Pubblicato da: luigivassallo | 11 marzo 2015

In memoria di Felice Cascione

IN MEMORIA DI FELICE CASCIONE
Introduzione al libro “Fischia il vento” – Pietra Ligure, 20 febbraio 2015

Il 20 febbraio 2015, su gentile invito dell’Associazione STELLA DEL CARMO, ho partecipato a Pietra Ligure alla presentazione del libro di Donatella Alfonso su Felice Cascione, giovane medico e partigiano ligure, autore delle parole di “Fischia il vento”. A richiesta di alcuni amici pubblico qui il mio intervento, che ho riscritto a memoria, non avendo usato nell’occasione un testo scritto.

Felice Cascione nel 1943 era un giovane medico, si era fatto medico per stare concretamente dalla parte dei poveri. Per la stessa ragione, stare dalla parte dei deboli e degli oppressi, dopo l’8 settembre 1943 si fa partigiano e fonda una banda, per morire in battaglia pochi mesi dopo.

Quand’ero giovane, Felice Cascione non lo conoscevo. La mia generazione aveva altri miti:
• Un altro medico: anche lui aveva scelto di stare con i deboli e gli oppressi. Anche lui era morto in battaglia per questa sua scelta: si chiamava Ernesto Guevara, detto il Che.
• Martin Luther King e le lotte negli USA degli afroamericani per i diritti civili.
• Il Vietnam e l’eroica resistenza dei vietcong contro l’imperialismo statunitense e, accanto a loro, gli studenti americani contro la guerra e quelli che pagarono di persona per non andare a combattere, come Cassius Clay (che prese il nome di Mohamed Alì): era campione del mondo dei pesi massimi di pugilato, rifiutò di andare a combattere i vietcong e per questo fu privato del titolo di campione e mandato in carcere per cinque anni.
• La primavera di Praga contro i carrarmati sovietici e il sacrificio di Jan Palach.
I miti per i giovani sono importanti perché li aiutano a crescere e a liberarsi della dimensione adolescenziale autoreferenziale per approdare alla dimensione della storia di tutti nella quale io individuo sono solo un frammento, una parte del tutto. I miti hanno una funzione evolutiva. Poi si diventa adulti: la veste esteriore del mito, fabulosa e emotiva, viene dimenticata o sminuita dall’adulto, mentre gli resta, con tutta la sua carica, il nocciolo di verità che il mito contiene dentro di sé. Se, invece, un adulto resta attaccato alla veste esteriore del mito e confonde quella col nocciolo di verità, allora il mito fallisce nella sua funzione evolutiva e l’adulto anagrafico resta un adolescente sul piano emotivo e comportamentale.
Ma quali miti si offrivano ai giovani italiani nel 1943? Sostanzialmente uno solo: Mussolini ha sempre ragione ovvero, nella versione cattolica, Mussolini è l’uomo della provvidenza. Questo mito, e le sue declinazioni nei sogni dell’impero, della superiorità della razza, del popolo di eroi – santi – navigatori, veniva accuratamente amplificato dal regime fascista attraverso la scuola (che fu progressivamente militarizzata), le adunate di massa, la martellante propaganda alla radio, le organizzazioni giovanili. Quel mito non aveva intenzioni evolutive, non mirava ad elevare i giovani dall’autoreferenzialità adolescenziale fino alla dimensione della storia fatta da donne e uomini; mirava, al contrario, a ridurre la storia alla dimensione del mito fascista e della sua retorica: era un mito involutivo che intendeva fare degli italiani tanti soldatini fedeli al motto “Credere, Obbedire, Combattere”.
C’erano pochi antidoti a quel mito: l’antifascismo clandestino, tenuto in vita con gravi rischi soprattutto nelle fabbriche; l’ironia sotto voce, soprattutto in ambiti borghesi, contro la tronfia retorica fascista e le mosse corporali del duce e di altri gerarchi nei loro discorsi.
