Pubblicato da: luigivassallo | 28 febbraio 2015

Autonomia scolastica e contributi finanziari delle famiglie

L’autonomia scolastica è un tentativo di costruire un sistema scolastico fondato sulla partecipazione responsabile di lavoratori della scuola e di fruitori della scuola, sistema alternativo a quello precedente, verticalizzato e gerarchizzato. In questo sistema di partecipazione non può fare scandalo la richiesta di contributi finanziari alle famiglie degli alunni nell’ottica del cofinanziamento dei progetti didattici innovativi. Quelle che seguono sono le mie riflessioni di ex dirigente scolastico sulla questione dei contributi finanziari delle famiglie nella scuola dell’autonomia.
Luigi Vassallo

L’autonomia scolastica ha qualcosa di simile all’approdo di un adolescente all’adultità: non è un processo compiuto automaticamente col raggiungimento della soglia dei 18 anni, è una maturazione verso l’assunzione di responsabilità che può anche non essere lineare e far registrare contraccolpi, come la tentazione del neomaggiorenne, di fronte alle difficoltà della vita, di rifugiarsi nel grembo familiare o, per contro, la tentazione dei genitori di continuare a tenere per mano chi ormai dovrebbe camminare con le proprie gambe.
Lo stesso accade con l’autonomia scolastica. Ci sono ancora scuole che rimpiangono la defunta pratica dei “quesiti” per farsi illuminare e dirigere dalle strutture ministeriali; ci sono scuole(forse molte) che si sono guardate dallo sperimentare nuove forme di aggregazione degli allievi previste e incoraggiate dalla normativa sull’autonomia scolastica (non più per classi ma per livelli di conoscenza nelle singole materie); ci sono organi collegiali che subordinano la loro capacità decisionale, riconosciuta e esaltata dalla normativa sull’autonomia scolastica, a circolari o note ministeriali, ripristinando di fatto un sistema scolastico verticalizzato e diretto dal Ministero, sistema che la normativa sull’autonomia scolastica ha spazzato via. Al tempo stesso non mancano uffici ministeriali che cercano di tanto in tanto di ridimensionare la portata dell’autonomia scolastica, integrando le leggi che la sostanziano con disposizioni o puntualizzazioni estranee alle leggi stesse o pretendendo di uniformare i comportamenti dei dirigenti scolastici e delle scuole dell’autonomia, come se fosse ancora in piedi il sistema scolastico gerarchizzato e diretto dal Ministero attraverso le circolari e mediante la catena di comando Ministro – Provveditore agli studi – Preside. Così accade che una nota ministeriale pretenda di condannare la pratica, in uso da anni nelle scuole autonome, di richiedere contributi agli alunni all’atto dell’iscrizione: secondo l’estensore di questa nota tale pratica sarebbe illegale, perché sarebbero leciti solo contributi volontari da parte degli alunni, e i dirigenti scolastici potrebbero incorrere in sanzioni disciplinari se dovessero insistere in tale pratica.
Questa nota lascerebbe indifferente un qualsiasi studente di diritto, che ben sa che, dall’avvento dell’autonomia scolastica, le circolari ministeriali (e figuriamoci una nota ministeriale, che è meno di una circolare) hanno perso il loro valore di prescrizioni obbligatorie e valgono solo come pareri autorevoli di cui i destinatari possono tener conto o meno. Purtroppo non mancano consigli di istituto che di fronte al tono “terroristico” di questa nota non conservano l’indifferenza di un qualsiasi studente di diritto ma si sentono obbligati ad uniformarsi ad essa. Anche perché la suddetta nota ministeriale si inserisce in una polemica in atto nelle scuole italiane tra chi sostiene che lo Stato deve farsi carico di tutte le spese per un pieno funzionamento della scuola pubblica e chi sostiene che, a fronte dell’insufficienza della spesa pubblica per una scuola ai passi coi tempi, sia inevitabile il ricorso al sostegno finanziario di alunni e famiglie.
Così non sempre la questione dei contributi a carico di alunni e famiglie viene affrontata valorizzando le competenze che l’autonomia scolastica riconosce a un consiglio di istituto. Talvolta prevale la tentazione di lavarsene le mani affidandosi a una nota ministeriale e lasciandosi dettare da questa la linea da seguire. E invece ci sarebbe bisogno di un ragionamento “adulto”, un ragionamento che, fondato sugli spazi di autonomia riconosciuti dalla normativa, si concluda con un’assunzione di responsabilità senza delega ad altri.
Ragionamento “adulto” significa secondo me questo. Il collegio dei docenti approva un piano dell’offerta formativa e lo consegna al consiglio di istituto perché lo traduca in un piano annuale finanziario, nel quale per ogni spesa prevista siano indicate le entrate certe. Che accade se la delibera del collegio dei docenti prevede spese che le risorse ordinarie della scuola non sono in grado di coprire?
E’ qui che il consiglio di istituto deve dimostrare la sua adultità, scegliendo in maniera ragionata e motivata tra più opzioni possibili.
