Pubblicato da: luigivassallo | 6 aprile 2014

Avvicinarsi al mondo giapponese

Premessa metodologica
L’incontro con la cultura giapponese, proprio per le sue forti differenze di fondo rispetto alla nostra cultura, ci offre l’occasione di riconoscere i nostri fondamenti: non si tratta quindi di ammirare i giapponesi o di “mettersi a fare” i giapponesi; si tratta, al contrario di capire i nostri e i loro fondamenti, per rendere praticabile un incontro che non annulli le specificità degli uni e degli altri ma ne permetta la comunicazione reciproca. A tale proposito il modello da seguire è quello implicito nel libro “Lo zen e il tiro con l’arco” di Eugen Herrigel, quando viene descritto l’incontro tra il filosofo tedesco e il maestro giapponese. Questi versa del te all’ospite e continua a versarlo anche quando la tazza è piena; l’altro segnala quello che sta accadendo, credendo che il giapponese si sia distratto. Ma il maestro giapponese dice: “Non è possibile versare altro te in una tazza già piena; allo stesso modo non è possibile introdurre concetti giapponesi in una mente già piena di altri concetti. Dobbiamo sforzarci dunque di “vuotare” la nostra mente e di osservare la cultura giapponese liberi da qualsiasi pregiudizio, sia a favore che contro.
1. Gli elementi che fanno la differenza

La geografia, il clima, le stagioni
Dal punto di vista fisico il Giappone è un arcipelago di circa 7.000 isole, di cui le più importanti, per dimensione, popolazione e condizioni economico-sociali, sono Hokkaidoo, Honshuu (dove si trovano Tokyo e Kyoto), Shikokuu e Kyuushuu. Più a sud c’è l’arcipelago di Okinawa, che storicamente ha fatto da ponte tra Cina e Giappone. Sull’arcipelago giapponese la mano dell’uomo è intervenuta con decisione trasformandolo quasi in una terra continua e collegando le quattro isole maggiori con una sistema di trasporti ferroviari e stradali. La natura del territorio giapponese è molto irregolare, con alte montagne che si alternano a vallate profonde, con poca terra coltivabile, con un’intensa attività sismica e con la presenza di vulcani attivi, che, tra l’altro, favorisce il fiorire di numerose sorgenti d’acqua calda, sulle quali si fonda la tradizionale passione dei giapponesi per le terme.
Questa natura del territorio ha determinato, all’inizio della storia del Giappone, da un lato una facilità all’isolamento (grazie al mare che circonda l’arcipelago), dall’altro una frammentazione interna tra i diversi insediamenti della popolazione (a causa dell’accentuata orografia). Questa frammentazione interna, d’altra parte, è stata compensata da un forte affiatamento della popolazione del singolo territorio, chiamata a collaborare per domare una natura non sempre favorevole e per procedere a una coltivazione efficiente: in particolare, in un terreno non favorevole ad altre coltivazioni, la coltivazione privilegiò il riso al punto tale che il riso, e non la moneta, costituiva la paga dei samurai, mentre ancora oggi la parola gohan (che significa letteralmente “riso cotto”) si usa per indicare un pasto qualsiasi, anche se non si mangiasse riso, che, ad ogni modo è sempre presente nella dieta giapponese dalla colazione alla cena: così asagohan è il pasto del mattino (colazione), hirugohan è il pasto del mezzogiorno (pranzo), bangohan è il pasto della sera (cena):
Quanto al clima, esso varia a seconda della posizione delle diverse isole: così Hokkaidoo, che è al nord (come dice il suo stesso nome), ha inverni rigidi e neve per circa tre mesi all’anno, mentre Honshuu ha inverni miti. A marzo in Giappone, a parte Hokkaidoo, cominciano a fiorire i ciliegi (sakura), mentre a giugno, sempre tranne Hokkaidoo, domina la stagione delle piogge, alla quale fa seguito in generale un’estate calda e afosa. Pertanto, sia per il clima che per lo spettacolo della natura, i periodi migliori per visitare il Giappone sono in generale la primavera (con i ciliegi in fiore) o ottobre-novembre, con clima ancora caldo ma ridotta umidità e l’ingiallimento delle foglie degli aceri. Ma, se questo discorso vale per noi turisti, per la storia del Giappone dobbiamo renderci conto dell’influenza che il clima ha avuto sul formarsi e il consolidarsi dello stile di vita dei giapponesi.
Un’ultima osservazione dobbiamo fare a proposito del frazionamento del territorio, che storicamente favorì la rivalità tra i diversi signori feudali. La più antica mitologia giapponese fa da fondamento allo sforzo di superamento di queste divisioni attraverso il mito dell’imperatore che discenderebbe direttamente dalla dea del sole, la dea Amaterasu. Così all’imperatore (che è stato considerato di natura divina fino alla sconfitta del Giappone nella seconda guerra mondiale) spettava e spetta il compito di garantire l’unità nazionale, anche se in realtà, soprattutto al tempo delle lotte tra i signori feudali, l’imperatore non aveva poteri politici veri e la stessa sopravvivenza della sua corte dipendeva dalla volontà dei signori feudali di pagargli tributi sulle terre, che nominalmente erano di proprietà dell’imperatore in quanto essere divino, ma, nei fatti, erano utilizzate come cosa propria dai signori feudali ai quali l’imperatore le aveva assegnate.