Poi il regime fascista commise l’errore di portare il Paese alla guerra: del resto non avrebbe potuto non commettere quest’errore perché la guerra era la naturale conclusione di tutti i proclami sulla rivoluzione fascista. E la guerra (col suo carico di morte, distruzione e fame) svelò agli italiani l’inconsistenza della mitologia fascista. Per tutti gli italiani ci fu allora “l’avvertimento del contrario”. La realtà, cioè, si rivelava diversa da come il regime l’aveva raccontata. Ma non tutti gli italiani reagirono allo stesso modo. La maggioranza si mise alla finestra, aspettando di vedere come andasse a finire, magari sperando che gli angloamericani arrivassero presto anche con un po’ di cibo; altri imprecarono contro la realtà che aveva mandato in frantumi il mito, se la presero con i traditori e, chi per fede, chi per convenienza, chi per paura di vendette da parte di quelli che avevano dovuto subire il fascismo, si acconciarono all’ultima avventura del fascismo in una Repubblica Sociale al servizio dei nazisti; altri, infine, riscoprirono la dignità di dire MO’ BASTA! E furono militari, che, lasciati senza direttive dal re e dal suo governo in fuga l’8 settembre, dovettero scegliere da che parte stavano l’onore e la dignità della patria: il primo episodio di resistenza armata contro i tedeschi a Roma il 9 settembre 1943 quando Granatieri di Sardegna e civili tentarono di fronteggiare i soldati tedeschi che sicuramente erano meglio armati; la divisione Acqui a Cefalonia che, con un referendum (anticipando la democrazia che sarebbe stata sancita nella nostra Costituzione) scelse di non cedere le armi ai tedeschi e pagò questa scelta con migliaia di morti e la fucilazione di ufficiali e sottufficiali; circa 700 mila militari italiani internati in Germania e costretti al lavoro per i tedeschi per aver rifiutato di passare con la Repubblica Sociale. Furono donne, non solo quelle che parteciparono alla Resistenza armata come staffette o come combattenti, ma tutte quelle che cucinarono per i partigiani, che acconciarono calze, vestiti, scarpe, che curarono feriti, che nascosero prigionieri scappati ai nazisti. E furono operai che con i loro scioperi contro la fame e contro la guerra difesero le fabbriche dalla furia devastatrice dei tedeschi in ritirata. E furono intere città che si ribellarono e si liberarono da sole prima degli arrivi degli angloamericani: Napoli, Genova … E furono quelli che formarono bande per combattere, come Felice Cascione. La Resistenza fu un movimento corale e plurale, nel quale una minoranza di italiane e italiani di tutti i ceti sociali e di tutti gli orientamenti politici mise le basi per la nostra Costituzione e per l’approdo dell’Italia alla democrazia.
Quale lezione possiamo ricavare dall’esempio di quelle italiane e quegli italiani? Anzitutto la dignità di dire MO’ BASTA quando tutto sembra perduto, quando sembra che il potere dominante non possa più essere sconfitto. MO’ BASTA. E’ la capacità di indignarsi ancora. Ma l’indignazione da sola non basta. Anzitutto ci si può indignare anche per ragioni sbagliate. Erano certamente indignati i nazisti e i fascisti contro i partigiani (BANDITI!!!), ma questa loro indignazione non li mette certo dalla parte giusta della storia. E così non mette dalla parte giusta della storia l’indignazione di chi si arrabbia contro l’arrivo sulle nostre coste di profughi e magari li vorrebbe ributtare in mare. Ci vuole un’indignazione eticamente fondata. E noi ce l’abbiamo a portata di mano un fondamento etico per la nostra indignazione: la Costituzione, che non ci sarebbe stata o sarebbe stata diversa se non ci fosse stato il movimento corale e plurale della Resistenza. E allora, se la Costituzione proclama l’Italia una Repubblica fondata sul lavoro, ha un sicuro fondamento etico l’indignazione di chi non accetta una politica che al lavoro come fondamento del vivere civile sostituisca il valore dei consumi o la mitologia di un’economia finanziaria. Se la Costituzione ricorda che è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono l’effettiva uguaglianza dei cittadini, ha un sicuro fondamento etico l’indignazione di chi non accetta scelte politiche che non rimuovono o addirittura rinforzano questi ostacoli.
