Pubblicato da: luigivassallo | 9 febbraio 2019

Luigi Vassallo, Appunti di letteratura e cultura greca – Età attica

  1. La democrazia ateniese

La democrazia ateniese del V secolo a.C. è il punto d’arrivo di un lungo processo storico.

  • 621 a.C.: l’arconte Dracone mette per la prima volta per iscritto le leggi, sottraendole così all’arbitrio dell’aristocrazia che fino ad allora aveva amministrato la giustizia secondo norme consuetudinarie trasmesse oralmente. Le leggi di Dracone, tuttavia, tutelavano soprattutto le proprietà dei ricchi, anche con pene severissime come la morte.
  • 594: l’arconte Solone avvia riforme per ridurre il rischio di una guerra civile tra ricchi e poveri. Abolisce la schiavitù per debiti cioè il fatto che chi non potesse pagare un debito diventava schiavo del creditore; la legge, avendo valore retroattivo, restituì la libertà a tutti gli schiavi per debiti. Per l’esercizio dei diritti e doveri politici sostituì al principio della nobiltà per nascita quello della ricchezza, dividendo la popolazione in 4 classi sociali in base al reddito agricolo. Le alte cariche erano riservate alle prime due classi; quelli della terza classe potevano accedere solo alla magistratura degli Undici, che aveva compiti di polizia quelli che avevano poco o nessun reddito non accedevano a nessuna carica. I contributi finanziari in caso di necessità erano dovuti solo dalle prime tre classi in proporzione al reddito. tutte le classi partecipavano all’ecclesìa (assemblea), che deliberava le leggi e eleggeva le magistrature, e all’elièa, che era il tribunale popolare.
  • 546: Pisistrato instaura la tirannide nel clima del conflitto sociale tra aristocratici (che erano grandi proprietari terrieri  nelle terre di pianura, più fertili), contadini (che erano piccoli proprietari terrieri in zone interne, meno fertili) e commercianti e artigiani (stanziati lungo la costa). Pisistrato aveva l’appoggio di contadini, commercianti e artigiani, che compensò istituendo “giudici di villaggio” contro le proprietà degli aristocratici e sviluppando una politica estera attiva a favore della classe mercantile.
  • 508: l’arconte Clistene riforma le istituzioni in base al principio che tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge. Al principio della nobiltà di nascita e a quello della ricchezza sostituisce il principio territoriale in modo che le 10 tribù, tra le quali era distribuito il territorio dell’Attica, fossero composte ognuna di città, costa e interno e, quindi, raccogliessero ognuna contadini, mercanti e aristocratici, eliminando i blocchi di interessi contrapposti delle classi sociali. Restavano esclusi da qualsiasi diritto le donne, gli schiavi e i meteci (cioè gli immigrati che venivano a lavorare in Atene). Tutti i cittadini maschi liberi in età adulta avevano il diritto di partecipare all’ecclesìa e all’elièa. Tra essi ogni anno in ogni tribù venivano sorteggiati 50 che andavano a costituire la bulè (il Consiglio dei 500), con compiti di organizzazione del lavoro legislativo. Ogni anno l’ecclesìa eleggeva 10 strateghi (per le questioni militari) e 10 arconti che si dividevano i compiti di governo: ogni tribù eleggeva uno stratega e un arconte. Siccome le cariche erano gratuite, di fatto l’accesso era possibile solo ai ricchi. Ogni tribù doveva fornire un contingente militare per la difesa comune. Per evitare il pericolo di future tirannidi fu introdotto l’ostracismo (forse proprio da Clistene): ogni anno nell’ecclesìa i cittadini su un pezzo di coccio (che in greco si dice “ostrakon”) scrivevano il nome di chi temessero come pericolo per la democrazia; se un nome raggiungeva almeno seimila indicazioni, quel cittadino era mandato in esilio per 10 anni.
  • Il ruolo di Atene nelle guerre persiane e il suo impegno in difesa della libertà di tutti Greci fecero crescere la fama di Atene e la sua influenza su molte altre città,  che si concretizzò in un imperialismo ateniese, che sfociò nella guerra del Peloponneso tra Sparta e Atene e  i loro alleati. Nel V secolo Atene primeggia per ricchezza, cultura e sviluppo delle arti e diviene un centro che attrae artisti e intellettuali da tutto il mondo greco.
  • In questo periodo emergono Efialte e Pericle, che, pur essendo nobili di nascita (come i riformatori precedenti), riformano la democrazia ateniese in senso più radicale Efialte riforma l’Areopago, massimo organo giudiziario che prima era controllato dagli aristocratici in quanto ne entravano a far parte gli arconti finito il loro mandato: Efialte assegna i poteri dell’Areopago alla Bulè, all’Ecclesìa e all’Elièa. Pericle fa retribuire le cariche pubbliche, consentendone di fatto l’accesso anche a chi non era ricco, e limita la cittadinanza (con i diritti e i doveri politici) solo ai cittadini ateniesi nati da genitori entrambi  ateniesi di nascita e liberi. Ovviamente, anche nella sua versione più avanzata, la democrazia ateniese continua ad escludere donne, schiavi e immigrati.

 

  1. La grande lirica corale: Simonide, Pindaro,Bacchilide
  • SIMONIDE (556 – 466 a.C). Nato a Ceo, si fece conoscere  ben presto fuori da Ceo. Fu attivo in  Atene, in Tessalia alla corte di Skopas, a Siracusa alla corte di Ierone e in Sicilia morì. Durante le guerre persiane divenne il più celebre cantore del mondo greco e celebrò i caduti greci nelle guerre. Dalla tradizione emergono  sulla figura di Simonide questi elementi:
  1. Uno spirito aperto e pratico: avrebbe inventato la mnemotecnica, segni alfabetici, una corda aggiunta al’eptacordo.
  2. Un comportamento spilorcio, dovuto forse alla consapevolezza del valore sociale e pratico della sua poesia.
  3. Uno spirito senza complicazioni metafisiche e piuttosto scettico.

Dai frammenti rimastici della sua produzione la poesia di Simonide sembra risentire di un mestiere abile nell’utilizzo di sostantivi e aggettivi, di figure stilistiche ecc.. Tuttavia il poeta latino Catullo sottolineava il “pathos” dei versi simonidei definendoli “lacrime simonidee”.

 

  • PINDARO (518 – 438 a.C.). Nato a Cinocefale presso Tebe da nobile famiglia, si dedicò ben presto alla poesia, e acquistò rapida fama in tutto il mondo greco. Fu in Atene, dove celebrò la vittoria di Atene sui Persiani, pur non entusiasmandosi per le guerre persiane, troppo “democratiche” per la sua formazione aristocratica. Fu a Siracusa dove fu preferito da Ierone, ma poi scalzato da Bacchilide, forse per pressioni dello zio di questo, Simonide. Seppellito a Tebe, dopo la morte ad Argo, ebbe la sua tomba risparmiata da Alessandro quando decise la distruzione di Tebe. Pindaro trattò tutte le forme della lirica corale ma già gli antichi videro in lui soprattutto il poeta dell’epinicio, cioè del canto per un atleta vincitore. Dagli epinici rimastici ricaviamo i seguenti elementi: costitutivi:
  1. Esaltazione panellenica del vincitore: di qualunque città sia, egli appartiene comunque al mondo greco.
  2. Tripudio festivo della solennità religiosa.
  3. Antico valore sociale della gara ginnica.
  4. Le grandi famiglie che discendono da un eroe ne rinnovano la virtù, che è ereditaria.
  5. Questa virtù ereditaria dà loro il diritto a ricchezza, potenza, gloria.
  6. Tuttavia ricchezza, potenza e gloria sono effimere come effimero è l’uomo che è “sogno di ombra”.
  7. Gli dei, nella loro generosità, hanno concesso agli uomini le Muse, per cui il poeta è investito della missione di trasmettere al vincitore la vera gloria, che supera la breve vicenda umana.
  8. Il mito, che richiama il capostipite o il fondatore della città o l’eroe che vi si venera, serve a saldare il passato al presente e a proiettare la gloria di un giorno in una dimensione immortale.

