Pubblicato da: luigivassallo | 2 maggio 2013

Il dovere di trasmettere la memoria

 

 

Il dovere di trasmettere la memoria

(discorso per l’inaugurazione della nuova sede ANPI di Finale Ligure – 20 aprile 2013)

 

La memoria geografica, la memoria dei luoghi fisici nei quali fu costruita la nostra Costituzione: ancorarsi alla materialità, alla corposità dei luoghi fisici in un’epoca in cui a dominare è il virtuale, tanto che l’economia virtuale può distruggere l’economia reale, è già una scelta di campo. E quali sono questi luoghi fisici ai quali deve ancorarsi la nostra memoria?

·         Le nostre montagne, sulle quali, prima in maniera confusa e occasionale, poi in maniera organizzata, si costituirono le bande dei partigiani per combattere la dittatura fascista e nazista.

·         Le caserme, i luoghi dei militari, dove tanti militari italiani rifiutarono di arrendersi ai nazisti, rifiutarono di passare con la Repubblica Sociale Italiana e riscattarono la propria dignità molto meglio di un re in fuga col suo governo.

·         Le fabbriche (penso alla “Piaggio” di Finale), dove gli operai, correndo gravi rischi e subendo la deportazione nei campi di lavoro tedeschi (in cui non pochi di loro trovarono la morte), ebbero il coraggio di organizzare scioperi non soltanto contro il carovita e contro la fame, ma per la pace, per la fine della guerra, per la fine della dittatura.

·         Le città, dove civili che magari non avevano mai pensato di fare la guerra (donne, ragazzini, anziani) costituirono G.A.P. e S.A.P. per sabotare i nazi-fascisti e per sostenere la Resistenza.

La memoria storica, di quello che accadde allora, prima e dopo l’8 settembre 1943. La memoria del grande consenso di massa che il fascismo ebbe e che sembrò sciogliersi al sole il 25 luglio 1943 (con l’arresto di Mussolini) come se il fascismo non fosse mai esistito. La memoria che dopo l’8 settembre 1943 molti rimasero a guardare in attesa di vedere come andava a finire prima di schierarsi. La memoria che alcuni aderirono alla Repubblica Sociale Italiana e stettero con i nazisti: magari lo fecero in buona fede, magari credendo di servire un ideale, ma in ogni caso, che lo capissero o no, combatterono contro la libertà e contro la democrazia. La memoria di quelli che stettero contro i fascisti e i nazisti, che magari non pensavano di diventare eroi, che magari entrarono nella Resistenza anche con qualche confusione in testa, che magari qualche volta si fecero trascinare dal rancore ad atti di violenza non sempre giustificabili, ma che, in ogni caso, combatterono per la libertà e per la democrazia. La memoria storica non deve essere celebrazione retorica, non deve aver paura di riconoscere luci e ombre, non deve negarsi alla pietà per i morti dell’una e dell’altra parte, ma non deve abdicare al giudizio storico: molti stettero a guardare, alcuni combatterono in difesa della dittatura, altri (una minoranza, che, come già era accaduto nel Risorgimento, rappresentava la parte migliore della nazione) combatterono per una società democratica, libera e solidale., nella quale la pace sostituisse per sempre la guerra.

La memoria umana dei martiri della Resistenza, dei nostri martiri. Significa riconoscere che certamente nessuno di loro sognava il martirio, magari per consentire che noi 70 anni dopo potessimo celebrarli. Ognuno di loro, mentre era costretto dalla barbarie dei tempi a scelte eccezionali come quella di combattere con poche armi e poche risorse contro una dittatura feroce, sognava una vita normale: chi aveva una ragazza o un ragazzo sognava di tornare a fare l’amore con lei o con lui, chi non l’aveva sognava di trovarla o trovarlo prima o poi per mettere su famiglia, chi aveva una famiglia sognava di riabbracciare al più presto i propri cari.

Rendere onore a chi fece la Resistenza, dunque, significa sì la memoria di una commemorazione, significa sì l’onore di una lapide ripulita e annualmente ornata di fiori, ma significa soprattutto il riconoscimento dell’umanità di quelle persone e significa prenderle a modello, a bussola, per il nostro agire quotidiano: che avrebbero fatto i partigiani se si fossero trovati oggi al posto nostro? Così si rende veramente onore ai nostri cari, ai nostri caduti, non rinchiudendoli in celebrazioni retoriche, ma facendoli camminare quotidianamente al nostro fianco, perché ci indichino la strada quando lo sconforto o la rassegnazione sembra prenderci.

