Pubblicato da: luigivassallo | 28 marzo 2021

Ho fatto anche questo

Ho fatto anche questo

Ho ritrovato un dattiloscritto di 30 – 40 anni fa. È il racconto di un periodo della mia vita, ormai lontano nel tempo, come sono lontane (perché non più esistenti) alcune persone o organizzazioni citate. Lo pubblico ora perché forse può indicare ancora un orizzonte, per chi ne abbia voglia, per traguardare questi nostri tempi che rischiano di colorarsi sempre più di buia rassegnazione. E poi quel giovane protagonista di questo racconto, che aveva il mio stesso nome e cognome, a me vecchio fa tanta simpatia.

A sinistra non ci sono nato. I miei genitori erano indifferenti alla politica, con la quale venivano a contatto solo quando qualche parente più importante veniva a consigliarli per chi votare. Un don Milani intransigente, forse, direbbe che erano qualunquisti se non addirittura fascisti. Io capisco ora che, quando – come mio padre – si lavora per sei mesi l’anno fuori casa e sotto Natale si comincia a stare in ansia se non si è già stati ingaggiati per la nuova stagione e quando – come mia madre – bisogna gestire al centesimo il bilancio familiare e il cenone di Natale lo si può comprare solo a rate, il tempo e la capacità per la politica forse non ci sono proprio.

I miei genitori, credo, hanno votato per la prima volta a sinistra quando io mi sono trovato coinvolto in una campagna elettorale. Per loro ormai “stare a sinistra” significava solo continuare a voler bene al proprio figlio nonostante tutto. Quanto a me mi sono scoperto di sinistra quando mi ero ormai liberato del bisogno e non avevo più ragioni economiche per sentirmi dalla parte degli operai.

A sinistra ci sono arrivato per una strada imprevista.

Dapprima gli stimoli di alcuni sacerdoti (e alcuni di essi erano sinceramente anticomunisti) a riflettere sul messaggio cristiano e ancora l’esempio di altri credenti (spesso ideologicamente lontani da quello che per loro era il comunismo) a vivere coerentemente col messaggio cristiano mi inclinarono alla scoperta dei “poveri” come cartina di tornasole di un cristianesimo vissuto autenticamente.

Sul finire degli anni Sessanta ebbi la fortuna di vivere esperienze che hanno inciso profondamente sulla maturazione della mia concezione della vita e del mondo. Mi trovai, quasi per caso, nelle ACLI proprio negli anni in cui a livello nazionale – le ACLI maturavano l’ipotesi di una scelta socialista che avrebbe provocato il pesante intervento della gerarchia ecclesiastica.

Ero entrato a Nola in un Circolo ACLI senza capire molto di questa mia iscrizione e dopo un po’ mi ritrovai, con Mimmo Alfano, Gennaro Vecchione, Michele De Blasio, mio fratello Pino, a discutere di classe operaia, scelta socialista, fine del collateralismo con la Democrazia Cristiana. E, se questi erano temi troppo grandi per noi, sul piano locale Filippo Napolitano (che certamente non era “comunista”) mi insegnava coi fatti a stare sempre dalla parte dei più deboli.

E così conobbi anche gli operai, e non avevo ancora letto Marx! Prima quelli della Vetreria Masullo, poi quelli della Vetreria Cerasuolo. E li conobbi, gli uni e gli altri, quando le fabbriche stavano per chiudere.

L’impatto con gli operai della Masullo fu una scossa salutare. Quando andai con un prete a portare agli operai, che occupavano la fabbrica già chiusa dal padrone, il frutto di una nostra colletta, sentii che vacillava la frontiera che mi avevano insegnato a presidiare tra noi e i comunisti. Quella sera ciascuno a modo suo – noi e i comunisti – testimoniavamo solidarietà agli stessi operai. Chi di noi stava con Dio?

A nome delle ACLI parlai da un palco con rappresentanti della CGIL e del PCI in favore degli operai, ma a differenza degli altri – feci appello al “fratello Masullo” perché ricostruisse, riaprendo la fabbrica, la comunione con gli operai. Un appello ingenuo, frutto della diversità delle ACLI rispetto alle altre organizzazioni schierate con gli operai. Eppure in quell’appello – lo capisco ora – sta tutta la diversità della mia scelta a sinistra.

Quando in seguito ho letto Marx, ne ho fatto mio lo sforzo di ricostruire l’unità dell’uomo che l’organizzazione capitalistica ha spezzato in due alienati: l’operaio che, per sopravvivere, prostituisce la sua essenza umana ossia la sua capacità di lavoro e il padrone che si appropria la capacità di lavoro altrui senza esprimerne una propria. Detto in linguaggio marxiano, il lavoro che è l’essenza dell’uomo, si riduce nell’operaio a mezzo per soddisfare i propri bisogni e viene acquistato dal padrone, la cui essenza umana, quindi, non è altro che l’essenza umana alienata dell’operaio.