 

  • BACCHILIDE (518 o 517 – intorno al 450 a.C.). Nato  nell’isola di Ceo da una sorella di Simonide, seguì le orme dello zio in costante concorrenza con Pindaro. Fu in Tessalia, Atene, Sicilia; da qui fu esiliato (non si sa perché) nel Peloponneso, tornò in paria ove morì. Trattò numerose forme di lirica corale. Da quello che ci è arrivato della sua produzione ricaviamo che la struttura e il procedimento dei suoi epinici erano quelli di Simonide e Pindaro, ma per i Greci non risiede in questi elementi l’originalità di un poeta.  È diverso il timbro, che possiamo cogliere nella riflessione su Creso, che è preso a modello, pur non essendo né dio né eroe, ma solo un mortale, un uomo della storia, non della fantasia: questo Creso acquista un valore paradigmatico, perché, pur distrutto da una calamità, non si lascia abbattere e conserva una grandezza morale.

 

  1. Il Teatro
  • I grandi autori di tragedie: Eschilo, Sofocle, Euripide

 

  • ESCHILO (525 – 456 a.C.). Ateniese, di nobile famiglia, combatté nelle guerre persiane: a Maratona (dove morì il fratello Cinegiro), a Salamina, a Platea. Già famoso soggiornò  in Sicilia, dove morì. Della sua vasta produzione ci restano 7 tragedie e un po’ di frammenti. Vinse 13 volte.

 

Le Supplici, la più antica opera del teatro mondiale, arcaica nella tecnica rudimentale e nella mancanza di un eroe tragico. Di fronte alla richiesta di aiuto delle Danaidi contro i cugini Egizi che pretendono di sposarle, Pelasgo, re di Argo, combattuto tra il dovere di proteggere le supplici e il timore di una guerra con gli Egizi, lascia decidere il popolo che opta per le supplici.

 

Gli Egizi. Morto Pelasgo, Danao finge d acconsentire alle nozze, ma impone alle figlie di uccidere i mariti la prima notte di nozze. Ipermestra, innamorata del marito, si ribella alla volontà del padre.

 

I Persiani. Nella corte di Serse un messo trafelato annuncia la sconfitta da parte dei Greci alla vedova di Dario e agli alti dignitari. Compare l’ombra di Dario ad ammonire i Persiani di non tentare più di invadere l’Europa. Infine arriva Serse, lacero, avvilito, affranto.  La tragedia, ispirata a un fatto glorioso, rianimava l’orgoglio del pubblico ateniese per quanto Atene aveva fatto in difesa ella libertà di tutti i Greci. Tuttavia, Eschilo non è animato da uno spirito nazionalistico ma da una coscienza religiosa e civile: i Greci vincono perché rispettano gli dei; Serse perde per la sua empietà, per aver distrutto templi e gettato un ponte di barche sull’Ellesponto.

 

Prometeo incatenato. Compare il 3° attore: non si sa se si tratti di invenzione di Eschilo o di una sua ripresa da Sofocle. Tutta la scena si svolge presso la rupe alla quale Zeus ha fatto incatenare Prometeo per punirlo di aver dato il fuoco agli uomini. Qua si raccolgono il coro delle Oceanidi, Oceano, Io, Ermes. Prometeo è un misto di ribelle e di martire, di benefattore e di imbroglione, ma, nello scontro con Zeus (che è suo cugino), è anche erede delle divinità del caos che hanno dovuto cedere all’ordine istituito da Zeus sulla giustizia.

 

I Sette a Tebe. I due fratelli, Eteocle (che difende Tebe) e Polinice (che l’assedia), si uccidono: Tebe resta salva, ma la città decreta che Polinice non sia sepolto. A questo decreto si ribella la sorella Antigone.

 

Agamennone. Tornato da Troia con la schiava Cassandra viene accolto con finta gioia dalla moglie Clitemestra che fa strage di lui e di Cassandra. Incombono angoscia, incubo, fiume di sangue, in una catena di delitti, dagli avi Pelope, Atreo, Tieste fino a Clitemestra e poi a Oreste.

 

Coefore. Sulla tomba di Aagamennone Elettra riconosce il fratello Oreste, tornato ad Argo con l’amico Pilade dopo molti anni. Oreste uccide Egisto e Clitemestra. L’uccisione della madre, benché voluta da Apollo,  è sangue che chiama sangue.

 

Eumenidi. Oreste è perseguitato dalle Erinni per aver ucciso la madre e viene inviato da Apollo ad Atene, dove la dea Atena affida il giudizio a un tribunale di cittadini. Le Erinni sostengono il diritto del sangue che vieta l’uccisione della propria madre; Oreste sostiene la sacralità del matrimonio, violata da Clitemestra e dal suo amante Egisto con l’uccisione di Agamennone.  Il matricidio si eleva a problema teologico: il principio cosmico della vita, sostenuto dalle Erinni, contro l’ordine nuovo (voluto da Zeus, col matrimonio a fondamento della società), sostenuto da Apollo. Il tribunale si divide a metà, ma col voto di Atena il giudizio è favorevole ad Oreste. Le Erinni vengono placate dal popolo e diventano Eumenidi.

 

 

  • SOFOCLE (496 – 406 a.C.). Nato ad Atene da un ricco industriale, ricevette una buona educazione e non si allontanò mai da Atene. Nel 468, alla sua prima partecipazione a un concorso tragico, batté Eschilo. Della sua produzione ci restano 7 tragedie e molti frammenti. Introdusse nel teatro diverse novità:  la tetralogia con drammi slegati tra loro;  terzo attore  (invenzione da alcuni attribuita ad Eschilo); coro aumentato da 12 a 15 elementi, col corifeo che interviene nel dialogo; nuovi costumi teatrali; attori professionisti.  Vinse 18 volte nelle feste Dionisie e 6 volte in quelle Lenee.

 

Aiace. Aiace, impazzito perché Agamennone e Menelao gli hanno negato l’onore delle armi di Achille, massacra il bestiame, bottino dei Greci, credendo di uccidere i suoi rivali e, quando si accorge di quello che ha fatto, si uccide. Il suicido per Aiace è una via per morire nobilmente, visto che gli è stata negata la possibilità di vivere nobilmente. Il cadavere disfatto rimasto sulla scena pone il problema religioso della sepoltura e, al tempo stesso, la questione della vanità umana.

 

Trachinie. A Trachis Deianira attende il marito Eracle, ma, quando viene a sapere che questi è innamorato di Iole che sta conducendo con sé, gli manda un peplo intriso nel sangue del centauro Nesso, che era stato ucciso da Eracle. Deianira crede di recuperare così l’amore del marito, ma non sa che si tratta di una vendetta postuma ordita da Nesso: il peplo, infatti,divora la carne di Eracle. Deianira allora si uccide. Deianira non ha rancore né per il marito né per Iole; più che la gelosia agiscono in lei la consapevolezza che la sua bellezza sfiorita non può competere con la giovinezza di Iole e il rifiuto di restare nella reggia come moglie solo di nome.

 

Antigone. Ricollegandosi al finale dei “Sette a Tebe” di Eschilo, la tragedia presenta lo scontro tra Antigone (che agisce in nome di una legge eterna e immutabile, che le impone la sepoltura del fratello) e Creonte (che agisce in nome della legge della città). Il dramma di Antigone consiste nel suo essere spietata nella fedeltà al suo dovere, fino al punto di rinunciare alle nozze e a una propria figliolanza impiccandosi. Il dramma di Creonte consiste nel dover condannare  quella che è la figlia di sua sorella e  promessa sposa  di suo figlio fino ad i assistere al suicidio del figlio sul cadavere di Antigone.