 

I sistemi di scrittura
Fino al IV – V secolo dopo Cristo i Giapponesi non usavano la scrittura o, meglio, non si sono trovate testimonianze di una loro scrittura. Dal IV – V secolo si diffondono in Giappone gli ideogrammi cinesi, chiamati in giapponese kanji che vuole dire appunto “lettere cinesi”. I Giapponesi adattarono ai kanji la loro lingua, in certi casi pronunciandoli secondo la pronuncia giapponese, in altri secondo la pronuncia cinese. I kanji giapponesi, dunque, hanno più di una pronuncia possibile: in genere se si tratta di kanji isolato prevale la pronuncia giapponese, se si tratta di combinazione di kanji prevale quella cinese; la regola però non è rigida, inoltre gli stessi ideogrammi cinesi possono avere all’origine differenti pronunce. Ecco, dunque, una prima difficoltà con la quale i giapponesi devono misurarsi.
Ma c’è un’altra difficoltà che riguarda la tecnica di scrittura dei kanji. I kanji si scrivono obbligatoriamente rispettando la rigida sequenza dei tratti e l’orientamento degli stessi. Per noi occidentali conta il risultato, per cui una A è una A comunque la scriviamo, sia partendo dal basso che dall’alto, sia partendo da sinistra che da destra. Per un giapponese non è così: non conta il risultato, ma il processo; il processo è quello che è stato fissato nella tradizione. “Ma perché?” chiesi al mio conoscente giapponese. “Perché è così” fu la sua risposta. Così, nella scuola elementare le allieve e gli allievi dedicano ore a imparare a scrivere i kanji e, dal momento che scrivono con un pennello, devono badare a non fare macchie, altrimenti il foglio va buttato e il lavoro deve essere ricominciato. Quest’attenzione a tracciare i kanji come la tradizione vuole ovvero – per dirla col mio conoscente giapponese – perché così deve essere, costituisce una parte non secondaria della formazione del carattere giapponese secondo lo spirito della “via del guerriero”.
.Dai kanji i giapponesi elaborarono altri due sistemi di scrittura su base sillabica: l’hiragana e il katakana, quest’ultimo usato per trascrivere in giapponese le parole straniere. Infine i giapponesi imparano un quarto sistema di scrittura, il roomaji, cioè il sistema di trascrizione delle parole giapponesi in alfabeto occidentale, sistema che si trova usato ad esempio nelle metropolitane delle grandi città per favorire i turisti occidentali.

La via del guerriero
I samurai sono stati i grandi protagonisti della storia giapponese: al servizio dei signori feudali (samurai significa “l’uomo che serve”), ai quali consacravano la loro vita e la loro abilità di combattenti, parteciparono alle numerose guerre civili che insanguinarono il Giappone fino ai primi anni del XVII secolo, quando il clan dei Tokugawa sconfisse gli altri signori feudali e trasformò lo shogunato (cioè il supremo comando militare dei guerrieri giapponesi, che formalmente era attribuito dall’imperatore ma di fatto veniva imposto all’imperatore dal signore feudale di volta in volta vincitore) in una carica ereditaria che i Tokugawa trasmisero di padre in figlio. I Tokugawa assicurarono al Paese due secoli di pace (dal 1603 al 1867), trasferirono la sede dello shogun a Edo (l’attuale Tokyo), mentre la sede dell’imperatore rimase a Kyoto, e chiusero il Paese a ogni influenza esterna, espellendo anche i missionari cristiani, non tanto per motivi religiosi quanto per evitare il diffondersi di idee e costumi europei. Per tenere sotto controllo gli altri signori feudali i Tokugawa imposero loro di risiedere par una parte dell’anno in Edo: in tal modo, dovendo provvedere alle spese per l’alloggio e il mantenimento di se stessi e del loro seguito in Edo, gli altri signori non avevano molte disponibilità economiche in caso di tentazione di ribellarsi ai Tokugawa; inoltre, nei mesi in cui i signori tornavano nelle proprie terre dovevano lasciare in Edo membri della loro famiglia, che diventavano di fatto ostaggi dei Tokugawa. Nel lungo periodo di pace interna, i samurai continuarono ad allenarsi al combattimento e, al tempo stesso, perfezionarono l’etica della “via del guerriero”, che riuscirono a radicare in tutta la società, tanto che ancora oggi i principi di quell’etica plasmano la società giapponese, anche se non tutti sono consapevoli dell’origine storica dei propri comportamenti.
La “via del guerriero” assimilava dalla cultura cinese principi del buddismo e del confucianesimo, elaborando un’etica in cui si intrecciano spirito marziale, lealtà assoluta al proprio signore, devozione al dovere fino al sacrificio della propria vita, senso dell’onore: “Muori piuttosto che disonorarti”. E’ in base a quest’etica che (curiosamente per la nostra cultura) la parola ronin (che vuol dire “l’uomo che fluttua”) indica chi è libero da un padrone, ma lo indica come fatto negativo: i ronin potevano essere anche abilissimi combattenti, ma erano disonorati (e, quindi decaduti dal rango di samurai) o perché erano stati allontanati per loro demeriti dal loro signore o perché erano sopravvissuti alla morte del proprio signore. Quest’etica costituì la base della morale nazionale giapponese dopo il 1867, quando l’imperatore, sostenuto da una parte dei samurai contro l’ultimo dei Tokugawa, riprese il controllo politico e militare del Paese e appoggiò l’apertura all’Occidente e la modernizzazione del Paese. In questa fase lo scontro fu tra i samurai che pensavano di restare fedeli all’imperatore riaffermando la tradizione (la “via della spada”) e quelli che pensavano di essere fedeli all’imperatore sostenendo la modernizzazione del Paese (l’esercito moderno con i soldati di leva e le armi occidentali, una moderna ferrovia, un forte sistema di istruzione per diffondere l’ideologia giapponese tra tutti i sudditi).
Dal buddismo (in particolare dal buddismo zen) i samurai ricavarono e trasmisero all’intera società giapponese questi principi: la disciplina del corpo; la cura del gesto preciso, che si ritrova non solo nelle tecniche di combattimento ma in tutte le arti giapponesi (il chadoo cioè la cerimonia del te, il kadoo cioè la disposizione dei fiori, l’haiku cioè la poesia, lo shodoo cioè la calligrafia ecc.); l’autocontrollo; la meditazione; la ricerca del satori cioè dell’illuminazione spirituale; il mushin cioè la “non mente” che, unendo il corpo allo spirito, fa fluire la mente da un punto all’altro come acqua senza lasciarla mai attaccata a qualcosa.
Dal confucianesimo la “via del guerriero” (che, ripetiamo, sostanzia la cultura profonda dei giapponesi) ricava il principio di un ordine sociale che è fondato sulla famiglia (caratterizzata dalla pietà filiale verso i genitori) e sullo stato (caratterizzato dalla lealtà verso il proprio signore, cioè, oggi, verso i propri superiori) e, insieme, la necessità che governino uomini istruiti e di superiore saggezza morale.
2. Gli elementi del carattere individuale

Ambiguità
Amaina significa in giapponese “essere ambiguo” e l’ambiguità è un tratto caratterizzante della cultura giapponese che è fortemente presente nella stessa struttura linguistica: la lingua giapponese, infatti, non ha l’articolo, non distingue di solito tra singolare e plurale, non distingue di solito tra maschile e femminile, non ha le desinenze personali per distinguere chi fa una determinata azione ecc.

