Pubblicato da: luigivassallo | 14 marzo 2014

La questione della colpa secondo Karl Jaspers

 

Luigi Vassallo, La questione della colpa secondo Karl Jaspers

(intervento in occasione della Giornata della Memoria 27.01.2014

presso Istituto Comprensivo di Finale Ligure)

 

Karl Jaspers (nato nel 1883 e morto nel 1969) era uno psichiatra e filosofo tedesco. All’avvento del nazismo manifestò subito idee contrarie al regime e per questo venne allontanato dall’insegnamento universitario. Nel 1937 i nazisti gli imposero di scegliere tra il divorzio dalla moglie ebrea o l’emigrazione forzata. Jaspers rifiutò di divorziare e si ritirò a vivere come un recluso nella sua Heidelberg, dove i nazisti lo tollerarono soddisfatti di averlo ridotto ormai al silenzio.

Alla fine della guerra fu riabilitato all’insegnamento universitario e, come suo primo compito, si dedicò a parlare alla Germania, che stava soffrendo, nelle dure imposizioni dei vincitori, le conseguenze della guerra e degli stermini voluti dai nazisti. Ai tedeschi Jaspers disse che la sopportazione delle sanzioni, anche da parte di chi non aveva appoggiato il nazismo, era l’unica via per la purificazione, senza la quale non avrebbero avuto diritto alla libertà politica e alla pari dignità con gli altri popoli. La purificazione dalla colpa che aveva  macchiato tutti i tedeschi sia quelli che avevano appoggiato Hitler, sia quelli che lo avevano sopportato a malincuore, sia quelli che avevano tentato di osteggiarlo: “Che noi siamo ancora vivi, questa è la nostra colpa”, così concludeva Jaspers.

Per Jaspers riconoscere la colpa (per pentirsene) comporta l’approfondimento di quattro livelli di colpa: dalla colpa criminale alla colpa politica, alla colpa morale, alla colpa metafisica.

La colpa criminale è la colpa di chi ha commesso un crimine o di chi vi ha attivamente collaborato. Di questa colpa giudica il tribunale (ad esempio il tribunale di Norimberga contro i criminali nazisti), chiamato ad esaminare fatti oggettivi e a valutarne la responsabilità individuale dei singoli imputati. Di fronte alla colpa criminale il negazionismo imbocca più di una strada: nega il crimine (la Shoah non c’è mai stata; i morti nei campi di concentramento non erano effetto di uno sterminio programmato e voluto ma solo la conseguenza delle condizioni di vita non certo felici nei campi); oppure lo ridimensiona (è esagerato il numero di morti riportato dalle versioni dei vincitori); oppure si fa scudo della giustificazione di “avere solo obbedito agli ordini”. La questione, dopo la Shoah, è se il crimine (un crimine di tali dimensioni) possa essere addebitato solo a chi l’ha progettato e ordinato e a chi lo ha direttamente eseguito o anche a tutti i piccoli funzionari che, limitandosi a svolgere con scrupolo quello che chiamavano il “proprio lavoro”, lo hanno reso possibile: da chi ha rastrellato ebrei, zingari, omosessuali, oppositori politici a chi ha compilato gli elenchi per le deportazioni, a chi ha organizzato i treni per i campi di sterminio, a chi ha guidato quei treni, a chi ha gestito i campi di sterminio e ne ha curato l’efficienza quotidiana.

La colpa politica (ovvero la responsabilità politica) significa che si è coinvolti, in quanto cittadini, in tutto quello che il nostro Stato fa; significa che siamo responsabili di quello che il nostro Stato ha fatto se ne abbiamo sostenuto il governo col nostro voto e il nostro consenso (Hitler e Mussolini giungono al potere attraverso le elezioni e hanno inizialmente un consenso diffuso sincero); ma siamo responsabili anche se abbiamo votato contro tale governo e non ne abbiamo condiviso le scelte, perché non siamo riusciti ad aggregare gli elettori su una cultura politica diversa o, comunque, perché – ci piaccia o no – di questo Stato siamo cittadini e, quindi, parte.

Jaspers è consapevole che, accanto alle responsabilità politiche dei tedeschi che la sconfitta militare costringe a pagare dure conseguenze, ci sono anche le responsabilità politiche dei vincitori: di chi all’avvento di Hitler (o di Mussolini) non ne ha contrastato le tendenze o ne ha addirittura lusingato le vanità nell’illusione di utilizzarlo come argine contro le agitazioni popolari o contro il pericolo rosso dell’Unione Sovietica; o di chi ha condotto la guerra secondo calcoli di convenienza e nella prospettiva dell’ordine mondiale successivo, sino a sottovalutare (come sembra emergere da documenti recenti) le stesse segnalazioni dei campi di sterminio attivati dai nazisti. Ma Jaspers ripete con fermezza che queste responsabilità dei vincitori non diminuiscono le responsabilità dei tedeschi (e, aggiungiamo noi, degli italiani) né riducono la portata dei crimini nazisti che ricadono su tutti i tedeschi.