 

Edipo re. Ritenuta da Aristotele il capolavoro di Sofocle e un modello per tutto il teatro tragico, la tragedia presenta il dramma di Edipo, che, dopo aver ucciso il proprio padre Laio (senza sapere chi fosse) ed averne sposato la moglie Giocasta (che era sua madre), da cui aveva avuto 4 figli (che, quindi, erano suoi fratelli), si trova a combattere una terribile pestilenza, per la quale l’oracolo di Delfi impone l’allontanamento dalla città dell’assassino di Laio. Edipo, indagando alla ricerca dell’assassino, arriva alla tragica scoperta che è stato lui ad uccidere Laio, che Laio era il suo vero padre, che lui ha sposato sua madre e ha messo al mondo figli che sono suoi fratelli. Di fronte a quest’orrore Giocasta si uccide e Edipo si acceca sul cadavere della madre e va in esilio. Edipo impersona l’infelicità umana, soggetta al caso, e l’uomo che, anche quando è nobile, non può nulla con la sua volontà contro l’assurdo che domina l’esistenza umana.

 

Elettra. Sulla materia già trattata da Eschilo nelle “Coefore”, Sofocle introduce la variazione del contrasto tra Elettra (con la sua disperata volontà di vendetta sulla madre) e la sorella Crisotemide (con la sua rassegnata accettazione della realtà).

 

Filottete. Abbandonato dai Greci nell’isola di Lemno a causa di una sua fetida piaga al piede, possiede l’arco e le frecce donatigli da Eracle, senza i quali i Greci non possono conquistare Troia.  Così Odisseo e Neottolemo  glieli rubano con un inganno,ma Neottolemo si pente  e li restituisce a Filottete. Dal cielo appare Eracle che favorisce la riconciliazione.  Dramma psicologico fondato sul contrasto tra l’astuzia senza scrupoli di Odisseo e la generosità di Neottolemo.

 

Edipo a Colono. Ultima opera di Sofocle, composta a quasi 90 anni e rappresentata solo dopo la sua morte.  Edipo cieco, guidato da Antigone, arriva ad Atene, sul colle sacro all’eroe Colono, per affidarsi alla protezione di Teseo. Lo richiamano  a Tebe sia  i figli Eteocle e Polinice sia Creonte, ma Edipo rifiuta di tornare e maledice i figli condannandoli al fratricidio. In realtà Edipo nei figli maledice se stesso e il suo passato di orrore. Antigone è consacrata al dolore e all’amore per il padre, oltre che alla pietà per il fratello Polinice.  Teseo contrappone la sua regalità all’ignobile violenza di Creonte. Ma il vero protagonista è Atene, che, proprio nell’ora della sua sconfitta storica, viene celebrata da Sofocle nella gloria (ormai perduta) di città fondata sulla giustizia e la pietà verso gli dei.

 

  • EURIPIDE (intorno al 480 – 406 a.C.). Nato a Salamina, secondo la tradizione lo stesso giorno della battaglia di Salamina (5 settembre)  in cui gli Ateniesi sconfissero i Persiani di Serse. Di famiglia benestante, poté avere un’accurata educazione. Formatosi in un vivace clima intellettuale (quello di Socrate e dei Sofisti), si tenne però lontano dalla vita politica, forse per il suo carattere poco socievole. Iniziò col teatro solo a più di 30 anni: nel 408 accettò l’invito di Archelao, re di Macedonia, e in Macedonia morì.  Della sua vasta produzione ci restano 18 opera intere e numerosi frammenti. Vinse solo 4 volte.  Elementi caratteristici della sua drammaturgia sono:
  1. Prologo espositivo, che informa il pubblico dell’antefatto e delle vicende della tragedia.
  2. Deus ex machina, espediente per chiudere la tragedia. Insieme col prologo espositivo dimostra che Euripide è interessato poco all’azione drammatica e che questa è solo un mezzo per concentrarsi sull’uomo che vive nel personaggio.
  3. Modifica del rapporto tradizionale tra attore (col monopolio del dialogo) e coro (col monopolio del canto): ora spesso il canto è usato anche dall’attore.
  4. Euripide si concentra sul personaggio che si sforza sempre di portare a coscienza le sue passioni e di capire cosa vuol fare e perché. Si parla perciò di “realismo” di Euripide, con i suoi eroi laceri, storpi, miseri: innovazione per la quale fu preso in giro nelle commedie di Aristofane, mentre Euripide tentava di immettere nelle tragedia uno spirito nuovo.

 

Una breve presentazione di alcune delle tragedie di Euripide:

Alcesti.  Admeto, re di Ferai, può scampare alla morte se un altro accetta di morire al posto suo. Il padre e la madre non vogliono sacrificarsi, la moglie Alcesti accetta di morire. Mentre se ne celebra il funerale arriva Ercole, che durante il banchetto offerto in suo onore viene a sapere della morte di Alcesti  e corre agli inferi per rapire Alcesti e restituirla al marito. È l’opera più antica di Euripide pervenutaci, in cui spiccano il pathos dell’estremo addio di Alcesti, gli opposti egoismi di Admeto e del vecchio padre (che si rinfacciano a vicenda il rifiuto di morire), la rozzezza nobile di Eracle.

 

Medea. Dopo aver aiutato Giasone a conquistare il vello d’oro, uccidendo per lui il proprio  fratello, Medea sta per essere abbandonata, con i loro due figli,  da Giasone, in procinto di sposare la figlia di Creonte, re di Corinto. Prepara così un’orrenda vendetta: dona alla sposa una veste avvelenata che provoca la morte a lei e al padre accorso in suo aiuto e uccide i figli con le proprie mani, portandosi via i cadaveri sul carro del Sole sotto gli occhi di Giasone disperato. Medea è tutta istinti e passioni disumane, una donna come forza della natura che la ragione rende consapevolmente feroce; per amore di Giasone uccide tutti quelli che si frappongono tra loro: il fratello, la promessa sposa con suo padre e infine i figli, che le sono cari in quanto pegno d’amore con Giasone, ma ora anche attraverso essi sente minacciato il proprio amore oltre che la propria vita.

 

Ippolito. Considerata uno dei capolavori universali, la tragedia che ci è arrivata è un rifacimento della prima versione che aveva scandalizzato il pubblico ateniese. Nella prima versione Fedra, innamorata del figliastro Ippolito, figlio del marito Teseo, riusciva a conquistarlo con un filtro magico e giustificava il proprio comportamento scandaloso con i tradimenti subiti da Teseo. Nella nuova versione, Fedra cerca di resistere alla passione fino ad uccidersi, ma, prima di morire, in uno scritto accusa Ippolito di averla violentata, sicché Teseo maledice il figlio innocente e lo affida alla vendetta di Poseidone. Fedra si uccide per non perdere il suo buon nome e tuttavia, con la falsa accusa contro Ippolito, realizza nella sua follia l’unica possibilità di possedere quell’amore che l’ha distrutta. Se  Fedra lotta tra ragione e passione, Ippolito, nella sua dedizione ad Artemide (dea della caccia) e nel suo rifiuto di cedere alle lusinghe femminili, resta fedele al suo ideale di castità fino alla tracotanza.

 

Troadi. Troia è caduta. Sulla scena Ecuba, circondata dal coro delle altre prigioniere troiane, rievoca la tragedia della patria e della famiglia e condivide il dolore con la figlia Cassandra e la nuora Andromaca, mentre Elena, per nulla pentita, si discolpa con Menelao professandosi innocente, nonostante le smentite di Ecuba che la sbugiarda.

 

Elettra. La materia è la stessa delle “Coefore” di Eschilo e dell’”Elettra” di Sofocle, ma è trattata con le tipiche variazioni euripidee: Elettra vive in una casa modesta con un contadino, al quale è legata solo da un matrimonio di facciata, cosa che le permetterà di sposare Pilade, amico del fratello Oreste; il riconoscimento di Oreste è più verosimile grazie alla testimonianza di un vecchio che l’aveva allevato; Egisto viene ucciso  non nel palazzo ma in campagna dove s’era recato senza scorta; Clitemestra viene uccisa nella casa di Elettra dove è stata attirata con la falsa notizia che la figlia ha partorito; l’uccisione avviene dopo un drammatico confronto tra madre e figlia. Ma, oltre questi e altri particolari, è il tono ad essere diverso dalle opere di Eschilo e di Sofocle: se in Eschilo c’è un conflitto tra le ragioni del matrimonio e quelle della maternità e in Sofocle domina la feroce volontà di Elettra, il matricidio in Euripide si rivela una gratuita crudeltà.