Ma se in Occidente l’ambiguità, in particolare l’ambiguità in una comunicazione, è un comportamento indesiderato, in Giappone invece viene valorizzata per i suoi aspetti positivi. L’ambiguità, infatti, permette di evitare espressioni nette della propria opinione che potrebbero incrinare l’armonia tra gli interlocutori; l’ambiguità, inoltre, permette di rafforzare il senso di appartenenza distinguendo, anche nella pratica linguistica, tra chi fa parte del mio gruppo (chi è uchi cioè dentro) e chi non fa parte del mio gruppo (chi è soto cioè fuori).
Così, normalmente un giapponese declinerà un’offerta ricorrendo non ad un “no” netto ma ad espressioni interlocutorie; se si troverà in disaccordo con quello che dice un altro non contrapporrà con forza la sua opinione ma userà espressioni sfumate oppure sceglierà il silenzio; a domande del tipo “Come stai?” risponderà sempre “Sto bene” o al massimo “Non c’è male” e questo non per non rivelare i fatti propri ma per non mettere in imbarazzo l’interlocutore con i propri guai personali; allo stesso modo alla domanda “Come è andato l’esame?” non risponderà “Molto bene” oppure “Male” ma ricorrerà alla formula “Così così; non c’è male”.
La scelta del silenzio (chinmoku) obbedisce sia all’esigenza di evitare contrasti nel gruppo di appartenenza sia al bisogno di mantenere la distanza dall’interlocutore senza aggiungere altri segni di ostilità. Si sperimenta qui la contrapposizione tra l’espressione esteriore di un giapponese che sarà generalmente amichevole e l’espressione del proprio pensiero reale che avviene solo per via indiretta: a tal proposito si parla di arte del ventre cioè della capacità di comunicare fisicamente senza parole.
L’ambiguità di cui parliamo qua spiega anche la lentezza dei giapponesi nell’assumere decisioni e nell’introdurre cambiamenti, ad esempio in un’azienda: conta infatti non la rapidità della decisione ma il coinvolgimento convinto del gruppo; ma, una volta concluso il processo di coinvolgimento, la decisione viene immediatamente attuata da tutti senza che si verifichi quello che spesso accade nel nostro Occidente cioè che la minoranza si dedichi a sabotare l’attuazione delle decisioni della maggioranza.
Senso della distanza
Hedataru significa “separare”; najimu significa “entrare in confidenza”. Il processo da hedataru a najimu richiede tempo e pazienza e comporta un attento esercizio di riserbo e di autocontrollo. Consiste in questo la capacità di percepire la distanza.
Un antico proverbio giapponese recita: “Il servitore deve stare ad almeno 90 centimetri dal padrone per non calpestarne l’ombra”: proprio “calpestare l’ombra” (kage fumi) è un gioco praticato dai bambini giapponesi che consiste nella violazione dello spazio personale. Una volta, ma ora l’usanza va scomparendo, le mogli camminavano a distanza dietro i mariti; a me è capitato vedere entrare in un hotel a Tokyo una coppia in eleganti abiti occidentali: l’uomo precedeva la donna di un paio di metri, la donna portava le valigie. In classe gli studenti stanno a distanza dall’insegnante e non gli si affollano intorno come da noi. Quando ci si saluta non ci si abbraccia o si stringe la mano ma ci si saluta con un inchino a distanza e la profondità dell’inchino è regolata dal posto gerarchico dell’interlocutore.

Perseveranza
Ganbaru significa “fare del proprio meglio; tener duro”; l’imperativo ganbatte, perciò, è un incoraggiamento a perseverare nel proprio compito (a qualsiasi costo): ganbatte per lavorare duramente con perseveranza, ganbatte per perseverare nei propri propositi, ganbatte per non desistere dal compito che si è intrapreso.
Un proverbio giapponese dice: “Il monaco che non lavora non dovrebbe mangiare”. Il lavoro, dunque, come valore, ma non un particolare lavoro, bensì un particolare modo di eseguire il proprio lavoro, qualunque esso sia: il modo della perseveranza. Un altro proverbio recita: “Una pietra fredda si riscalda se ci si siede sopra per tre anni”.
Se in Occidente il tempo libero è riconosciuto come valore, in Giappone provoca una sensazione sgradevole come di spreco. Non è casuale il numero di suicidi tra i pensionati che non sanno che cosa fare ora che sono usciti fuori dalla cornice di una lunga giornata di lavoro e, magari, non hanno trovato un senso di impegno nel volontariato di servizio.
Al valore del tempo libero il Giappone oppone il valore dell’impegno per elevarsi al di sopra della propria condizione sociale. Questo valore è praticato sin da piccoli: nelle grandi città di sera si vedono frotte di ragazzine e ragazzini in divisa scolastica che tornano finalmente a casa dopo aver concluso la giornata scolastica nella scuola pubblica con altre ore di studio in una scuola privata che prepara all’esame di ammissione presso le scuole superiori più ricercate. E siccome la domanda di scuola privata per prepararsi all’esame di ammissione è elevata, sono nate scuole private che preparano ad un esame di ammissione alle scuole private migliori presso le quali ci si preparerà per l’esame di ammissione alla scuola pubblica ambita.
Ma dobbiamo chiarire una cosa: questa spasmodica ricerca del successo attraverso un personale impegno faticoso non è, come sarebbe in Occidente, rivolta al conseguimento di un successo personale, ma a garantire il successo del proprio gruppo, coerentemente con la “via del guerriero” in base alla quale il samurai che si teneva continuamente allenato al combattimento non lo faceva per trionfare tra gli altri ma per garantire successo e salvezza al proprio signore.
La pratica della perseveranza, d’altra parte, può seguire percorsi diversi. Si racconta, ad esempio, di tre diverse risposte suggerite da tre grandi condottieri del passato alla domanda “Se l’usignolo non canta, che fare?”: “Se l’usignolo non canta, uccidilo”, perché non si può perdere tempo con chi non esercita il proprio compito; “Se l’usignolo non canta, insegnagli a cantare”, perché con la tua perseveranza puoi ottenere dagli altri che esercitino il proprio compito; “Se l’usignolo non canta, aspetta finché canti”, perché con la tua perseveranza nell’attesa gli darai il tempo di esercitare il proprio compito.
Le carpe sono per i giapponesi un simbolo di perseveranza