Con gli operai della Cerasuolo ci stetti con più maturità. Allora noi delle ACLI anticipammo la CGIL. Non ci limitammo a testimoniare la nostra solidarietà, ma organizzammo anche l’occupazione della fabbrica per evitare che il padrone potesse vendere di soppiatto la merce prodotta e i macchinari. E, sotto la guida di Michele Franco, giovane avvocato del nostro Circolo ACLI, ci impegnammo in una lunga vertenza sindacale al fianco della CGIL, avanzando tra l’altro l’ipotesi di una cooperativa. Ma alla fine gli operai, uno alla volta, accettarono la liquidazione e la lotta finì. Non ci avevano capiti o noi non li avevamo capiti, eppure in tanti si iscrissero alle ACLI.

Tempo dopo – conquistata con Mimmo Alfano la presidenza del Circolo ACLI (e fu una specie di parricidio nei riguardi di Filippo Napolitano, che ci aveva avviati alla politica sindacale) – noi “giovani” diffondemmo un documento col quale, denunciata l’incapacità della Democrazia Cristiana di rompere col clientelismo e di valorizzare le risorse produttive di Nola, invitavamo la popolazione a votare per il PSI e per il PCI alle elezioni comunali. Era il 1974.

La risposta del potere demo cristiano non si fece attendere. Il Circolo ACLI fu commissariato dal presidente provinciale, mentre la DC nolana, con un pacchetto di tessere acquistate in violazione dello statuto ACLI sul tesseramento, riusciva a riprendere il controllo del Circolo e, progressivamente, ad emarginarlo dalla scena politico-amministrativa della città, sulla quale l’avevamo faticosamente imposto.

In quell’anno ci furono altre repressioni. I sacerdoti della diocesi di Nola che nel referendum per il divorzio si erano pronunciati a favore del divorzio o, meglio, a favore della libertà altrui di divorziare, furono privati dal vescovo dell’insegnamento della religione, che per alcuni di loro era l’unico sostentamento economico. A don Pierino fu vietato di continuare a stampare Nuove Prospettive, un periodico che raccoglieva sacerdoti, credenti e personalità laiche in un impegno di dialogo e di riflessione guardato con sospetto dal potere politico e dalla curia nolana. A don Luigi De Riggi fu vietato di essere ancora il direttore responsabile di Nuove Prospettive.

Riuscimmo lo stesso a farne un ultimo numero, stampandolo in una tipografia e senza direttore responsabile. Ma ormai il nodo da sciogliere per me era questo: era ancora conciliabile la mia fede cristiana con la chiesa nolana, che perseguitava i preti non allineati e continuava ad essere connivente con una DC sempre più irredimibile? Ed era sufficiente l’impegno della denuncia, della solidarietà, della preghiera senza scendere sul terreno infido della lotta politica tra i partiti e nei partiti?

La mia brevissima esperienza nella DC (iscritto da giovanissimo da qualcuno, quando non avevo neanche i soldi per pagarmi la tessera ma avevo tanti ideali da illudermi e tanta cocciutaggine da voler fare battaglie in difesa di una purezza e autenticità della Democrazia Cristiana) era ormai dimenticata. L’esperienza delle ACLI, i campi di lavoro a Nola e altrove (che avevano raccolto centinaia di giovani generosi nella fatica comune fatta per gli altri, prefigurando una comunità diversa da quella che la DC era intenzionata a tenere in piedi), le riflessioni teologiche guidata da giovani sacerdoti sull’eucaristia non come rito ma come memoria sovversiva, le ingiustizie e le violenze compiute sui deboli che cominciavano a sfiorarmi, tutto questo premeva per uno sbocco coerente e netto. E così mi trovai decisamente a sinistra.

Nel 1972 avevo votato per Il Manifesto, ma c’era di mezzo la libertà di Valpreda ed era stata una scelta istintiva, forse emotiva. Nel 1974 capivo la mia maturazione a sinistra come sbocco naturale (così allora la sentivo) della ricerca di un cristianesimo autentico.

Del resto anche Marx scopre la classe operaia quando si sforza – per via intellettuale – di inverare la filosofia hegeliana. Gli operai (la condizione operaia) li conoscerà successivamente tramite Engels (che, per conto suo, era un dirigente di fabbrica). La riflessione scientifica sul capitalismo e sulla sua fine Marx l’avvierà quando alla sua intuizione intellettuale (e forse alle sue aspirazioni etiche) vorrà fornire strumenti concreti per distinguerla dalle utopie di altri socialisti e comunisti.

