e magari girando la testa, ha lasciato gli altri liberi di fare il male).

Fin qui lo scenario tragico della grande storia. Ma questo scenario si ripete a volte, come farsa e non come tragedia, anche nel nostro piccolo, alla periferia della storia.

Potrebbe accadere, infatti, ma è solo una congettura ipotetica, che in un’Associazione alla periferia del mondo venga eletto democraticamente uno (o una) che nel suo DNA non ha nemmeno una cellula di democraticità. Costui (o costei) potrebbe, una volta eletto, dare sfogo alla sua natura antidemocratica, sequestrando le decisioni degli organi collegiali, impedendo il confronto democratico, facendo strame di ogni pluralismo, utilizzando sistematicamente la menzogna e la calunnia contro gli oppositori.

Se, ipoteticamente (DIO NON VOGLIA!!!) dovessimo imbatterci in una simile caricatura macchiettistica di dittatore, saremmo tentati di gettargli addosso la croce di tutta la colpa della distruzione della democrazia nella nostra Associazione. Ma sbaglieremmo, perché, come ci ricorda Jaspers, se è vero che un tale omuncolo (o una tale omuncola) ha la vocazione alla colpa criminale, è altrettanto vero che quelli che lo fiancheggiano hanno la vocazione alla colpa politica o alla colpa morale, e quindi sono suoi complici.

Che consiglio dare a chi (ipoteticamente) dovesse vedere l’Associazione, alla quale ha dedicato tempo e energie, violentata da saltimbanchi cacciati a fischi dai palcoscenici di avanspettacolo di periferia?

Suggerirei (ovviamente, in questo caso ipotetico) l’arma finale che il grande Eduardo propone ai popolari napoletani contro la macchietta del prepotente di turno. CLICCATE QUA:

https://www.youtube.com/watch?v=gkrnK0igAP0

 

 

Pubblicato da: luigivassallo | 24 febbraio 2017

Fotocronaca del viaggio a piedi da Borgio Verezzi (SV) a Napoli

In attesa di un (improbabile?) editore che dia alle stampe il diario del nostro viaggio, pubblico qui una breve fotocronaca a beneficio degli interessati.

fotocronaca-cammino

Pubblicato da: luigivassallo | 3 febbraio 2017

Introduzione a Giordano Bruno

PUBBLICO QUA IL TESTO DI 4 CONVERSAZIONI SU GIORDANO BRUNO CHE HO TENUE A FINALE LIGURE PER L’UNITRE DA GENNAIO A FEBBRAIO 2017

 

  1. Biografia e Filosofia. A differenza di altri filosofi, Bruno non mira a superare l’accidente per attingere all’universale, ma mira all’universale attraverso l’accidente. In tal senso c’è un legame stretto tra la sua biografia e la sua filosofia. A un’osservazione esteriore, che prescinde dal merito delle questioni poste da Bruno, si colgono nei suoi scritti due tendenze di fondo: a) una teatralità, che affonda le sue radici nella terra nativa; b) una consapevolezza del proprio valore di intellettuale e, al contempo, la sofferenza per l’ingiustizia del mondo che tale valore non riconosce.

 

  1. Per quanto riguarda la teatralità, Bruno è preso da una vis polemica quando ha un pubblico a disposizione. Lo schema da lui seguito generalmente è: attacco spavaldo; arretramento di fronte al contrattacco degli oppositori e ricerca di un compromesso onorevole; attacco decisivo senza più mediazioni quando si renda conto dell’impossibilità di un compromesso onorevole. Questo schema viene seguito anche negli anni del processo a Roma: in una prima fase Bruno difende la sua autonomia di intellettuale sostenendo una distinzione tra il campo della filosofia e il campo della religione e negando che possa essere accusato di eresia per le sue ricerche filosofiche; in una seconda fase prova a cedere alle richieste di abiura da parte dell’Inquisizione, subordinando però la sua abiura al riconoscimento che le sue proposizioni sono eretiche ex nunc (cioè sono ritenute eretiche oggi dalla Santa Sede e non lo erano nel momento in cui Bruno le concepiva): il compromesso cercato qui da Bruno è evitare una clamorosa abiura pubblica, con conseguente ritorno in un convento domenicano, cosa che avrebbe distrutto l’immagine di intellettuale che si era costruito nelle sue peregrinazioni in Europa; nella terza e ultima fase, quando Bellarmino gli chiede di abiurare una serie di proposizioni come eretiche ex tunc senza più distinguere tra campo della filosofia e campo della religione e, soprattutto, quando viene a sapere che l’Inquisizione di Vercelli è a conoscenza delle accuse di ateismo rivolte contro di lui dalla corte di Elisabetta per la sua opera Spaccio della bestia trionfante (di cui, per fortuna di Bruno, gli inquisitori non hanno il testo ma solo il titolo, tanto che credono che la “bestia” attaccata da Bruno sia il papa), allora capisce che la partita è chiusa, che non è possibile nessun compromesso onorevole, e decide di affrontare il rogo (deludendo le aspettative degli inquisitori, che avrebbero fatto a meno di vederlo morto) e proclamando Non devo né voglio pentirmi, non so di che cosa mi debba pentire.
  2. Per quanto riguarda la consapevolezza del proprio valore Bruno ricorda da adulto più di una volta un episodio di quando era neonato: il pericolo corso per l’improvvisa apparizione di un serpente e la sua sorprendente capacità di chiamare in aiuto i parenti. L’episodio, che richiama un evento della mitologia di Eracle (che da neonato avrebbe strozzato in culla due serpenti), combinato con altre esplicite dichiarazioni di Bruno sul proprio valore di intellettuale, conferma la sua convinzione di essere un Mercurio, di essere cioè un “messaggero degli dei” e, quindi, di verità tra i suoi contemporanei. E del valore di questo ragazzino dovevano essere convinti i suoi genitori che, nonostante le modeste condizioni economiche (il padre Giovanni era un uomo d’armi, la madre Fraulisa Savolino era casalinga), mandarono Filippo (nome di battesimo del futuro fra’ Giordano) a studiare a 14 anni a Napoli, dove in seguito sarebbe entrato nel convento di S. Domenico, attratto proprio dal fascino intellettuale dei padri domenicani che a lui apparivano come “dei in terra”.