 

Senso estetico
Quando pensiamo al Giappone sotto il profilo dell’aspetto estetico, pensiamo probabilmente al kimono o alla musica tradizionale con i suoi movimenti lenti e le sue lunghe pause oppure all’esibizione di taiko (cioè esecuzioni musicali con tamburi tradizionali). Oggi si assiste, però, a un diffuso passaggio in Giappone da wafuku (abiti tradizionali, che per lo più, nelle grandi città, si indossano solo in particolari cerimonie) a yoofuku (abiti occidentali, preferiti per la loro praticità) e così pure a un abbandono della musica tradizionale (hoogaku, che sopravvive in cerimonie particolari o in ristoranti tradizionali) a favore di quella occidentale.
Il fondamento del senso estetico giapponese, tuttavia, resta quello della tradizione: l’arte giapponese resta centrata su ciò che l’uomo sente bello (donde la predilezione per il monocromo, ad esempio l’inchiostro indiano su carta o seta), mentre quella occidentale è centrata su ciò che è bello (donde la prevalenza di colori vivaci).
Elementi caratteristici del senso estetico giapponese sono: la commozione per il fiore che spunta e ben presto avvizzisce (donde la paziente attesa di tanti giapponesi dello spuntare dei fiori nuovi con la macchina fotografica pronta ad immortalare l’evento); la luna coperta dalle nuvole, che, proprio perché è parzialmente nascosta, è più attraente della luna piena; il sentimento di rimpianto per la bellezza che fugge; gli spazi vuoti per leggere tra le righe (ad esempio nei componimenti poetici haiku); la ricerca della semplicità e dell’eleganza, frutto anche questa dell’influenza del buddismo zen.

 

Mancanza di senso del peccato e presenza di senso della vergogna
La cultura giapponese non ha il senso del peccato. Fino alla seconda guerra mondiale i giapponesi si bagnavano nudi nelle loro terme maschi e femmine insieme senza che questo suscitasse particolari “pruriti”; furono gli ufficiali americani a proibire questa pratica per evitare degenerazioni tra i loro militari; da allora i giapponesi praticano il bagno nudi in ambienti separati tra maschi e donne. Questo per dire dell’assenza di senso del peccato. C’è invece e forte il senso della vergogna.
La parola haji (che vuol dire “vergogna”) è costituita da due kanji: il primo indica l’orecchio, il secondo il cuore. La vergogna, cioè, nasce dall’orecchio (cioè dalla diffusione di un fatto) e colpisce il cuore.
Per capire questa fondamentale differenza tra la nostra cultura e quella giapponese, dobbiamo riflettere sul fatto che nella nostra cultura esistono queste contrapposizioni: verità – falsità; bene – male. Il senso del peccato, nella nostra cultura, scaturisce dalla consapevolezza di aver scelto la via della falsità e quella del male. Nella cultura giapponese, invece, la contrapposizione è tra pubblico e privato, tra dentro (gruppo di appartenenza) e fuori (gruppo non di appartenenza) e ognuno dei poli di questa contrapposizione è regolato da specifiche regole di comportamento, addirittura da regole linguistiche che valgono per un polo e non per l’altro. Rispettare tali regole, che sono veri e propri doveri sociali significa vivere con onore (secondo la tradizionale etica della “via del guerriero”); non rispettarle significa vivere con disonore. La contrapposizione, dunque, non è quella tra bene e male da cui scaturisce il senso del peccato, ma quella tra onore e disonore da cui scaturisce il senso della vergogna. Mi vergogno perché si sa in giro che io sono venuto meno ai miei doveri sociali e questo fa piombare nella vergogna anche il mio gruppo di appartenenza (a cominciare dalla mia famiglia).
La vergogna, secondo la “via del guerriero”, può essere riscattata solo con un suicidio rituale (seppuku o harakiri) Questo spiega perché anche recentemente si sono dati in Giappone casi di manager di aziende che, per aver fallito gli obiettivi aziendali, si sono uccisi, mentre in Italia diversi manager che hanno mandato in rovina aziende pubbliche sono stati licenziati con una ricca liquidazione. Questo spiega anche il suicidio di un macchinista a seguito di un insignificante ritardo del treno da lui guidato.

 