1. Ridurre le spese entro i limiti delle entrate. Il consiglio di istituto può decidere di tagliare tutte le spese che non hanno copertura nelle entrate. Se solo alcune di queste spese possono essere coperte dalle entrate disponibili, il consiglio deve discutere per definire una graduatoria delle spese da sostenere o da cancellare. È la scelta di chi si sforza di valorizzare le modeste risorse esistenti, senza raccontarsi la possibilità di sogni o fughe in avanti.
2. Cercare di aumentare le entrate per rendere possibili tutte le spese ancora prive di copertura, ricorrendo a sponsorizzazioni. Il consiglio ricorrerà a sponsorizzazioni da parte di privati? In questo caso dovrà garantire che tali sponsorizzazioni non comportino il rischio di controllo o riduzione dell’autonomia didattica, insomma che i “benefattori” non abbiano pretese (esplicite o implicite) di condizionare o orientare le scelte didattiche e la libertà di insegnamento.
3. Fare appello a contributi volontari da parte delle famiglie degli allievi. Il consiglio farà appello a contributi volontari da parte delle famiglie degli allievi? In tal caso il consiglio dovrà considerare la possibilità che i soldi raccolti con donazioni volontarie non siano sufficienti a coprire le spese e, quindi, dovrà porsi il problema di graduare le spese possibili. Ma, sempre in questo caso, il consiglio dovrà porsi anche il problema di evitare che nel microcosmo della scuola si ripeta il brutto spettacolo del macrocosmo della società nella quale i servizi pubblici (di cui tutti beneficiano) sono pagati da alcuni e non da tutti e dove quelli che non pagano le tasse non sempre lo fanno perché non hanno soldi per pagarle.
4. Decidere contributi obbligatori a carico di tutti gli alunni. In questo caso il consiglio potrebbe trovarsi ad affrontare l’obiezione che un contributo obbligatorio per tutti potrebbe costituire situazioni di disagio e discriminazione a carico dei meno abbienti. In effetti l’obiezione non va sottovalutata. Il consiglio potrebbe prevedere casi di esonero dal contributo obbligatorio. In ogni caso, se vuole ragionare sul serio di discriminazione, il consiglio dovrebbe chiedersi se possa creare più disagio e discriminazione la richiesta di qualche decina di euro a sostegno del piano dell’offerta formativa o la richiesta di centinaia di euro per l’attuazione di gite d’istruzione, sulla quale richiesta neppure la nota ministeriale che condanna i contributi obbligatori mostra di scandalizzarsi.
Sulla base di questo ragionamento “adulto” ogni consiglio di istituto potrà decidere di non chiedere contributi alle famiglie o di promuovere una raccolta di contributi volontari senza obbligare nessuno o di rendere obbligatorio per tutti (fatte salve le esenzioni previste dalla legge) il versamento di una certa quota finalizzata a attività specificate.
Quello che conta è che, qualunque cosa decida, il consiglio di istituto eserciti responsabilmente la propria libertà decisionale nell’ambito delle competenze riconosciutegli dalla legislazione in materia di autonomia scolastica, senza preoccuparsi di obbedire a circolari ministeriali (giacché, in tema di autonomia scolastica, l’obbedienza, per parafrasare don Lorenzo Milani, non è più una virtù). Del resto è lo stesso Ministero dell’Istruzione a riconoscere che è finito il tempo delle circolari che impartiscono ordini e delle scuole che devono obbedire: Spetta infatti alle istituzioni scolastiche autonome il compito di dare efficace
attuazione ai principi fondamentali ed alle norme generali definiti nel sistema di istruzione, secondo modalità e criteri ispirati alla più ampia flessibilità, conformemente alle disposizioni di cui agli articoli 4 e 5 del DPR 275/1999 sull’autonomia didattica e organizzativa (così è scritto nella circolare ministeriale n.29 del 5 marzo 2004); A decorrere dal 1° settembre 2000, il “Regolamento recante norme in materia di autonomia delle istituzioni scolastiche”, emanato con il D.P.R. n. 275/1999, ha configurato la completa autonomia delle scuole (…) pertanto, la previgente normativa in materia costituisce opportuno riferimento per orientamenti e suggerimenti operativi, ma non riveste più carattere prescrittivo (così è scritto nella nota ministeriale dell’11 aprile 2012).
Del resto, non è un caso se nell’esame di ricorsi su contrasti tra ciò che dice una legge e ciò che dice una circolare ministeriale negli ultimi anni i giudici hanno sempre dato torto alla circolare.
Ovviamente queste mie riflessioni nulla tolgono alla questione fondamentale dell’autonomia scolastica che è legata a due varianti rilevantissime: a) il riconoscimento da parte della comunità cittadina di una determinata unità scolastica come proprio patrimonio da difendere, sostenere e promuovere; b) la qualità professionale dei docenti, perché, al di là delle strutture e degli strumenti (che pure hanno la loro importanza), la differenza tra una scuola e l’altra la faranno sempre i docenti.

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