 

Baccanti. La  tragedia, scritta verso la fine della sua vita, è quasi un testamento di Euripide. Dioniso, infuriato perché a Tebe non viene riconosciuto come dio, fa impazzire le donne e spinge la madre del re Penteo a uccidere il proprio figlio. Dioniso domina la tragedia con la sua ambivalenza: ambiguo e sereno ma anche superbo e perfido, vendicativo e beffardo, ma anche benefico coi suoi iniziati e spietato con gli increduli. Per  contro, Penteo da razionalista cerca di opporsi alla follia che, stimolando i bassi istinti, fa precipitare lo stato nell’anarchia. Il coro, fuso nell’azione, costruisce al clima di esaltazione orgiastica. Ma cosa intendeva fare Euripide con questa tragedia? Denunciare la presunzione umana che corre verso la propria rovina mentre pretende di essere saggia? Pronunciare la condanna di un dio crudele? Cedere, lui che è razionalista e ateo, al fascino dell’irresistibile potenza del dio? O è più corretto sottolineare che la vera sostanza di questa tragedia è la poesia?

 

  • La commedia antica: Aristofane

 

Caratteri principali della commedia antica sono:  importanza del coro (in particolare nella “parabasi”, che interrompeva l’azione della commedia col coro che si rivolgeva direttamente al pubblico per diffondere le riflessioni dell’autore); contenuti riferiti di solito all’attualità politica e culturale; personaggi che si fanno portavoce di tesi dell’autore; attacchi a individui facilmente riconoscibili; comicità forte; satira liberissima. Principale e per noi unico testimone pervenuto della commedia antica è

 

ARISTOFANE (444/441 – forse 385/384 a,C,). Nato ad Atene, ebbe un’accurata formazione letteraria e musicale, conobbe Erodoto, filosofi e sofisti, non si impegnò direttamente in politica anche se fu insignito di una corona d’olivo come cittadino benemerito.

Esordì come commediografo a 17 anni sotto falso nome ottenendo la vittoria con gli “Acarnesi”. Ci sono giunte 11 commedie e un migliaio di frammenti.  L’ultima rappresentazione, poco prima della morte, è del 386/384 e fu realizzata sotto l nome di uno dei figli. Riportò molte vittorie.

Diamo uno sguardo ad alcune delle commedie pervenuteci:

 

Acarnesi.  Il coro di contadini attici, infuriato contro gli Spartani per le devastazioni da loro compiute, vuole continuare la guerra, ma Diceopoli conclude per suo conto una tregua trentennale col nemico. Il coro lo accusa i tradimento; Diceopoli si difende, facendosi prestare da Euripide la veste di uno dei suoi personaggi cenciosi e rivelando agli Acarnesi che la vera causa della guerra è un litigio tra giovanotti ubriachi per delle prostitute. Così Diceopoli convince gli Acarnesi e, mentre Lamaco, favorevole alla guerra, torna a casa ferito, organizza un pranzo per festeggiare la propria vittoria

 

Cavalieri. Aristofane prende di mira l’uomo politico del momento, il demagogo Cleone, attaccandolo sotto i panni del cuoiaio Paflagone, uno schiavo barbaro che si prende gioco di Demo (= il Popolo), vecchio rimbambito. Il cuoiaio viene scalzato dal salsicciaio Agoracito, che trascina Demo dalla sua parte.

 

Nuvole. Qui è preso di mira Socrate, considerato da Aristofane un sofista. Il vecchio Strepsiade, angosciato dai debiti del figlio, ricorre all’aiuto  di Socrate, che lo accoglie appollaiato su un cesto. Scacciato da Socrate, manda il figlio alla sua scuola. Il giovane, una volta appresi i trucchi dei sofisti, manda in confusione i creditori, ma, quando il padre è pronto a festeggiare questo successo, lo picchia e, sempre con argomentazioni sofistiche, lo convince che fa bene a picchiarlo. Allora il vecchio dà fuoco al Pensatoio, provocando la morte di Socrate e dei suoi discepoli.

 

Pace. Un vecchio contadino ateniese, stanco della guerra, sale al cielo per chiedere l’intervento di Zeus, ma scopre che gli dei – sdegnati coi Greci –hanno traslocato lasciando gli uomini nelle mani di Polemos (= la Guerra), il quale ha imprigionato la Pace in una caverna. Il vecchio , con l’aiuto di altri contadini, la libera.

 

Lisistrata. Nel 411 c’è stata la catastrofe ateniese in Sicilia. Nella commedia una donna ateniese, Lisistrata, per porre fine alla guerra convince le altre donne ad uno sciopero contro i mariti: non più lavori femminili, non più prestazioni sessuali. Lisistrata fatica a tenere ferme le altre donne nel patto, perché  per alcune l’astinenza sessuale è pesante, ma alla fine ottiene la resa dei maschi e la conclusione della pace tra Atene e Sparta.

 

Ecclesiazuse. Stanche del dominio dei maschi che hanno trascinato Atene nella rovina, le donne decidono di impadronirsi del potere e, uscendo di casa mentre i mariti dormono travestite da maschi, fanno votare in assemblea (ecclesìa) il trasferimento del governo alle donne. Il loro programma è: beni in comune; tutto amministrato dalle donne; terre lavorate dagli schiavi; abolizione della famiglia; donne e figli in comune; tribunali trasformati in sale per banchetti di stato. Nella festa finale alcune brutte vecchie, rivendicando la nuova legge, contendono i bei giovanotti alle donne giovani e belle.

 

 

Schema tipico delle commedie di Aristofane  è il seguente: il o la protagonista formula un progetto per porre fine ai mali della città; vengono poi presentate realisticamente le conseguenze della realizzazione di tale progetto; per finire, un banchetto o un corteo nuziale in un clima di allegria festosa.  Da questo schema sembra discostarsi, con l’incendio e le morti finali, la commedia “Nuvole”, ma questo drammatico finale, a ben guardare si rivela un felice risultato per la città. In realtà, ad Aristofane, più che lo svolgimento dell’azione, interessano macchiette, trovate, episodi particolari. Il nucleo della commedia, però, ha una sua serietà, dal momento che riprende fondamentali interessi pubblici: guerra o pace, governo della città, educazione dei giovani, degenerazione della democrazia in demagogia ecc.  A differenza delle tragedie, nella commedia antica mancano personaggi di rilievo che riassumano il dramma. Perciò il successo di ogni commedia è garantito dall’abilità linguistica di Aristofane, che si muove dalla volgarità sconcia all’allusione sottile, dalla realtà umile alle tematiche ardue, fino a ricreare nella parodia il linguaggio dei tragici.  Vera protagonista delle opere di Aristofane, in fin dei conti, è Atene, destinata da demagoghi e sofisti a concludere la sua “giovinezza” felice e gloriosa in una “vecchiaia” di rovina.

 

 

  1. Gli oratori: Lisia, Demostene, Isocrate.

 

Nel clima politico-culturale dell’Atene del V secolo a.C. fiorisce la grande oratoria di cui abbiamo numerose testimonianze scritte, anche se si è ovviamente persa la differenza tra testo scritto e testo recitato nella specifica occasione.  A partire da Aristotele l’oratoria viene distinta in tre generi fondamentali:

  1. deliberativo, che si esercita nell’ecclesìa, alla ricerca del consenso su una proposta da deliberare;
  2. giudiziario, che si esercita nei tribunali, dove la legge ateniese prescriveva che non ci fosse il patrocinio di un avvocato e che l’arringa dell’accusatore o dell’accusato dovesse essere pronunciata da lui stesso, il quale ovviamente ricorreva spesso all’aiuto di un logografo, che gli scriveva l’arringa perché la mandasse a memoria;
  3. epidittico o dimostrativo, per occasioni varie:orazioni funebri, encomi, panegirici ecc.

 

Gli antichi indicavano come campioni di questi generi Demostene, Lisia, Isocrate.