3. Il sistema delle relazioni sociali

Doveri sociali
義理
La parola giapponese giri ha un complesso di significati: dovere; regole nelle relazioni sociali; comportamenti che si devono osservare. Il giri presuppone l’interiorizzazione da parte dei giapponesi della struttura gerarchica della loro società.
La società giapponese, infatti, è fortemente gerarchizzata e i rapporti superiore-inferiore sono profondamente sentiti: capo-subordinato, ma anche genitori-figli, marito-moglie, fratello maggiore-fratello minore, insegnante-studenti. Questa gerarchizzazione è rimarcata nell’uso della lingua, dal momento che ci sono registri linguistici diversi che bisogna usare a seconda che ci si rivolga a un proprio pari o a uno che occupi un ruolo inferiore o un ruolo superiore.
Il giri comporta anche la necessità di rispettare l’usanza di scambiarsi doni in particolari occasioni (ad esempio all’inizio del nuovo anno): lo scambio dei doni è tradizionalmente finalizzato a preservare l’armonia dei rapporti umani, per cui chi non ricambia un regalo viene meno ai propri doveri sociali; non bisogna, però, mai fare un regalo di eccessivo valore perché questo metterebbe in imbarazzo chi lo riceve e sarebbe in contrasto con la finalità di preservare l’armonia.
Pubblico – Privato
建前 tatemae
本音 honne
Abbiamo già accennato alla caratteristica dell’ambiguità della comunicazione giapponese. Qui possiamo precisare che la comunicazione è regolata dall’osservanza della contrapposizione di pubblico e privato. A tal proposito bisogna distinguere tra tatemae cioè le parole di facciata e honne cioè le reali intenzioni.
Col tatemae un giapponese rende espliciti intenti che siano in sintonia con le aspettative del gruppo o della società. Questo significa che un giapponese sia ipocrita? La contrapposizione falsità-verità vale per noi occidentali; per i giapponesi, come abbiamo già visto, conta la contrapposizione tra sfere diverse di comunicazione.
Ci sono cose che in pubblico non si fanno e i giapponesi non le fanno: ad esempio starnutire, scambiarsi tenerezze tra innamorati. Allo stesso modo ci sono espressioni nella comunicazione che devono essere evitate per non incrinare l’armonia. Così, se un giapponese è a casa di un conoscente e si avvicina l’ora di cena, il conoscente dirà “Vuol cenare con noi?”, ma l’altro risponderà “Grazie, ma non ho appetito”. La comunicazione, dunque, rispetta un preciso protocollo.
Quello che il giapponese veramente pensa non lo comunica con le parole, ma, come recita un proverbio, “Da cuore a cuore”, cosa che presuppone un’intimità tra gli interlocutori che diano senso e significato a un dialogo fatto di silenzio e non di parole.
Regole di gerarchia
Abbiamo detto che la società giapponese è fortemente gerarchizzata e che questa gerarchia è interiorizzata e vissuta come normale dai giapponesi. In tutti i gruppi (lavoro, scuola, famiglia ecc.) è sentita dai giapponesi la distinzione tra senpai e koai.
先輩 Senpai è il più anziano, quello che si è diplomato prima di noi a scuola, quello che ha iniziato prima di noi un’arte marziale, quello che ha cominciato a lavorare nella nostra azienda prima di noi. Non conta che sia il più bravo, conta che sia il più anziano. E quest’anzianità è per i giapponesi un valore che merita rispetto.
後輩 Kohai invece è chi è arrivato dopo, chi è più giovane, chi ha cominciato la nostra stessa attività dopo di noi.
Quando si parla a un senpai cioè a un proprio superiore la lingua si uniforma alle regole della gerarchia sociale: c’è quindi un registro linguistico (addirittura parole specifiche) per parlare con un superiore. Ad esempio, il verbo taberu (che significa “mangiare”) diventa meshiagaru se riferito a un superiore oppure itadaku se riferito a se stessi per sottolineare la propria inferiorità verso l’interlocutore. Così il verbo iku “andare” diventa nel primo caso irassharu e nel secondo mairu. Così suru “fare” nel primo caso è sostituito da nasaru, nel secondo caso da itasu.

Il sistema IE
La struttura sociale giapponese (che si articola in una forte gerarchizzazione e nella presenza di gruppi di appartenenza, sui quali torneremo tra poco) è il risultato odierno del tradizionale sistema ie.
La parola ie 家 significa “edificio nel quale si risiede”, ma anche “famiglia”, “gruppo che forma la famiglia” secondo il vecchio codice civile che includeva nella famiglia anche i servitori, “insieme di discendenti da un comune antenato”.
Questo sistema è ancora sentito in Giappone nonostante la diffusione della famiglia mononucleare. Esso si fonda sul culto degli antenati, praticato presso i piccoli altari presenti nell’abitazione e rinnovato con periodiche visite alle tombe.
I caratteri significativi del sistema ie sono: l’impronta patriarcale per cui tradizionalmente al capofamiglia veniva servito un pasto più ricco); la coscienza di appartenere a una stirpe comune a partire da un antenato; l’inferiorità della donna (che tradizionalmente aveva il dovere di mettere al mondo figli oppure era obbligata al divorzio); la continuità nella discendenza, assicurata, in assenza di discendenti diretti, dal ricorso all’adozione; il sistema delle classi col modello dominante della classe dei samurai.

Dipendenza
Amaeru 甘えるin giapponese significa “dipendere dalla benevolenza altrui”. La consapevolezza di una tale dipendenza, che è vitale per ogni giapponese, si fonda sulla ripartizione del sistema di relazioni tra una sfera interna, una sfera esterna e una sfera degli estranei.
La sfera interna è quella dei parenti: essa non richiede riservatezza tra i membri del gruppo ma solo dipendenza reciproca. La sfera esterna (che, però, diventa interna quando si passa dal gruppo di appartenenza della famiglia al gruppo di appartenenza degli amici o del lavoro ecc.) richiede l’osservanza dei doveri sociali (giri) e della riservatezza (enryo): ad esempio, quando si è in un gruppo del genere, non si ordina la bibita che si desidera ma si dice “Mi va bene quello che bevono gli altri”. La sfera degli estranei, infine, non prevede né dipendenza né riservatezza, ma solo estraneità: non a caso lo straniero è un gaijin cioè uno di “fuori”.

Dentro – Fuori
E siamo giunti così a parlare della fondamentale contrapposizione tra
dentro(uchi) 内 e fuori (soto) 外.
Questa contrapposizione è l’altro asse su cui è strutturata la società giapponese, accanto all’asse della contrapposizione senpai – kohai. La contrapposizione dentro – fuori è una contrapposizione mobile, perché ogni giapponese è inserito in un gruppo, a partire dalla famiglia, rispetto al quale gli altri gruppi costituiscono il fuori, ma, uscendo dalla famiglia, e entrando ad esempio nel gruppo scuola o nel gruppo azienda il giapponese entra dentro un gruppo esterno che, conseguentemente, esce dall’area del fuori e diventa area del dentro.
La contrapposizione dentro – fuori è radicata anche nella lingua giapponese, dal momento che alcuni vocaboli ed alcune espressioni possono essere usati solo nel gruppo di appartenenza. Ad esempio mio padre si dice chichi ma il padre di un altro si dice otoosan; mia madre è haha, la madre di un altro è okaasan; il verbo dare è ageru se a dare sono io o uno del mio gruppo di appartenenza, mentre diventa kureru se uno di un gruppo esterno dà a me o a uno del mio gruppo ecc.