La colpa morale Questa colpa rientra nella sfera individuale e riguarda quello che io personalmente ho fatto o non ho fatto di fronte ai crimini, alla violenza, alle persecuzioni, alle discriminazioni. Mi sono fatto i fatti miei: per paura? per evitare conseguenze alla mia famiglia? perché ho creduto che gli ordini vadano sempre eseguiti? perché ho pensato che ero troppo piccolo e insignificante per contrastare l’enormità del crimine? Qui solo la mia coscienza può pronunciare la sentenza. Ma può farlo solo se è una coscienza “educata”. Educata, secondo me, a distinguere tra un’etica delle intenzioni e un’etica della responsabilità: un’etica che dice che sono colpevole solo se volevo fare il male e che non ho nessuna colpa se non volevo farlo e un’etica che dice che io sono responsabile delle conseguenze della mia azione anche se non ne avevo intenzione. Per capirci, se mi drogo o mi ubriaco e poi mi metto al volante e ammazzo qualcuno, sono responsabile di questo, anche se non avevo intenzione di uccidere nessuno, perché drogandomi o ubriacandomi ho messo in moto un processo che aveva come punto d’arrivo probabile proprio quell’omicidio. Allo stesso modo, se mi volto da un’altra parte mentre viene compiuta un’aggressione, ne divento responsabile anche se non avevo nessuna intenzione di favorirla ma volevo solo tenermi fuori dai guai.

La colpa metafisica può essere percepita solo da chi si sente parte dell’universo umano, da chi sente gli altri esseri umani come membri della propria tribù, da chi sente un’offesa ad un altro essere umano come un’offesa a se stesso. Chi sente l’appartenenza all’unica tribù umana (per dirla con Einstein, all’unica razza umana) non è indifferente a ciò che accade a qualsiasi essere umano. Lo scrittore latino Terenzio (vissuto nel secondo secolo prima di Cristo) scriveva “Sono uomo. Non mi ritengo estraneo a nessuna cosa succeda ad un altro uomo”. Il nazismo, invece, ha cercato di spogliare milioni di uomini dei loro tratti umani, riducendoli a cose o a numeri, e ha cercato di rendere gli altri uomini indifferenti alla sorte di queste cose e di questi numeri. Sulla colpa metafisica non c’è tribunale che possa giudicare, non c’è giudizio politico che si possa pronunciare, non c’è neppure una coscienza individuale alla quale appellarsi. Quando, ancora oggi, sentiamo pronunciare con disinvoltura (spesso da esponenti politici) insulti contro i “diversi” (diversi per lingua, colore della pelle, condizioni economiche e sociali), che vengono etichettati come estranei alla nostra umanità presunta evoluta, quando ci accorgiamo che a queste volgarità razziste molti di noi restano indifferenti o ci fanno l’abitudine, allora ci chiediamo quanto cammino ancora le ex scimmie che in un’epoca remota si alzarono in piedi devono percorrere per diventare umani e membri a pieno titolo della tribù umana.

Ma si può restare “umani” in un mondo sconvolto dalla guerra che segna il trionfo degli istinti antiumani che ancora si annidano in noi? Anna Foa, nella conclusione del suo libro Portico d’Ottavia 13 dedicato alla deportazione degli ebrei romani nel 1943, mette a fuoco il disordine in cui maturò quel tragico evento.

Forse solo tenendo conto dell’assoluto vuoto di organizzazione sociale che esisteva a Roma in quei mesi, nel bel mezzo di una guerra in cui i nazisti stavano visibilmente perdendo, possiamo arrivare se non a decifrare almeno a comprendere vagamente tutte queste contraddizioni. Contraddizioni che contraddistinguono in primo luogo le istituzioni di Salò, con i funzionari dei commissariati che a volte arrestano gli ebrei e si accaniscono contro di loro, a volte li rimandano indietro e li salvano, quando non cercano perfino di spiegare loro la necessità di nascondersi. Ma in questo caso, ci sono i nazisti impegnati più nella lotta contro i partigiani e nella guerra contro gli Alleati che in quella contro gli ebrei, almeno dopo il 16 ottobre. E poi i funzionari repubblicani, e ancora le bande fasciste, le spie, la gente comune. Per molti, mettere da parte un gruzzolo, grande o piccolo, era l’obiettivo principale e non solo per i fascisti ma anche per i tedeschi. Se non per gli ufficiali, almeno per i soldati che accompagnavano i fascisti a razziare le case degli arrestati e in quel momento tutto dedicato “al proprio particolare” non si curavano di arrestare le donne lasciate libere, ma solo di depredarne i beni.

Ma, fianco a fianco alla banalità del male, ci sono testimonianze di banalità del bene che consentono alla Foa di concludere il libro con una nota di speranza riportando le parole del giornalista Paolo Monelli, che per primo nel 1945 pubblicò una ricerca sulla deportazione degli ebrei romani.

Oneste famiglie borghesi, umili case operaie, ospitavano, sfamavano chi era costretto ogni notte a cambiar domicilio, tenevano in serbo carte pericolose; impiegati, funzionari, fornivano informazioni, tessere, bolli, documenti falsi; fornai facevano il pane per gruppi di patrioti, trattorie sfamavano celatamente gente braccata, chirurghi aprivan la pancia a malati immaginari, monacelle di clausura accoglievano ebrei e renitenti alla leva, sacerdoti trasmettevano messaggi segreti in confessionale. Tempo fraterno che ci rifece buoni e cordiali, nelle inattese convivenze, nelle lunghissime veglie, nella calda solidarietà con gente di ogni fede, con prigionieri di guerra, con patrioti scesi dai monti, con persone di cui c’era ignoto anche il nome.

Celebrare la Giornata della Memoria, dunque, è anche questo: ricordare che alcuni (pochi o tanti), tra l’adesione (convinta o per paura) al nazismo e al fascismo e l’attesa in disparte che, grazie ad altri (gli alleati, i partigiani), le dittature crollassero, scelsero la strada di fare qualcosa con le proprie mani, rischiando anche la propria vita e aprendo così la speranza ad una società fondata su libertà e giustizia.

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Responses

  1. Bellissimo approfondimento. Grazie. M.A.

  2. […] La questione della colpa secondo Karl Jaspers | Ipse Dixit. […]


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