E tuttavia ai partigiani non bastò l’indignazione. L’indignazione può portare a uno sdegnoso Aventino o a un’amara conclusione che sono tutti uguali, se non si accompagna alla partecipazione: mi indigno e prendo parte con gli altri, mi sporco le mani con gli altri per costruire una via d’uscita, non per me solo, ma con gli altri e per tutti. Non mi interessa che vinca la mia parte: sono di parte non per mettermi sotto i piedi le altre parti, sono di parte per costruire una società in cui ci sia spazio per tutti; sono partigiano non perché mi piaccia la guerra ma perché mi piace la pace; voglio la libertà non solo per me e per i miei compagni ma per tutti, anche per quelli che ora mi stanno dando la caccia per uccidermi. Giancarlo Pajetta a un deputato neofascista che parlava contro la Resistenza disse: “Tu puoi parlare perché abbiamo vinto noi; se aveste vinto voi, io non potrei parlare”.
Indignazione, dunque, per arrivare alla partecipazione. Ma deve essere una partecipazione organizzata: ci vuole un’organizzazione, dei mezzi, dei fini, delle risorse, per non confondere gli obiettivi, per non sbagliare i tempi, per non perdere alleati, per non finire oggettivamente alleati di chi sta contro di noi. Questo seppero fare i partigiani.
A volte c’è il rischio che, sicuramente in buona fede, si attribuisca valore rivoluzionario a un dettaglio e ci si creda rivoluzionari magari perché si urla più degli altri o si usano parole forti contro chi governa o addirittura contro chi è stato fino a qualche mese fa presidente della repubblica: e magari ci si illude, facendo così, di star ripetendo le coraggiose scelte di vita dei partigiani nel 1943!
Stiamo attenti alle icone: le icone hanno un forte valore simbolico solo nel loro contesto. Se, quand’ero giovane io, un insegnante a scuola senza cravatta veniva percepito come sovversivo, oggi non portare la cravatta non è un gesto che richieda molto coraggio e neanche una scelta di campo di contestazione (la cravatta Marchionne non la porta). Quando ero giovane io c’erano ragazze in minigonna che mettevano a dura prova l’atteggiamento dei benpensanti; oggi le minigonne non suscitano né scandalo né curiosità. E’ un po’ come l’eschimo di cui parla Guccini nell’omonima canzone: “E l’eschimo che ricordavi tu, lo porta mio fratello ancora, e tu vorresti portarlo e non puoi più. Bisogna saper scegliere in tempo, non arrivarci per contrarietà. Tu giri con le tette al vento, io ci giravo già vent’anni fa”.
Allora stiamo più attenti a dove radichiamo la nostra voglia di essere rivoluzionari. Per quanto mi riguarda, credo che la nostra Costituzione, proprio perché – come disse Calamandrei – è al tempo stesso una dichiarazione polemica contro il passato fascista ma anche contro il presente, sia un ottimo radicamento per l’indignazione di chi non si arrende a come vanno le cose oggi in Italia e nel mondo.
Nella Costituzione c’è tutta l’attualità della Resistenza.
Qualche giorno fa, una bambina di 6 anni (di una classe di quelle che a Finale, sotto l’impulso della locale sezione ANPI, stanno lavorando sull’alfabeto della Costituzione), tornando a casa ha detto alla mamma: “Sai mamma, c’è una regola più importante di tutte le regole, alla quale dobbiamo obbedire tutti: i bambini, le mamme, le maestre, i politici. Si chiama Costituzione”. Un piccolo esempio, questo, di come si può onorare la memoria dei partigiani, come Felice Cascione.
Luigi Vassallo

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