Coscienza del gruppo
Ovvio, dunque, che nella società giapponese, costituita com’è da numerosi gruppi interdipendenti fondati sulla contrapposizione uchi – soto, sia fortemente avvertita la coscienza di gruppo, a tal punto che qualche studioso parla del Giappone come unico Paese a comunismo realizzato, a prescindere dalla sua piena collocazione nell’area geopolitica occidentale capitalistica.
L’armonia del gruppo è di vitale importanza per i giapponesi e si nutre di fedeltà al gruppo di appartenenza, di sentimento di solidarietà, di senso di vergogna (haji) quando una propria azione disonora l’individuo e, conseguentemente, il suo gruppo.
E’ questa coscienza di gruppo che giustifica proverbi come “Il chiodo che sporge va martellato”. Ed è questa coscienza del gruppo che porta nel fine settimana i lavoratori di uno stesso gruppo a compiere il dovere sociale di andare a bere insieme per rafforzare l’armonia interna.

Uomini – Donne
男otoko (maschio) 女 onna (donna)

In un passato remoto il Giappone conobbe la società matrilineare, con le donne che garantivano il diritto di successione nelle proprietà delle famiglie e con molte donne che assumevano ruoli di comando, anche in campo militare. Ma la posizione della donna subì un indebolimento progressivo nell’epoca Heian cioè tra il 794 e il 1185.
In questo periodo si impose il sistema ie col capofamiglia (padre o avo) nelle cui mani si concentrava un grande potere. Al sistema ie si accompagnò un sistema stratificato di classi sociali (dalla classe inferiore dei mercanti a quella dei contadini a quella superiore dei samurai): in questo sistema le donne, nella classe dei samurai, servono a legare tra loro le famiglie con i matrimoni e, in certi casi, quando gli uomini sono in guerra, assumono la direzione della famiglia.
Si è così elaborata una distinzione di ruoli tra maschio e donna: la gestione della casa spetta di fatto alla moglie; è la madre che cura l’educazione dei figli fino all’età scolare, restando a casa e rinunciando a prospettive di carriera nel lavoro; non si manifesta in pubblico il reciproco affetto tra i coniugi, non si parla in pubblico del proprio coniuge maschio o donna.
4. Il sistema istituzionale

Istruzione

L’istruzione è obbligatoria per 9 anni, di cui 6 di scuola elementare (nella quale si entra a 6 anni) e 3 di scuola media. Prima della scuola dell’obbligo è possibile per i genitori servirsi dell’asilo nido e dell’equivalente della nostra scuola materna. Dopo la scuola dell’obbligo si accede mediante un esame d’ammissione al liceo e, successivamente, all’università. L’anno scolastico ha inizio in aprile e fine in marzo; la settimana scolastica in alcune scuole è di 5 giorni, in altre di 5 giorni e mezzo.
I bambini della scuola elementare di solito vanno a piedi a scuola, frequentano classi di circa 40 alunni e hanno un insegnante unico per tutte le materie. A queste differenze rispetto alla nostra scuola vanno aggiunte altre caratteristiche che ancor più marcano la distanza tra il nostro sistema scolastico e quello giapponese: i bambini mangiano a scuola e, a turno, servono ai compagni il pranzo preparato dai cuochi; i bambini partecipano alla pulizia della scuola, pulendo ognuno la parte di aula assegnatagli; come in tutte le scuole i bambini lasciano le scarpe all’entrata e calzano delle pantofole.
Alla scuola elementare si studia: giapponese, aritmetica, scienze, studi sociali, musica, arte, ginnastica, etica, economia domestica. Molti bambini, dopo la scuola normale, frequentano una scuola privata per prepararsi all’esame di ammissione alle scuole medie più ambite.
Gli alunni della scuola media indossano una divisa scelta dalla singola scuola, mentre quelli della scuola elementare hanno solo un cappellino per distintivo. I professori sono diversi per ciascuna materia e si avvia lo studio dell’inglese. I ragazzi, oltre la scuola normale, si preparano privatamente per l’esame di ammissione alla scuola superiore; inoltre svolgono una vita sociale nei club scolastici. Continua il loro dovere di collaborare alla pulizia della scuola.
Al termine della scuola obbligatoria, la stragrande maggioranza degli allievi si iscrive al liceo cioè alla scuola superiore, affrontando l’esame di ammissione per assicurarsi un posto nei licei più ambiti. Le materie insegnate sono: giapponese, giapponese classico, cinese classico, matematica, inglese, storia, geografia, politica, economia, chimica, fisica, biologia, geologia, educazione fisica, educazione tecnica, economia domestica, arte (musica, arti visive, calligrafia). Tra queste materie gli studenti scelgono quelle che seguiranno in base a ciò che intendono studiare all’università. L’accesso all’università richiede il superamento di un severo esame d’ammissione, tanto più severo quanto più è prestigiosa l’università scelta. L’università più ambita è quella di Tokyo: i laureati in questa università, a prescindere dalla laurea conseguita, ricevono a parità di lavoro una paga superiore a quella che ricevono i laureati in altre università. La vita sociale nei club scolastici diventa al liceo più ricca, mentre resta l’obbligo di partecipare alle pulizie della scuola.
E’ opportuno tener presente che, se l’accesso alla scuola (in particolare alla scuola superiore e all’università) richiede un forte impegno degli allievi per superare l’esame di ammissione, la frequenza della scuola stessa, una volta ottenuto il diritto di entrarvi, risulta meno faticosa di quanto accada ai nostri allievi.
Infine vorrei sottolineare che nella scuola giapponese, a tutti i livelli, si cura l’educazione al gruppo. Lo studente, infatti, è incoraggiato a cercare il successo scolastico non per una soddisfazione personale, ma per migliorare la condizione del gruppo di appartenenza: la famiglia, la scuola, poi l’azienda di lavoro e infine il proprio Paese.
L’insuccesso scolastico, dunque, non è una faccenda personale perché può peggiorare la condizione del proprio gruppo: dall’insuccesso del singolo deriva vergogna al gruppo che non migliora la propria condizione e al singolo che è stato causa della vergogna del gruppo.
Col termine ronin al tempo dei samurai si indicava un samurai rimasto senza padrone o perché era stato cacciato via per la sua inefficienza o perché il padrone era morto e il samurai portava la vergogna di essergli sopravvissuto: essere senza padrone da servire a quei tempi veniva vissuto come una condizione degradante. Lo stesso termine si usa oggi in Giappone per definire lo studente che non supera l’esame.
Religione fluttuante
Ufficialmente, stando alle statistiche sulle organizzazioni religiose presenti in Giappone, accanto alla presenza maggioritaria dello shintoismo (antica religione locale, che, attraverso l’elaborazione di miti, costituì la base della “divinizzazione” dell’imperatore e una specie di religione nazionale) e del buddismo, importato dalla Cina, vi sono minoranze cristiane, musulmane e di altre innumerevoli sette religiose.
Ma, anche quando parliamo di religione, dobbiamo stare attenti a non proiettare sulla mentalità giapponese parametri e modi di vedere che valgono abitualmente per la nostra mentalità occidentale. Basti considerare che, se si sommano coloro che dichiarano in Giappone di aderire a una determinata religione, il totale è di gran lunga superiore al numero dei giapponesi: insomma i giapponesi aderiscono tranquillamente a più di una religione contemporaneamente. Si parla a tal proposito di “religione fluttuante”.