 

  • Demostene (384 – 322 a.C.). Nato ad Atene, orfano di padre a 7 anni, viene affidato con la sorella più piccola ai fratelli del padre che amministrano male il suo patrimonio. Si mantiene con la professione di logografo, ma, quando parla in assemblea, non ha successo, a causa di un difetto di pronuncia che col tempo riesce con fatica a correggere. In politica si schiera col partito antimacedone infiammando gli ateniesi con i suoi discorsi contro Filippo e scontrandosi con un altro oratore, Eschine, sostenitore di una politica filo macedone. Gli eventi storici deludono Demostene col trionfo di Filippo, ma, ala sua morte, egli riprende coraggio e rilancia l’iniziativa di Atene per la riscossa nella libertà, ma, ancora una volta, viene deluso dall’azione travolgente dell’erede di Filippo, Alessandro. Alla morte di Alessandro, Demostene torna in campo mentre l’intera Grecia insorge per subire, però, una sconfitta definitiva da parte di Antipatro, che reggeva la Macedonia. Cercando di sfuggire alla cattura da parte dei Macedoni, Demostene si dà la morte. L’oratoria di Demostene (di cui ricordiamo le “Filippiche” contro Filippo di Macedonia e “Sul tradimento dell’ambasceria” contro Eschine) si caratterizza per la sua impostazione militante e non da tavolino, e, conseguentemente, per la passione che anima la parola scritta.

 

  • Lisia (459/455 – 380 a.C.). Nato ad Atene da un siracusano che si era arricchito come proprietario di una fabbrica di scudi, poté ottenere un’accurata educazione, ma, non essendo figlio di ateniese, non poté godere dei diritti politici e visse ad Atene come meteco (cioè come immigrato). Sostenitore della democrazia ateniese, fu perseguitato dai “Trenta tiranni”, che ne uccisero il fratello e confiscarono i loro beni. Al ritorno della democrazia, alla quale aveva contribuito con risorse che era riuscito a salvare, non ottenne la restituzione dei beni e, dovendo mantenere un vasto parentado, fu costretto ad esercitare a 57 anni la professione di logografo, peraltro con successo. Ci restano di lui una trentina di orazioni e un po’ di frammenti, da cui  emergono queste caratteristiche:

 

  1. Precisione e sottigliezza dell’interpretazione giuridica.
  2. Felice valutazione delle testimonianze.
  3. Abilità delle argomentazioni.
  4. Capacità di prospettare con chiarezza il punto centrale.
  5. Efficacia della perorazione.
  6. Eloquenza costruita con cose e fatti.
  7. Abilità di creare con poche pennellate un quadro in cui collocare personaggi, delineati nella loro completa personalità.

 

  • Isocrate (436 – 338 a.C.). Nato ad Atene di famiglia agiata, poté seguire le lezioni di sofisti a pagamento, ma, perso il patrimonio familiare a causa delle guerre, dapprima esercitò la professione di logografo, poi aprì una propria scuola di eloquenza. Secondo la tradizione, si sarebbe lasciato morire di fame dopo la vittoria di Filippo a Cheronea nel 338, che segnava la fine della libertà dei Greci. L’attività che rese famoso Isocrate nel mondo antico è soprattutto quella di saggista politico:

 

Panegirico, terminato nel 380 per essere recitato nei Giochi Olimpici, sostiene che Atene può riaffermare la libertà e la civiltà della Grecia, intraprendendo insieme con Sparta una nuova lotta contro la Persia, eterno nemico. Ma la storia delude Isocrate, con la sconfitta di Sparta da parte di Tebe e col fallimento di tutte le speranze di riscossa del mondo greco che Isocrate ripone di volta in volta in una guida diversa (Giasone di Feres o Dionigi il Vecchio di Siracusa o Atene stessa).

Areopagitico del 357, che proclama: panellenismo, egemonia di Atene, lotta contro la Persia, necessità di una riforma della democrazia ateniese per tornare all’aristocrazia moderata di Solone e Clistene.

Sulla pace del 355 sconfessa l’impero marittimo ateniese, ritenendolo fonte di invidie e ambizioni.

Filippo del 346 in cui Isocrate si illude di trovare in Filippo di Macedonia il capo a lungo cercato.

Panatenaico del 339, canto del cigno di un autore quasi centenario.

 

Dell’attività di retorica va ricordato  lo scritto Contro i sofisti, nel quale Isocrate contrappone l’eloquenza come fondamento dei suoi ideali civili e politici all’indifferentismo etico e al relativismo dei sofist

 

  1. Gli storici: Erodoto, Tucidide.
  • ERODOTO (490/480 – dopo 425 a.C.). Nato ad Alicarnasso e suddito, quindi, del re di Persia, compì molti viaggi, soggiornò ad Atene (dove fu amico di Pericle e di Sofocle) e partecipò alla fondazione di Turii in Magna Grecia, dove rimase fino alla morte. La sua opera Storie fu divisa da un filologo alessandrino in 9 libri. Probabilmente Erodoto iniziò a scrivere l’opera senza uno scopo predeterminato e uno schema prefigurato, a partire dai “lògoi” cioè dai racconti dei suoi viaggi. Successivamente, nel clima culturale ateniese, Erodoto prese coscienza della particolarità dello scontro tra Greci e Persiani e di come questo aveva cambiato il senso della storia. Nel proemio (scritto, come di solito avveniva, al completamento dell’opera) Erodoto presenta il testo come “esposizione di un’indagine” fondata su:  visione diretta; ascolto diretto o mediato da scritti altrui;  fama o opinione. Va tenuto presente, però, che, non conoscendo la lingua dei popoli presi in esame, Erodoto non può usare fonti scritte ma deve affidarsi alle interpretazioni altrui. Tuttavia non accetta passivamente le tradizioni, anzi manifesta a volte la sua incredulità ed affida il giudizio finale alla responsabilità dei suoi ascoltatori o lettori. In realtà Erodoto guarda alla vita come a un mistero, nel quale sembra mancare qualsiasi principio razionale, sicché a volte non è possibile nemmeno dire se un fatto sia vero o no.  Solo dopo la morte – osserva Erodoto – si può dire di un uomo se sia stato felice o no, perché la vita è esposta a tanti mali, sicché la morte finisce con l’apparire un rifugio desiderabile: pessimismo assoluto questo di Erodoto, come quello di Sofocle e Pindaro; pessimismo che si traduce nel valore riconosciuto a “istorìe” (= storia, in greco) come indagine che l’uomo può fare senza però poter comprendere il cieco svolgersi degli eventi.

 

  • TUCIDIDE (460/455 – forse 404 a.C.).  Nato ad Atene, ebbe indipendenza economica grazie alle miniere d’ora in Tracia della sua famiglia. Fu contagiato dalla peste nel 430. Nel 422 come stratego fu coinvolto nella mancata difesa di Anfipoli e fu condannato all’esilio. La sua opera storica, divisa in 8 libri da un grammatico ellenistico, ha per argomento la guerra del Peloponneso, anche se termina con i fatti del 411, forse per interruzione dovuta alla morte dell’autore. Tucidide si caratterizza come storico per lo scrupolo nel documentarsi, per la chiarezza nell’esposizione del proprio metodo, per la consapevolezza dell’importanza dei risultati consentiti.  In sintesi il metodo di Tucidide è il seguente:

 

  1. negare fede agli abbellimenti imposti ai fatti dai poeti e ai logografi che hanno narrato per compiacere le aspettative del pubblico;
  2. investigare a fondo la guerra del Peloponeso, che è la più importante fra tutte le guerre conosciute;
  3. riportare i discorsi dei personaggi per come l’autore li ha sentiti o per come, verosimilmente, avrebbero dovuto essere;
  4. riportare i fatti solo dopo averli investigati accuratamente, impresa questa faticosa perché più persone raccontano lo stesso fatto in modi diversi;
  5. escludere elementi favolosi, scontando di avere così un testo meno gradevole pur di garantire una ricerca utile a chi sia interessato alla verità;
  6. scrivere un’opera come possesso perenne e non per ottenere un applauso momentaneo.