Ecco allora che la Resistenza ci parla e ci interpella attraverso la Costituzione. L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro (art.1): e i lavoratori e gli imprenditori disperati che si stanno suicidando in questi giorni? Tutti i cittadini sono uguali (…) E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli che impediscono l’effettiva uguaglianza (art.3): e i diritti negati ai più deboli? e l’istruzione taglieggiata a svantaggio dei meno abbienti? e la sanità pubblica negata agli anziani e ai malati cronici? e i beni comuni lasciati all’avidità del profitto privato? L’Italia ripudia la guerra.

“Ripudiare” è una parola più forte di “rifiutare” perché il rifiuto ammette il ripensamento: si può perfino rifiutare l’alleanza con un certo partito e poi farla, magari sotto la spinta della necessità. Invece il ripudio è definitivo: etimologicamente ripudiare significa “dare un calcio in culo”. L’Italia, dunque, dà un calcio in culo alla guerra. L’hanno capito bene quest’articolo i bambini dell’Istituto Comprensivo di Finale Ligure che hanno prodotto il disegno per il manifesto del 25 aprile del nostro Comune: una mongolfiera con la scritta “W. la pace”. Con tante toppe, perché la pace è bombardata da tante parti, e sotto la mongolfiera un bidone con la scritta “Rifiuti” in cui sono raccolte tutte le armi che la mongolfiera della pace porta via; in fondo al disegno dei soldatini spaesati che vedono le loro armi andare via. Nella loro ingenuità i bambini hanno detto una verità semplice e sconcertante: ripudiare la guerra significa buttare via le armi. L’aveva detto anche un bambino vecchio, una grande presidente della nostra Repubblica, Sandro Pertini (Si svuotino gli arsenali, si riempiano i granai). I bambini, a differenza degli adulti, non adattano i principi alle situazioni contingenti, i principi li assumono “senza se e senza ma”; siamo noi adulti a ridimensionare i nostri principi in base alle eccezioni che di volta in volta accettiamo.

Trasmettere la memoria, dunque, richiede la realizzazione di un rapporto tra le generazioni: grazie all’impegno delle docenti dell’Istituto Comprensivo di Finale questo rapporto con i bambini siamo riusciti quest’anno a concretizzarlo in una Mostra di lavori sulla Costituzione che inaugureremo il pomeriggio del 24 aprile prossimo, lavori di cui fa parte il disegno che abbiamo appena ricordato. Più difficile è realizzare un rapporto significativo con i giovani, i quali guardano con diffidenza a noi adulti, anche per gli esempi di disvalori che spesso altri adulti hanno dato, coinvolgendo anche noi che ne siamo meno responsabili. E tuttavia non possiamo lasciar cadere, nonostante le difficoltà, i tentativi di parlare anche ai giovani, perché non possiamo permetterci un’interruzione nel filo della memoria.

Trasmettere la memoria, infine, significa sollecitare le istituzioni a coltivare questa memoria sia con celebrazioni significative (che lascino il segno nella collettività) sia con la coerenza delle proprie scelte con la Costituzione quando si tratta di costruire o di rafforzare il diritto di piena cittadinanza per tutti i cittadini.

Infine, un appello a noi dell’ANPI, perché siamo degni a nostra volta della memoria che siamo impegnati a conservare e a trasmettere. La nostra sede non deve essere vissuta come un museo o come un dopolavoro, deve essere vissuta come luogo per un lavoro critico di recupero e trasmissione della memoria. Per questo non è sufficiente affidarsi alle iniziative promosse dal Comitato Direttivo; queste iniziative devono essere preparate, suggerite, criticate, corrette, sostenute dalla partecipazione di tutti gli iscritti, compatibilmente con le condizioni personali di ognuno. Perché proprio la partecipazione è il modello di democrazia che rende onore alla memoria della Resistenza: i partigiani non delegarono altri a fare per loro, assunsero nelle loro mani e sulla propria pelle la responsabilità di fare quello che potevano per cambiare la storia. E nessuno di loro poteva essere certo che ci sarebbero riusciti.

Luigi Vassallo

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