Religione fluttuante significa che per un giapponese non c’è esclusività tra una religione e l’altra, ma si passa attraverso le religioni per cercare conforto alle ansie della vita. Questo consente ai giapponesi di praticare riti shintoisti senza escludere quelli buddisti o addirittura quelli cristiani, scegliendo tra gli uni e gli altri a seconda delle occasioni della vita. Per questo il buddismo fu, a livello popolare, incluso nello shintoismo o, meglio, i kami (le innumerevoli divinità di origine agraria e naturalistica) dello shintoismo furono assunti come manifestazioni di Budda.
L’osservanza di riti e pratiche religiose, di diversa origine, dà luogo a un calendario rituale che scandisce il tempo giapponese e si arricchisce anche di innumerevoli credenze o superstizioni che i singoli possono fare proprie. Accanto a questo livello popolare di religiosità, fatto prevalentemente di osservanza di riti, arrivò in Giappone dalla Cina anche una versione più elitaria del buddismo, in particolare il buddismo zen. La domanda era: chi poteva arrivare all’illuminazione? Tutti o solo alcuni eletti?. La versione che fu privilegiata dai samurai è che l’illuminazione non è per tutti, ma solo per chi si impegna in un faticoso processo di autoperfezionamento.
Dal buddismo inoltre la mentalità giapponese apprese la ricerca personale, alla quale si accompagna anche l’accettazione del fallimento e dell’insuccesso e, quindi, della relatività di ciò che facciamo. Da qui consegue anche la compassione verso le altrui sofferenze, ma senza che questo comporti un impegno a porvi rimedio, giacché, conformemente alla convinzione buddista che siamo il prodotto delle nostre precedenti azioni, la condizione di chi sta male, è povero, in difficoltà non merita l’assistenza da altri perché è il frutto di precedenti responsabilità personali. Così i “senza casa”, che a Tokyo dormono nel parco di Ueno, non si aspettano di essere mantenuti dall’assistenza pubblica ma cercano di riscattare la propria dignità legando ordinatamente al mattino i cartoni sui quali hanno dormito la notte e contribuendo a tener pulito il parco.
A integrare la tolleranza religiosa di shintoismo e buddismo nella mentalità giapponese contribuì, sempre importato dalla Cina, il confucianesimo con la sua morale, fondata sui principi di fedeltà, di lealtà, di benevolenza, di pietà filiale, di miglioramento personale attraverso lo studio.
In conclusione, un giapponese può visitare un santuario scintoista in particolari ricorrenze (ad esempio l’inizio dell’anno) e partecipare alle diverse feste locali di origine scintoista (i matsuri) e contemporaneamente praticare il culto degli antenati in un tempio buddista, dichiarando magari di non essere religioso. Oppure può celebrare un matrimonio con rito shintoista, facendolo seguire da un ripetizione con rito cristiano, e poi celebrare per un membro della propria famiglia un funerale buddista. Tutto questo, senza mai perdere “l’anima giapponese” cioè l’impronta profonda lasciata nella sua mentalità dalla “via del guerriero”.
Matrimonio
Visto che abbiamo parlato di matrimonio e di riti possibili, ne approfittiamo ora per chiarire alcuni aspetti del matrimonio in Giappone.
Anzitutto va sottolineato che il matrimonio in Giappone è solo civile e non è religioso, anche se abitualmente viene praticato un rituale (di solito scintoista). L’altra precisazione necessaria è che, nella tradizione giapponese, il matrimonio è più una questione di rapporti tra famiglie che di rapporti tra individui.
Anche se non è più rispettata da tutti, infatti, esiste ancora l’usanza del miai cioè di quello che potremmo chiamare “matrimonio combinato”. Miai letteralmente significa “incontro per vedersi”. Quando una famiglia ritiene giunta l’ora perché un figlio o una figlia si sposi, si guarda intorno per osservare le altre famiglie con cui potrebbe imparentarsi. A questo punto, la famiglia si affida a un intermediario che terrà i rapporti tra le due famiglie, fino a combinare un incontro ufficiale nel quale i “fidanzati” (fidanzati, ovviamente, dalle rispettive famiglie) potranno conoscersi.
Se l’incontro va a buon fine, nel senso che i due giovani si accettano reciprocamente, verrà organizzato successivamente un incontro per il fidanzamento ufficiale con le due famiglie e l’intermediario: in questo incontro ci sarà uno scambio di doni tra le due famiglie.
La celebrazione del matrimonio avviene di solito con un tradizionale rito scintoista nel quale gli sposi e gli invitati indossano gli abiti tradizionali; segue un ricevimento, durante il quale saranno pronunciati discorsi augurali dagli intermediari e da un ospite d’onore; dopo il taglio della torta ci saranno i discorsi augurali degli invitati i quali consegneranno agli sposi ciascuno una busta legata con nastri rossi e d’oro, contenente del danaro. A loro volta gli sposi regaleranno agli invitati stoviglie e dolci.