 

  1. La filosofia: Anassagora, l’atomismo, i sofisti, Socrate. Platone, Aristotele.
  • ANASSAGORA (verso 496 – verso 428 a.C.). Nato a Clazomene, in Asia Minore, nel 432 fondò una scuola di filosofia ad Atene ed ebbe tra i discepoli Euripide e forse Socrate. Entrato a far parte della cerchia di Pericle, nel 432 fu accusato di empietà dagli avversari di Pericle, che non osando attaccare direttamente il potente uomo politico, attaccavano quelli della sua cerchia. Anassagora fuggì a Lampsaco dove continuò fino alla morte la sua scuola di filosofia. Il suo pensiero può essere così sintetizzato:
  1. il mondo sensibile è prodotto dalla mescolanza e dalla separazione di innumerevoli “semi”;
  2. in uno stadio originario questa mescolanza era totale sicché non c’era distinzione tra gli oggetti;
  3. successivamente un’intelligenza esterna mise in moto la materia provocando la separazione e la riaggregazione dei semi. Stando alle contestazioni che gli antichi movevano ad Anassagora, questo processo non avrebbe nessuna finalità.

 

  • DEMOCRITO (circa 460 – circa 370 a.C.). nato ad Abdera, in Tracia, si interessò e scrisse di fisica, matematica, musica, etica. Fu discepolo di Leucippo, che gli antichi consideravano inventore della teoria atomista, ma del quale non sappiamo quasi nulla. Dai frammenti di Democrito ricaviamo:
  1. costituenti del mondo sensibile sono gli atomi, infiniti di numero, indivisibili e distinti tra loro solo per forma, posizione e disposizione;
  2. gli atomi si muovono nel vuoto, anch’esso infinito, e scontrandosi tra loro danno luogo ai diversi oggetti
  3. tutto questo avviene non in base a un principio intelligente, ma in base alla necessità che spinge gli atomi ad aggregarsi per forma e grandezza.

 

  • SOFISTI. Il termine sofistài originariamente indica persone che eccellono per loro capacità in ambiti diversi. Esso però, grazie soprattutto al giudizio di Platone, ha finito con l’acquisire un significato negativo, che conserva ancora oggi  nel linguaggio comune.  I sofisti storici agiscono nell’Atene del V secolo a.C., dove confluiscono da luoghi diversi del mondo greco, attratti dal successo ateniese sul piano politico, economico e culturale, e dove offrono a pagamento il loro sapere. Proprio questo particolare del pagamento ha influito sul giudizio negativo, soprattutto se confrontato con l’insegnamento gratuito di Socrate.  Va riconosciuto peraltro un valore democratico all’attività dei sofisti, che sottraeva, sia pure a pagamento, il sapere alle corporazioni chiuse. Dai non numerosi frammenti pervenutici ricaviamo i seguenti elementi:
  1. “Rivoluzione umanistica”: l’indagine sulla natura cede il passo all’indagine sulla condizione dell’uomo.
  2. “Uomo misura di tutte le cose”: sentenza di Protagora  nella quale “uomo” può significare singolo individuo o singola comunità oppure l’intera umanità, mentre “cose” può significare oggetti percepiti dai sensi oppure valori assunti da una comunità oppure l’intera realtà. In ogni caso è un’affermazione di relativismo.
  3. “Critica epistemologica”: nella tesi di Gorgia che nulla esiste (né essere né non essere), se qualcosa esistesse non sarebbe comprensibile, se fosse comprensibile non sarebbe comunicabile, c’è il convincimento che la comunicazione, avvenendo mediante parole, contiene solo parole e non cose.
  4. “Rapporto tra uomo, natura, società”. La legge è un prodotto della cultura e non della natura, posizione relativistica che Protagora cerca di temperare con l’invito a seguire tra i vari punti di vista quello migliore. La contrapposizione tra natura e cultura può portare a sostenere (ad esempio Gorgia) un valore positivo della natura (nella quale tutti gli uomini sono fratelli contro l’arbitrio della legge (nomos) che genera ingiustizie. Oppure può con Antifonte sostenere che la legge, oltre a introdurre differenziazioni tra gli uomini, proibisce cose che in natura sarebbero buone. O ancora può sentenziare con Trasimaco che la legge considera giusto ciò che è utile al più forte.
  5. “Potere della parola”. Proprio ad Atene la centralità dell’ecclesìa fa risaltare la grande importanza della parola per sostenere le proprie idee e, quindi, la necessità per ognuno di appropriarsi le tecniche di una parola efficace. È a questo potere di una parola “istruita tecnicamente” che si richiama uno scritto di evidente ispirazione sofistica, dissòi lògoi (= doppi ragionamenti), in cui si dimostra con esempi come uno stesso fatto possa essere valutato diversamente a seconda delle situazioni specifiche ovvero degli interessi dei singoli: ad esempio un vaso rotto, che è un guaio per il suo proprietario, si rivela un vantaggio per il vasaio che guadagnerà costruendone un altro.

 

  • SOCRATE (470/469 – 399 a.C.). Nato ad Atene, figlio di uno scultore e di una levatrice, si formò nel clima culturale dell’Atene periclea, interessandosi alla filosofia della natura sulle orme di Anassagora e venendo a contatto con i sofisti. Abbandonata la filosofia della natura, si pose il problema del fine dell’uomo, cioè la ricerca del bene, avviando il suo caratteristico modo di fare filosofia: interrogare chiunque in Atene avesse fama di essere sapiente, per arrivare a concludere che questa fama era fondata su basi precarie. Adempì sempre i suoi doveri di cittadino, ma sempre restando fedele alla sua coerenza morale: combatté come oplita  ma rinunciò alle onorificenze; fece parte parte dei pritani (chiamati a dirigere il Consiglio dei Cinquecento) ma si oppose i alla condanna a morte di tutti gli strateghi che avevano abbandonato i naufraghi dopo la vittoria navale alle Arginuse (rischiando lui stesso la condanna per quest’opposizione);  rischiò la vita sotto il governo dei Trenta per essersi rifiutato di partecipare all’arresto del democratico Leonte. E la vita la perse nel 399, dopo la caduta dei Trenta e il ritorno della democrazia,  a seguito di una condanna per empietà e perché  corrompeva i giovani ateniesi: per la sua coerenza morale Socrate rifiutò di fuggire dal carcere come gli consigliavano i suoi discepoli che avevano corrotto delle guardie a tale scopo.  Socrate non scrisse nulla, per cui le sue idee dobbiamo ricavarle dai suoi discepoli Senofonte (che riporta soprattutto aneddoti) e da Platone, che ne fa il protagonista dei suoi dialoghi filosofici (col rischio, però, di non riportare fedelmente il pensiero di Socrate e di attribuirgli invece il proprio). Qual è la lezione di Socrate che ricaviamo da queste testimonianze?
  1. Sapere di non sapere. L’interrogazione di chiunque creda di s essere esperto di qualcosa si conclude con il riconoscimento da parte degli interlocutori che chi si credeva esperto e sapiente non sa niente delle cose che veramente contano. Questa scoperta di “ignoranza” è il primo passo per avviarsi alla ricerca di ciò che conta.
  2. Dedicare la vita alla filosofia. Socrate accetta “la missione affidatagli dal dio” di  educare gli Ateniesi alla consapevolezza e alla conoscenza di sé, attraverso un esame critico delle proprie credenze e convinzioni.
  3. Essere accusato di empietà. Il comportamento di Socrate era ispirato al convincimento di una missione ricevuta dalla divinità, la quale non può che essere buona. Col suo comportamento Socrate ribaltava il tradizionale rapporto maestro-allievo, sostituendolo con un esame reciproco e dialogato delle credenze sue e degli allievi, per smascherare pubblicamente l’insipienza dei presunti sapienti. Questo comportamento, che per anni aveva provocato e infastidito gli Ateniesi, fruttò a Socrate un’accusa di empietà e di corruzione dei giovani e un conseguente drammatico processo.
  4. Tecnica dialogica. La ricerca della verità proposta da Socrate si sviluppa attraverso la confutazione (èlenchos) di ciò che l’interlocutore crede vero o giusto e la “maieutica” (= arte della levatrice), con cui Socrate cerca di far affiorare alla coscienza dell’interlocutore i fondamenti della verità che porta in sé senza saperlo. La ricerca non necessariamente può approdare ad una conclusione definitiva, ma almeno ha sgombrato di volta in volta il campo da false credenze.
  5. Coerenza morale. Una lezione di vita, che possiamo leggere nei testi di Platone: “Apologia”, in cui Socrate rivendica a proprio merito quello per cui viene accusato e cioè l’essere stato un tormentatore della coscienza degli Ateniesi perché non cedano al conformismo; “Critone”, in cui Socrate rivendica il dovere di rispettare sempre la legge, anche quando questa è usata male dagli uomini fino a condannare a morte un innocente come lui.