Non entrai nel PCI, forse per la mia antica educazione anticomunista, forse perché – da eretico della Chiesa cattolica – diffidavo delle grandi organizzazioni centralizzate, forse perché anche il PCI di Nola non brillava particolarmente nel cogliere e valorizzare i segni nuovi nel panorama della città. Ricordo che anni prima – ancora ragazzi – avevamo preparato dei cartelloni sulla guerra e li avevamo esposti in piazza Duomo per provocare la discussione tra la gente. Tutto quello che qualcuno del PCI di Nola seppe dirci è che non eravamo stati capaci di distinguere tra URSS e USA.

Incontrai ex militanti del PCI (Agostino Cassese, Luigi Malferà, Pasquale Tarantino, poi Pietro Ciccone e Peppe Bruno) e con loro e con altri ex ACLI (ad esempio Michele De Blasio) e poi ex PSI (Salvatore Esposito, Michele Devastato) e altri giovani senza partito (mia moglie Carmen, mio fratello Pino, Nicola Balzano, qualche altro ragazzo o ragazza del movimento studentesco) diedi vita al PdUP e, per un po’, mi ritrovai ad essere visto come eretico sia dalla Chiesa cattolica (perché credevo nel Cristo dei poveri qui in terra) che dal PCI (perché sognavo il comunismo senza compromessi con la DC).

Non riuscimmo ad essere nemmeno in venti, noi del PdUP, eppure per sei anni ci demmo da fare a Nola e nel Nolano, suscitando interesse tra gli studenti, imponendoci all’attenzione della città (con la caparbietà dei nostri da-ze-bao, dei nostri volantini, dei nostri giornalini ciclostilati, della nostra diffusione del Manifesto, dei nostri comizi), provocando anche le minacce dei fascisti del Fronte della Gioventù.

C’era molto attivismo volontaristico, anche con qualche venatura sentimentale (penso ai volantinaggi alle cinque del mattino davanti all’Alfa Sud a Pomigliano), ma non era spontaneismo né infantilismo. Non a caso non riuscimmo mai a legare con quelli di Autonomia Operaia e non solo per il discorso sulla violenza.

Quello che evitò che – benché in pochi – ci comportassimo da gruppuscolo fu la convinzione che, per trasformare la società, occorrono movimenti di massa autonomi e l’unità articolata dei partiti di sinistra. Col PCI non eravamo d’accordo sul compromesso storico, non solo a Nola (dove l’anima buona della DC non sono mai riuscito a scorgerla) ma in generale, perché il compromesso storico legittimava in blocco la DC agli occhi degli elettori e ne ritardava il salasso salutare che avrebbe potuto liberare le forze interne alla DC, magari moderate, non conniventi con la logica del clientelismo, con la camorra e con la mafia.

Ci impegnammo a costruire movimenti di massa: con scarsa fortuna tra i disoccupati, tra i quali faceva facilmente breccia la gestione clientelare dei cantieri-scuola; con discreto successo tra gli studenti, finché il PCI commise l’errore, a mio avviso, di non dare al movimento il tempo di crescere in autonomia, per la fretta di accalappiarsene in fretta i leader: accadde così che un giovanissimo Gianfranco Nappi, cooptato dal PCI, crescesse come militante comunista (fino ad essere eletto deputato) mentre il movimento si atrofizzava.

Lavorammo con successo a un discorso unitario con PCI e PSI per le elezioni nel Distretto Scolastico, ma anche in questo caso le intuizioni e i suggerimenti, che potevamo mettere in campo con le nostre poche forze, avrebbero dovuto essere coltivati diversamente da partiti con più storia e risorse del nostro.

Significammo, ad ogni modo, qualcosa nel dibattito politico-sociale a Nola, anche se scoprimmo con angoscia che Nola è molto più vasta della sua piazza e sperimentammo l’insufficienza dei mezzi tradizionali di propaganda politica, anche se piazza Duomo si riempiva di ascoltatori ai nostri comizi come una volta sotto un sole cocente quando portammo a parlare a Nola Luciana Castellina.

Nel 1980 la nostra avventura finì. Con una sconfitta alle elezioni comunali, dal momento che con poco più di trecento voti non riuscimmo a raggiungere il quorum. Oppure con una vittoria, dal momento che dai palchi elettorali riuscimmo a dire senza rinnegare il nostro impegno unitario a sinistra quello che il PCI non diceva e riuscimmo a convincere poco più di trecento elettori che il vecchio della favola cinese, che pretendeva di buttare giù la montagna col piccone per fare posto al sole, non era pazzo se i suoi figli e i figli dei suoi figli e i loro figli ancora fossero stati disposti a fare come lui.