Oggi è frequente che gli sposi “si divertano” a ripetere tutta la cerimonia imitando quella occidentale: celebrazione del rito in abiti occidentali e ricevimento con sposi e invitati vestiti all’occidentale; infine, magari, viaggio di nozze a Nagoya per un giro in gondola in una Venezia ricostruita in stile parco divertimenti.

Cerimonie particolari
Diverse sono le cerimonie giapponesi che segnano il ritorno delle stagioni o sottolineano particolari momenti della vita. Ne ricordiamo qualcuna.

La festa dell’o bon. E’ una cerimonia di origine buddista che si tiene verso la metà di luglio secondo il calendario lunare: si salutano le anime degli antenati con l’accensione di fuochi e con danze per accompagnarle nella loro visita alla terra d’origine. In quest’occasione molti giapponesi che per lavoro sono lontani dal luogo di nascita fanno ritorno a casa approfittando delle vacanze estive.

Tsukimi (“contemplare la luna”). E’ la festa della luna piena (il 15 agosto secondo il calendario lunare), nella quale si celebra il raccolto.

Shichigosan (letteralmente: 7, 5, 3). Il 15 novembre i genitori portano al tempio shintoista i figli maschi quando hanno 3 e 5 anni e le figlie femmine quando hanno 3 e 7 anni. I bambini vengono vestiti con gli abiti tradizionali e la visita è finalizzata ad augurare loro una crescita sana.

Cerimonia funebre. Merita di essere ricordata anche la cerimonia funebre che di solito predilige il rito buddista e si svolge in questo modo. Un’agenzia di pompe funebri organizza la cerimonia, procurando un sacerdote buddista, inviando gli inviti a coloro che la famiglia desidera partecipino alla cerimonia e mettendo anche cartelli per le strade per indicare il luogo da raggiungere. Gli invitati alla cerimonia offrono una busta legata con nastri bianchi e neri, contenente danaro ma non banconote nuove. Mentre il sacerdote recita le preghiere rituali, i presenti si avvicinano all’altare per bruciare incenso e dare l’ultimo saluto al defunto. Al termine della cerimonia il corpo viene portato al crematorio e alla famiglia vengono consegnate le ceneri. La famiglia osserva un periodo di lutto durante il quale non partecipa a feste e non manda la tradizionale cartolina di auguri di inizio anno.
Abitazioni
Nelle grandi città il problema principale è quello dello spazio, che i giapponesi hanno cercato di recuperare in altezza e sotto terra: abbondano così appartamenti di dimensioni ridotte in alti palazzi e centri commerciali sotto le stazioni. Le villette tradizionali circondate da un parco, piccolo o grande, sono rarissime nelle grandi città e, tuttavia, anche qua, nonostante l’esteriorità che fa pensare a un appartamento occidentale o la presenza dentro casa di oggetti all’occidentale, restano forti tipiche caratteristiche giapponesi.
Anzitutto, non è possibile per un giapponese acquistare un’automobile se non dimostra di avere a disposizione, o in proprietà o in affitto, un posto macchina: ne consegue che una parte dello spazio riservato alle abitazioni viene ulteriormente ridotto per ricavare posti macchina.
Una tipica usanza giapponese, che abbiamo già citato a proposito delle scuole, è che non si entra in casa con le scarpe: queste vengono lasciate nell’ingresso e sostituite da apposite pantofole. Un’altra caratteristica dell’abitazione giapponese è che le stanze non hanno una destinazione rigida ma, essendo chiuse solo con una leggera porta a scorrimento, possono essere trasformate nell’uso a seconda delle necessità: una stanza può essere così di notte camera da letto e di giorno un salotto dove pranzare o ricevere ospiti. Basta togliere i letti che sono costituiti da materassini (futon).

Il pavimento delle stanze (almeno di quella che serve per dormire) è coperto da speciali tappeti (tatami), generalmente fatti di paglia di riso: il tatami costituisce anche l’unità di misura dell’ampiezza della casa: un tatami è 90 centimetri x 180.
In casa di solito non si usano le sedie, anche se in diverse abitazioni è possibile vedere tavoli e sedie occidentali, ma ci si siede sulle ginocchia o a gambe incrociate, usando per mangiare il tipico tavolino basso giapponese. Si pratica un’attenta raccolta differenziata dei rifiuti. I tubi dell’acqua generalmente distinguono l’acqua per l’alimentazione da quella per altri usi.
A proposito dell’acqua, qua si incontra una grande differenza tra i giapponesi e noi: i giapponesi non si bagnano per lavarsi, ma si lavano prima di bagnarsi. La pratica del bagno, che conserva l’antica tradizione, consiste nell’immergersi nudi in una vasca colma di acqua calda, che non viene gettata dopo l’uso ma conservata perché possa essere successivamente utilizzata da altri membri della famiglia. Da qua la necessità che chi entri nella vasca da bagno (ofuro) lo faccia dopo un’accurata pulizia personale. L’amore per questa pratica del bagno porta i giapponesi a ricercare le terme immerse nella natura o quelle artificiali a disposizione nelle grandi città in appositi bagni pubblici.

 

Legata al bagno c’è la questione del WC, di cui i giapponesi vanno particolarmente fieri fino a mostrarvelo come cosa importante se vi capita di essere accettati come loro ospiti. Il WC non sta nella stanza da bagno ma in un altro stanzino: è caratterizzato da una tazza, nella quale è incorporato un bidè, che è riscaldata (a beneficio di chi ci si siede) e che è fornita, nei casi più raffinati, di una serie di comandi per aumentarne l’efficienza. Ma la cosa più interessante, e che conferma la ricerca giapponese del gesto essenziale e funzionale, è lo sciacquone: da noi disperde litri d’acqua, per giunta potabile; da loro lo sciacquone consiste in un rubinetto che eroga acqua con cui ci si lava le mani, acqua che finisce nel contenitore dal quale viene prelevata per lavare la tazza.
In ogni casa, infine, c’è un angolo appartato con un altarino per il culto degli antenati.

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Responses

  1. Grazie, è un lavoro molto interessante, una miniera di spunti di riflessione.

  2. […] Giappone […]


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