 

  • PLATONE (427 – 347 a.C.). Ateniese, di famiglia aristocratica: il padre, Aristone, fece parte della cerchia di Pericle; lo zio materno, Crizia, sostenne il regime dei Trenta. Influenzato dall’incontro con Socrate, fu segnato dalla sua tragica fine al punto che si astenne dalla partecipazione alla vita politica, senza però rinunciare alla riflessione sulla politica. Fondò una scuola filosofica, l’Accademia, dove giovai allievi vivevano in comune, praticavano il metodo socratico, approfondivano la ricerca matematica e si impegnavano a preparare un “governo filosofico” della città. Platone tentò anche di dare attuazione pratica alla sua idea di “governo filosofico” recandosi tre volte a Siracusa, prima presso la corte di Dionigi il Vecchio, poi presso quella del figlio omonimo, ma senza ottenere i risultati sperati, anzi finendo anche con l’essere venduto come schiavo. Le numerose opere di Platone che ci sono arrivate sono tutte in forma di dialogo tranne l’”Apologia” (cioè la difesa che Socrate avrebbe pronunciato in occasione del suo processo) e hanno tutte per protagonista o comunque presente Socrate, tranne le “Leggi”.  Elementi significativi del pensiero sono:

 

Proposta di radicale riforma politico-sociale. Alla divisione dei cittadini tra poveri e ricchi, accentuata da ulteriori divisioni all’interno della stessa classe sociale, danno risposte insufficienti sia l’oligarchia (con i ricchi che esercitano il governo nel loro esclusivo interesse) sia la democrazia (con governanti incompetenti che, eletti da masse incompetenti, scivolano nella demagogia sollecitando i bassi istinti degli elettori per assicurarsi l’elezione). Entrambe queste vie politiche conducono alla tirannide.  L’alternativa di Platone è la relazione tra politica ed etica ovvero la relazione tra dimensione pubblica e anima individuale. L’anima individuale è divisa in tre parti: razionale, che comprende ciò che è bene; aggressiva e collerica, che mira all’autoaffermazione individuale; desiderativa, che tede alla soddisfazione dei bisogni materiali. Il conflitto tra queste tre parti nella maggior parte degli uomini sfocia in uno squilibrio in cui l’Io è preda dell’irrazionale. Solo se la parte razionale riporta sotto controllo le altre parti si ha un Io equilibrato. Lo stesso accade nella società, dove se predomina l’irrazionale si hanno città tormentate da disordini. Ma come riportare nella città l’irrazionale sotto il controllo del razionale? Questo è possibile solo con una riunificazione di politica e filosofia cioè con filosofi al governo o con sovrani che accettino di farsi consigliare dai filosofi. Il “governo filosofico”  recupererà al bene comune le parti irrazionali: così l’aggressività finalizzata all’autoaffermazione sarà canalizzata al bene comune attraverso la valorizzazione dei soldati come difensori della città, mentre l’attaccamento ai bisogni materiali sarà canalizzato attraverso l’impiego di produttori e commercianti nell’interesse comune. Tutto questo richiede una redistribuzione razionale dei ruoli, fondata sull’educazione dei cittadini al bene comune e sul riconoscimento senza pregiudizi delle capacità e tendenze individuali. Richiede anche l’eliminazione, soprattutto in chi è chiamato a governare, di tutte le tentazioni individualistiche che possono distogliere dal bene comune: quindi, abolizione della proprietà privata, donne e figli in comune. È realizzabile questo progetto di educazione-governo filosofico? Platone indica quest’orizzonte nella consapevolezza della sua difficile realizzabilità, come conferma anche la sua esperienza presso i tiranni di Siracusa. Ma a quali filosofi pensa Platone? Non certo ai naturalisti né ai sofisti, ma a quelli di impostazione socratica e, in definitiva, a quelli che si raccolgono nella sua Accademia. Questi filosofi, infatti, rivendicano un sapere che sia conoscenza di valori assoluti (giustizia, bello, bene) indipendenti dalle valutazioni soggettive di singoli o gruppi.  Ovviamente la città giusta delineata da Platone è un modello ideale, di cui nella realtà si possono costruire solo forme politiche che l’avvicinino. Così nelle “Leggi” si cerca di fondare la coesione sociale sul rispetto delle leggi, che sono concepite come una sorta di prosecuzione nel mondo degli uomini dell’ordine divino presente nel mondo della natura.

 

Teoria della conoscenza. il mondo sensibile per Platone è reale, ma è caratterizzato da variabilità e instabilità che legittimano il relativismo dei sofisti. È possibile pensare un altro livello di realtà, immune dalla variabilità? Questo livello di realtà si rintraccia secondo Platone nella struttura del nostro linguaggio e nei fondamenti del sapere geometrico: nel nostro linguaggio il fatto che uno stesso predicato (ad esempio “bello”, “giusto” ecc.) sia attributo a più soggetti è possibile solo se si ammette un referente oggettivo assoluto per i predicati (es. “bello” rispetto a “bellezza”); nella geometria i teoremi conservano la loro validità a prescindere dal materiale on cui viene rappresentata una particolare figura geometrica. Esistono, dunque, enti ideali (cioè le “idee”) di cui gli oggetti sensibili partecipano in un rapporto modello – copia. Le idee sono: idee-valore in ambito etico-politico ( bello, buono, giusto ecc.); idee degli enti matematici (uno, triangolo, solido ecc.); idee dei relativi (coppie come uguale/diverso, grande/piccolo ecc.). Come si conoscono le idee? Platone risponde col linguaggio del mito: l’anima individuale, prima di unirsi al corpo, ha visto le idee e ne conserva il ricordo, che può diventare cosciente se aiutato (con l’arte della maieutica) in un processo dialettico, in cui il filosofo conduce l’interlocutore a prendere coscienza dei ricordi che ha senza saperlo. Questo metodo, di interrogazione-riflessione, che raramente arriva a una soluzione definitiva ma  offre sempre aperture alla ricerca del vero, conferma la diffidenza di Platone verso il testo scritto, che è immutabile nella sua forma.

 

Il compito del filosofo. Platone ricorre a miti per richiamare questo compito: il mito della caverna, in cui il filosofo è colui che, con grande fatica e pericolo, esce dalla caverna a scoprire la luce e a rendersi conto che quella che lui e gli altri prigionieri credevano la verità era solo una proiezione di ombre e poi ritorna nella caverna per far partecipi gli altri della sua scoperta, rischiando incomprensione e derisione e forse anche qualcosa di peggio; il mito della biga alata, in cui l’auriga (principio razionale) è chiamato a dominare le energie di due cavalli, quello banco che tende al cielo (e, quindi, verso la bellezza e il bene della verità) e quello nero che tende alla terra (e quindi verso la bellezza dei corpi e della materia).