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Pubblicato da: luigivassallo | 26 giugno 2016

Pensiero divergente o Fuori tema?

Se siamo chiamati a dare una risposta a una domanda o a trovare una soluzione a un problema, è probabile che ci troveremo a seguire (per scelta consapevole o per inerzia o per caso) una di queste tre strade: a) pensiero convergente (cioè la nostra risposta risulterà coerente con una delle risposte attese già dalla formulazione della domanda o in linea con la frequenza statistica delle risposte date da altri o in altri tempi); b) pensiero divergente (cioè la nostra risposta illuminerà in maniera creativa un aspetto della questione generalmente trascurato e aprirà la strada a una soluzione imprevista); c) andare fuori tema (cioè la risposta sarà poco pertinente con la domanda e introdurrà elementi estranei alla questione).

Dov’è il confine tra un pensiero divergente (creativo) e un andare fuori tema (ossia una divagazione ingiustificata)?

Serviamoci di un esempio. Se alla domanda Mangiare cioccolata fa bene o male alla salute (alla mia salute, ad esempio)? rispondo E’ immorale mangiare cioccolata mentre nel Terzo Mondo muoiono di fame, sto facendo un brillante esercizio di pensiero divergente o sto solo andando fuori tema?

  • Con la mia risposta (inattesa dalla domanda) sto cogliendo un aspetto fondamentale della questione, che, nella domanda, era stato omesso?
  • O sto solo spostando la questione su un altro aspetto, che non c’entra con la domanda alla quale dovrei rispondere?
  •  E, eventualmente, questo spostamento ad altro è intenzionale da parte mia? E se è intenzionale, perché lo è? (lo faccio per non mettere in discussione le mie scelte alimentari, che, certo, sono anche scelte economiche a beneficio del mercato e dei produttori di cioccolata? oppure perché sono convinto che le vere questioni di cui dovremmo occuparci siano “altrove”? oppure perché ritengo che i dettagli delle scelte private, anche alimentari, non sono che appendici/conseguenze di eventi più grandi che richiedono scelte di ben altra natura?)
  • O, al contrario, lo spostamento da me prodotto non è per niente intenzionale, ma è solo frutto di una mancata acquisizione da parte mia dell’abilità logica di DISCETTARE su una questione data? Dove DISCETTARE ci riporta etimologicamente al latino DISCEPTARE  (composto dal prefisso DIS e dal verbo CAPTARE, intensivo del verbo CAPERE), che, alla lettera, significa “tentare di impadronirsi (dell’oggetto della questione) attraverso direzioni diverse” ovvero “tentare di impadronirsene esaminandone, senza pregiudizi, tutti gli aspetti”.

Dunque, esercizio di pensiero divergente o fuori tema?

  • Merito del pensiero divergente è introdurre nel dibattito un elemento che della questione nel suo complesso è costitutivo e tuttavia è stato espunto o ignorato da chi ha posto la questione o per superficialità o per comodità o per interesse a non farlo notare.
  • Merito dell’andare fuori tema è spostare l’attenzione ad “altro”, evitando che si approfondisca la questione posta o per incapacità di accollarsi la fatica di discettare senza pregiudizi o per incapacità di leggere la questione nei suoi elementi costitutivi anziché lasciarsi suggestionare da proiezioni estranee su di essa  o per interesse a non lasciar focalizzare l’attenzione proprio sulla questione posta.

Insomma, siamo chiamati a rispondere alla domanda se mangiare la cioccolata fa bene o male alla salute ovvero in che misura e a chi fa bene o male.

Come saremo chiamati a rispondere alla domanda se l’abolizione delle province, la fine del bicameralismo perfetto ecc. siano un bene o un male per la nostra democrazia ovvero in che misura possano essere un bene o un male.

Come altri sono stati chiamati a rispondere alla domanda Vuoi restare nell’Unione Europea?. Pare che non pochi di quelli che hanno risposto NO si stiano dichiarando pentiti di averlo fatto e vorrebbero tornare a rispondere in un altro referendum. Quando hanno deciso la loro risposta alla domanda,  hanno esercitato il pensiero convergente, il pensiero divergente o sono andati fuori tema?

Non l’ho fatto apposta oppure Non capivo quello che facevo sono giustificazioni adolescenziali, non a caso in voga tra gli studenti, ma per me (quando lavoravo nella scuola) costituivano non un’attenuante ma un’aggravante. Perché, se gli animali, dotati di un bagaglio istintuale, non hanno l’onere di dover scegliere di volta in volta come comportarsi, noi umani, invece, quest’onere ce l’abbiamo e siamo sempre più umani nella misura in cui lo pratichiamo, fino al paradosso che è più vero uomo chi fa il male intenzionalmente (scegliendo di farlo) che chi lo fa senza rendersene conto, anche se per chi fa male senza rendersene conto sia la legge umana che quella divina optano per una doverosa indulgenza (Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno)

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