Pubblicato da: luigivassallo | 1 maggio 2021

Chi ha ragione?

Chi ha ragione? Luigi Vassallo, pensando coi piedi

In TV opinionisti con tendenze politico-culturali diverse si accapigliano. Sui giornali, con meno clamore e urla perché manca la diretta, avviene qualcosa di simile. Una volta certe scene erano monopolio dei bar, ora sono la quotidianità della comunicazione spettacolarizzata, alla quale la pandemia ci sta abituando.

Ma è possibile che abbiano tutti ragione o qualcuno scantona e un altro si avvicina alla sostanza?

Per semplificare, la questione si riduce alla valutazione degli elementi che sembrano dar ragione all’uno o all’altro.

Ad esempio, se uno dice che qua c’è un albero e un altro dice che non c’è, si fa presto a verificare chi dei due sta sbagliando.

Ma, se uno dice che io sono italiano, un altro che io sono marito, un altro che sono padre, un altro che sono tifoso del Napoli, un altro che sono nonno, un altro che sono pensionato e così via, come si fa a stabilire chi ha ragione e chi ha torto, dal momento che io sono veramente tutte le cose di cui sopra e altro ancora?

La “colpa” è dell’ambiguità del verbo “essere” che ha sia il significato di “esistere” (a scuola ci hanno insegnato che in questo caso è un predicato verbale) sia il significato di “essere qualcosa” (sempre a scuola ci hanno insegnato che in questo caso costituisce un predicato nominale col sostantivo o aggettivo al quale è unito). Se ne era già accorto Platone.

Orbene, nel significato di “esistere” il nostro verbo discrimina tra ciò che è e ciò che non è e fonda, per così dire, un monismo assoluto, incontestabile. Ma, nel significato di “essere qualcosa”, lo stesso verbo si espone e ci espone al relativismo di più affermazioni, ognuna delle quali ha diritto a reclamare una propria verità.

Se, invece di urlare per rivendicare l’assolutezza incontestabile della nostra parziale verità, che pretendiamo unica, avessimo la pazienza di ascoltare la parziale verità dell’altro, forse potremmo ricostruire il puzzle della verità frantumata nelle sue schegge parziali. O, almeno, potremmo prendere atto che nessuno di noi la verità la possiede per intero e potremmo sperimentare il gusto di metterci a cercarla o ricostruirla insieme.

Così, da un monismo gnoseologico passeremmo (sempre per rendere omaggio a Platone) a un dualismo gnoseologico, che non intende affermare che tutte le verità sono uguali ma solo riconoscere che anche in un pezzetto di verità c’è del vero da non trascurare: insomma c’è un livello di conoscenza modesto perché si ferma a singoli aspetti e c’è un livello di conoscenza più sofisticato perché si impegna a ricostruire i singoli aspetti in un modello di complessità che riconosca il valore delle singolarità senza farle confliggere tra loro.

Quale livello di conoscenza fa per noi? È questione di nostra libera scelta? È conseguenza inevitabile della nostra storia personale?


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