 

  • ARISTOTELE 384 – 322 a.C.). Nato a Stagira, entra a 17 anni nell’Accademia di Platone e ne esce dopo la morte del maestro. Chiamato da Filippo II come precettore del figlio Alessandro, nel 334 torna ad Atene dove fonda una sua scuola, il Liceo. Nel 323 dopo la morte di Alessandro fugge da Atene perché accusato di empietà dal partito antimacedone. Muore a Calcide. I suoi scritti, non pubblicati da lui, furono diffusi nel I secolo a.C. e ci sono giunti con titoli in latino. Sintesi degli scritti di Aristotele:

 

Logica e Dialettica

Aristotele è considerato inventore della logica, la scienza che studia le leggi del “logos” cioè del pensiero espresso nel discorso. Distingue tra sostanze e accidenti: le sostanze sono enti che esistono in sé (ad es. uomo) e possono essere “prime” (individuali, es. quest’uomo qua) o “seconde” (specie universali o generi, es. l’uomo in generale); gli accidenti sono enti che esistono in altro (ad es. bianco, alto, grasso, riferiti a uomo). Il linguaggio è formato dalle parole che sono segni convenzionali dei concetti, che, a loro volta, sono immagini delle cose. Il discorso consiste n proposizioni enunciative (che affermano o negano) e in proposizioni che significano semplicemente, come quelle che formulano preghiere o esprimono comandi:  i giudizi di vero/falso si possono applicare solo alle proposizioni enunciative in base alla corrispondenza tra affermazione/negazione e cose reali. Il sillogismo  è un ragionamento che da due premesse consente di dedurre una conclusione, Se da due premesse particolari si ricava una conclusione generale, allora si passa dalla deduzione all’induzione, ma, a differenza del procedimento della deduzione, con l’induzione la conclusione non è necessaria e potrebbe essere smentita da altri dati ovvero da altre premesse. Principio fondamentale della logica aristotelica è quello di non contraddizione e del terzo escluso: A o è uguale a B o è diverso da B, non può essere entrambe le cose, perché non c’è una terza possibilità.

 

Fisica e Cosmologia

La conoscenza del “cosa è” degli oggetti sensibili si fonda sull’esperienza, che è frutto di un insieme di ricorsi. La conoscenza del “perché” cioè delle cause degli oggetti è invece patrimonio della scienza  della filosofia. Per Aristotele le cause o spiegazioni degli oggetti, sia di quelli naturali che di quelli artificiali  (prodotti dall’uomo) sono quattro:

  1. Causa materiale (la materia di cui è fatto un oggetto; nel caso degli enti naturali, i 4 elementi terra, acqua,aria, fuoco, mescolati tra loro).
  2. Causa formale (la forma dell’oggetto in cui è organizzata la materia; nel caso degli enti naturali, le forme a cui dà luogo la mescolanza degli elementi in base a rapporti diversi tra loro).
  3. Causa finale (lo scopo per cui un oggetto o ente diviene; per gli enti naturali inanimati è il loro luogo, mentre per gli enti naturali animati è il processo di crescita e riproduzione, con cui si realizza completamente la loro forma).
  4. Causa efficiente o motrice (chi o cosa fa divenire l’oggetto; nel caso degli enti non naturali chi o cosa produce il divenire di un oggetto; nel caso di enti naturali può trattarsi di mutamento di luogo o traslazione oppure mutamento di qualità o alterazione oppure mutamento di quantità cioè aumento o diminuzione).

Ogni mutamento richiede un sostrato che passi da uno stadio iniziale (“potenza”) allo stadio finale (“atto) cioè da una mancanza all’acquisizione, come il seme (che non è ancora pianta ma lo è in potenza) quando diviene pianta (cioè quando è pianta in atto). Applicato all’Universo questo discorso porta alle seguenti conclusioni aristoteliche:

  1. L’Universo è formato dalla Terra (insieme di tutti i corpi terrestri) e dal Cielo: la Terra è chiusa in una sfera immobile al centro dell’Universo, mentre il Cielo è una sfera che contiene in sé la Terra, i pianeti, il Sole e gli altri astri.
  2. I corpi celesti si muovono, ognuno in una propria sfera, con un movimento eterno intorno alla Terra immobile. L’insieme di questi movimenti richiede una causa motrice, che non abbia bisogno di altra causa motrice e, quindi, di un motore immobile che nella sfera esterna (detta delle stelle fisse) muove l’intero Universo.
  3. Non c’è un fine ultimo al quale tenda l’intero Universo, ma ogni ente naturale tende al proprio fine. In questo senso si può parlare di finalismo inconscio della natura, contrapposto al finalismo cosciente  dell’artista o dell’artigiano che, imitando o aiutando la natura, realizza nella materia la forma che ha volutamente concepito nella sua mente.

 

Psicologia

A differenza di Platone, per Aristotele l’anima non è una realtà separata dal corpo, ma è solo la capacità di vivere di un corpo. Questa capacità di vivere si ritrova in tutti gli esseri viventi: nelle piante solo a livello vegetativo (nutrizione e riproduzione), negli animali a livello sensitivo (con l’aggiunta del movimento e della percezione), negli uomini a livello intellettivo (con l’aggiunta di pensiero e attività connesse).

 

Filosofia prima o Metafisica

Gli editori che collocarono i libri della Filosofia Prima dopo gli scritti di fisica, diedero loro il nome di Metafisica (che letteralmente in greco significa “dopo i libri della fisica”). Aristotele espone qua la sua “filosofia prima”, sottolineando che, mentre le singole scienze hanno per oggetto un essere particolare, la filosofia ha per oggetto l’essere in generale.  Aristotele confronta la sua teoria delle 4 cause con le ricerche dei filosofi precedenti, delineando uno schema di storia della filosofia occidentale che viene ancora oggi seguito nei testi scolastici, grazie al quale abbiamo testimonianze e citazioni di filosofi antichi che altrimenti non avremmo. In particolare Aristotele prende la distanza dalla teoria delle idee di Platone, sostenendo che, se le idee esprimono l’essenza delle cose, non possono esistere al di fuori delle cose, e che autentica sostanza è solo il sinolo composto di materia e forma.

 

Etica e Politica

Mentre le scienze teoretiche (filosofia prima, fisica , matematica) hanno come fine la pura conoscenza, le scienze pratiche  hanno come fine l’agire bene del singolo e della città. Esse sono comprese nella scienza politica:

  1. Bene supremo del singolo e della città è la felicità che consiste nella pratica della virtù.
  2. Le virtù di distinguono in dianoetiche e etiche. Le virtù dianoetiche appartengono alla ragione scientifica (sapienza, cioè conoscenza dei principi; scienza cioè capacità di dimostrare a partire dai principi) e alla ragione calcolatrice (saggezza o prudenza ovvero capacità di individuare il modo di agire bene per sé, la propria famiglia, la propria città). Le virtù etiche, invece, consistono nella pratica di un giusto mezzo tra due vizi opposti: ad esempio, il coraggio tra viltà e temerarietà.
  3. La felicità comprende il piacere che consegue al raggiungimento del sommo bene. Per Aristotele la vera felicità si trova nella vita teoretica, dedicata alla ricerca della conoscenza: questo tipo di vita è autosufficiente ed è simile alla vita degli dei.
  4. L’uomo è animale politico, nel senso che solo nella “polis” l’uomo realizza il suo fine: chi non ha bisogno della “polis” o è una bestia o è un dio. Proprio nel “logos” cioè nel linguaggio, col quale l’uomo può discutere con gli altri, si manifesta la sua “natura politica”.
  5. Per realizzare la felicità, la “polis” deve avere una buona costituzione. Aristotele riconosce tre buone costituzioni: regno (governo di uno solo), aristocrazia (governo di pochi), politìa (governo della maggior parte). Ognuna di queste forme di governo può realizzare la felicità se è esercitata per il bene comune e non di chi la esercita, altrimenti degenera in tirannide o oligarchia o democrazia (che per Aristotele ha un significato negativo). Tuttavia la preferenza di Aristotele va alla “politìa” considerata come giusto mezzo tra due opposti vizi, l’oligarchia e la democrazia.

 

Retorica e Poetica

  1. La Retorica insegna a trovare gli strumenti di persuasione per far vincere la propria tesi.
  2. La Poetica riconosce la poesia come “mimesi”, che non vuol dire imitazione passiva ma rappresentazione verosimile di una vicenda. Se la Storia presenta casi particolari, la Poesia è “filosofica” perché – attraverso il verosimile – presenta l’universale. La tragedia porta in scena personaggi nobili, la commedia personaggi ridicoli. La tragedia e il canto producono catarsi negli spettatori e ascoltatori, l’una liberando le passioni dall’aspetto doloroso, l’altro educano alle virtù etiche.
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