Il PdUP nolano si sciolse, un po’ perché i suoi membri partivano per lavoro in altre Regioni, un po’ perché alcuni di noi si erano convinti che anche a livello nazionale il PdUP come partito non aveva più storia e che prima o poi Lucio Magri ci avrebbe portato per mano nel PCI. E noi nel PCI – se proprio bisognava – volevamo entrarci con le nostre gambe.

Il PdUP a livello nazionale si è ufficialmente sciolto confluendo nel PCI il 29 novembre 1984 o, almeno, la sera di quel giorno ne ho avuto notizia dalla TV. Era il mio compleanno. Ho pianto davanti al televisore e ho saldato il mio debito con tutta la carica sentimentale e tutto il patrimonio ideale che mi hanno portato a sinistra.

La mia generazione ha visto andare in frantumi molti miti, eppure in non pochi di noi è rimasta la voglia di lottare, magari con ironia e autoironia, per una società più giusta. Non a caso a Nola il movimento per la pace, dopo la fine del PdUP, ha avuto tra i suoi animatori persone che si sono sempre esposte ed hanno sempre pagato (nella Chiesa, nelle ACLI, in Nuove Prospettive, nello stesso PCI) per una società più giusta ed umana.

Nel 1985 mi sono schierato col PCI e sono stato candidato al Consiglio Comunale di Nola come indipendente nelle liste del PCI: abbiamo perso lo stesso oppure abbiamo vinto allo stesso modo, secondo i punti di vista.

In realtà, sono stato eletto nel Consiglio Comunale ma non ci sono mai entrato. Mi sono dimesso subito dopo l’elezione. Ormai vivevo in Liguria, lavorando come preside. E come preside ho riconvertito il mio impegno politico da quello con i partiti e tra i partiti in quello istituzionale e costituzionale, tentando di costruire una scuola di tutti e per tutti, incoraggiando gli insegnanti che (a prescindere dal proprio orientamento politico) credevano nel valore della scuola e tentando di arginare gli altri che (a prescindere dal proprio orientamento politico) della scuola apprezzavano soprattutto, se non solo, lo stipendio sicuro e i ritmi di lavoro contenuti.

…….

E oggi? Oggi sono in pensione da un po’ di anni. Alcuni amici e compagni di avventura politica sono morti. Organizzazioni e Stati che hanno fatto parte del mio orizzonte politico non esistono più: si è dissolta l’URSS, è crollato il sistema sovietico con i suoi satelliti, il comunismo realizzato ha certificato il suo fallimento, sono scomparsi in Italia i grandi partiti come la DC e il PCI, la gloibalizzazione ha brutalmente messo sotto gli occhi di tutti nuove forme di sfruttamento e di divisione dell’umanità tra ricchi e poveri, il COVID si è scatenato come una tempesta sulla storia umana, anche se pochi la stanno affrontando nei loro transatlantici e molti hanno solo zattere per tentare di restare a galla.

Ma intanto restano ancora vive le ragioni che da giovane mi avevano spinto a sognare con tanti altri un mondo diverso: il padrone ha cambiato aspetto e abbigliamento ma sa ancora 1000 parole, l’operaio ha perso molti dei diritti conquistati con la lotta e sa ancora solo 100 parole….

Tutto inutile allora quello in cui ho creduto? Il Sessantotto, le lotte operaie, le marce contro la guerra in Vietnam, la solidarietà con gli ultimi, gli insegnamenti del Concilio Vaticano II, la scuola di don Milani e prima ancora la Resistenza e poi la militanza in un partito politico contro la DC, contro il clientelismo, contro le mafie?

Ora che sono sul viale del tramonto posso solo ripetere i versi composti da Renata Viganò mentre era in corso la Resistenza italiana:

Ma io vorrei morire anche stasera
e che voi tutti moriste
col viso nella paglia marcia
se dovessi un giorno pensare
che tutto questo fu fatto per niente.

E mi concedo di sognare che qualcuno dei nuovi giovani raccolga il testimone che è caduto dalle mani alla mia generazione, qualcuno di quei giovani (bambini, ragazzi, adolescenti) che le decisioni di adulti, non sempre lungimiranti, sulla pandemia hanno di fatto condannato all’invisibilità, espellendoli dai luoghi della socializzazione, a cominciare dalla scuola. Magari tra questi giovani, che riprenderanno a insegnare al mondo degli adulti il coraggio e il diritto di sognare di lanciare il cuore al di là dell’ostacolo, ci sarà anche qualcuno dei miei nipoti.


Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Categorie

<span>%d</span> blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: