Pubblicato da: luigivassallo | 15 dicembre 2012

La manutenzione delle parole: ricordare – dimenticare

Ricordare o Dimenticare

(chiacchierata di venerdì 14 dicembre 2012)

Siamo giunti al termine del ciclo di chiacchierate “La manutenzione delle parole”. Questa volta non proporrò un test di controllo sull’uso di particolari parole, ma aprirò la porta della mia “officina di lavoro” per passare in rassegna alcuni strumenti di lavoro con i quali cerco di effettuare i test di controllo che mi interessano. I miei strumenti di lavoro sono essenzialmente schede critiche in cui ho raccolto gli spunti più significativi delle mie letture e delle mie riflessioni.

 

  1. 1.     LA MEMORIA PER L’IDENTITA’ INDIVIDUALE E SOCIALE

Scrive Aristotele, nel primo dei libri raccolti sotto il titolo “Metafisica”,

Dunque per natura gli animali nascono con la sensazione, ma da questa ad alcuni si ingenera la memoria, ad altri no. E perciò quelli che ricavano il ricordo dalla sensazione sono più saggi e più capaci di apprendere di quelli che non hanno la capacità di ricordare (…)

Gli altri animali orbene vivono sulla base di rappresentazioni e di ricordi, ma partecipano poco all’esperienza; il genere umano invece vive sulla base di calcoli e di ricordi. E dal ricordo deriva agli uomini l’esperienza: infatti più ricordi della stessa cosa producono la capacità di un’unica esperienza (…)

Aristotele prosegue indicando le due strade che derivano da questa specificità umana fondata sulla qualità della memoria: la strada del sapere pratico (empirico), di quelli che sanno fare ma non sanno perché e sono capaci solo di ricordare una sequenza di azioni (potremmo dire conoscono codici operativi e applicativi); la strada del sapere vero, di quelli che a volte non sanno fare ma sanno perché e ricordano i fondamenti del sapere.

E’ evidente che per Aristotele, come per chiunque ragioni su queste cose, è il sapere dei fondamenti che può dirigere la storia umana, non il sapere pratico che può solo ripeterla. Ed è evidente che alla memoria dei fondamenti è legata la sopravvivenza di una determinata civiltà.

 

 

 

  1. 2.     DI COSA PARLIAMO QUANDO PARLIAMO DI MEMORIA?

A livello di individuo ricordare è un’attività che in parte compiamo volontariamente, in parte no. Ci arriva un’informazione al cervello e la registriamo. Poi ne arriva un’altra, un’altra ancora, tante altre e le registrazioni si accumulano sulle registrazioni. Dobbiamo selezionarle per muoverci tra loro e la selezione la facciamo secondo criteri che talvolta sono nostri, altre volte ci sono suggeriti o imposti dall’esterno.  I ricordi selezionati li consolidiamo richiamandoli di tanto in tanto. Alcuni ricordi li perdiamo: perché col tempo certe facoltà si indeboliscono; perché una nuova informazione non riesce a consolidarsi a causa della forza di precedenti ricordi che ci tiene prigionieri oppure accade che una nuova informazione è così forte da riuscire a cancellare un ricordo precedente. Certe volte siamo noi a cancellare i ricordi, perché sono troppo scomodi o troppo dolorosi per noi, e allora li rimuoviamo.

Tutto questo vale anche per la memoria a livello sociale, perché anche la memoria sociale (la memoria di una civiltà) si nutre di riconoscimento, consolidamento, recupero ecc. e anche la memoria sociale è a rischio di oblio e di rimozione.

In particolare, a livello di società, la conservazione della memoria assume sostanzialmente queste manifestazioni:

  • Memoria d’archivio o di museo. Raccolta di documenti e reperti di epoche diverse della storia di una specifica civiltà o dell’intera umanità. Tale raccolta sviluppa in chi ne fruisce la percezione della distanza temporale, suscita curiosità, ma difficilmente coinvolge in un sentimento di comune appartenenza, anzi di solito fa affiorare una sensazione di estraneità e lontananza.
  • Memoria retorico-celebrativa. Consiste nell’assunzione e nella ritualizzazione, a scadenze fisse, di un evento che dovrebbe catalizzare il coagulo dell’identità sociale. Come in tutte le ritualizzazioni, si corre il rischio dell’esaurimento di tale memoria all’interno del recinto della cerimonia, senza che la vita reale ne sia segnata. Si pensi, a titolo di esempio, alla chiusura della messa cattolica “Andate in pace, la Messa è finita” e alla guerra, metaforica o reale, che continua fuori dalla chiesa.
  • Memoria fabulosa. Proiezione di valori socialmente accettati e di disvalori socialmente rifiutati in un racconto favoloso che esaurisce la sua possibilità formativa nell’età infantile.
  • Mito fondante. Il “mito” non è una favola, è molto più di una favola. E’ un racconto che racchiude in un involucro magari fabuloso o, comunque, enfatizzato, elementi di verità, di interpretazione del mondo, di lettura delle relazioni umane, elementi che sono organizzati in una trama che non è soltanto tecnicamente significativa ma è soprattutto dotata di senso valoriale cioè è eticamente fondante per una determinata identità comunitaria. Il mito fondante del Risorgimento. Il mito fondante della Resistenza. Mito perché il racconto è una trama di valori (valore dell’unità di patria, ad esempio, valore della libertà, della giustizia) celebrati attraverso la personificazione di uomini e donne di età, regioni, culture diverse e intessuta di eventi significativi che a quei valori danno corpo e da quei valori acquistano anima. Mito dunque per queste ragioni. Ma mito fondante, perché su di esso, ad esempio, si costruisce l’unificazione dell’Italia, prima, e la sua liberazione (dall’oppressione e dalla dittatura) dopo.

 

 

 

 

  1. 3.     LA TRASMISSIONE DELLA MEMORIA

Come si trasmette la memoria?

A livello biologico la memoria della specie, la memoria del suo patrimonio genetico, si trasmette col processo della generazione e, talvolta, con l’intervento della selezione naturale.

Ma a livello culturale la memoria (in particolare la memoria del mito fondante) si trasmette solo con un processo intenzionale col quale intenzionalmente si affida alle nuove generazioni  il nucleo identitario di una specifica civiltà: le forme, cioè, dell’economia, le forme della famiglia, le forme delle istituzioni, le forme dei saperi, le forme dello stare insieme nei diritti e nei doveri, infine i miti fondanti di tutto questo. Senza questa trasmissione intenzionale, una specifica civiltà non può sopravvivere a lungo: possono sopravvivere involucri vuoti di forme preesistenti, che seppure ancora tecnicamente significativi (cioè analizzabili e giustificabili sui piani della grammatica e della sintassi), sono privi di senso sul piano semantico perché hanno perso il loro mito fondante.

Dove si trasmette la memoria sociale?

I luoghi della PAIDEIA, cioè della formazione dell’identità culturale, che hanno fatto la storia del ‘900 oggi sono in crisi o fuori del gioco.

  • La scuola. La sua funzione di strumento di liberazione di massa e di realizzazione della persona nelle sue possibilità di individuo e di cittadino tra gli altri individui e cittadini (funzione conquistata faticosamente con le lotte delle masse che si affacciavano a un’istruzione una volta riservata a una minoranza) vacilla fortemente sotto l’attacco intenzionale di chi mira a depotenziare la scuola nella sua missione di formazione critica per tutti e per ognuno: attacchi sul piano delle risorse finanziarie, strumentali e umane ma anche sul piano dei contenuti da privilegiare sempre più orientati ad essere funzionali non a una coscienza civile libera e critica ma a un ruolo di consumatore passivo etero-diretto dalla pubblicità invasiva sia quando compra che quando vota. Ma la scuola ha anche subito l’attacco (probabilmente non intenzionale) di una parte di docenti e di genitori che hanno confuso democrazia e faciloneria, libertà e impunità, diritti e arbitri, promozione sociale dei deboli (attraverso la conquista di strumenti che li mettessero a riparo dall’essere turlupinati dalla pubblicità commerciale o pseudopolitica) e promozione sulla carta alla classe successiva, e che, facendo questa colpevole confusione (colpevole nei riguardi dei giovani lasciati senza gli strumenti di liberazione che solo a scuola avrebbero potuto conquistare) hanno finito per allevare galline mentre si illudevano di allevare aquile.
  • I partiti di massa. PCI, DC, MSI consentivano ai giovani un apprendistato politico, partendo dalla gavetta dell’attacchinaggio e del volantinaggio e passando attraverso l’ascolto dei “vecchi” della sezione, che certo (tra comunisti, democristiani, socialisti, neofascisti) divulgavano narrazioni diverse ma si trattava sempre di narrazioni in cui la vita del singolo aveva il suo valore all’interno dell’esperienza corale. I partiti di massa sono scomparsi. Quel paziente e faticoso apprendistato politico non si fa più. Oggi si corre, anche nella carriera politica, vincono i principi dell’aziendalismo, del giovanilismo, del rampantismo, con le loro inevitabili degenerazioni – ove si trovi un terreno fertile e una richiesta di chi comanda – nella propria svendita al capo di turno (e non sto pensando solo alla svendita di carni giovani agli utilizzatori finali).
  • L’oratorio della Chiesa. Trasmetteva una visione del mondo che non tutti condividevano o condividono ma in quella visione c’era un forte richiamo alla responsabilità individuale (sia pure passando per la drammatizzazione di alcuni peccati, specie di carattere sessuale) e c’era un altrettanto forte richiamo alla solidarietà con gli altri esseri umani (dalla comune discendenza da Adamo ed Eva che ci faceva eredi del peccato originale alla pratica della carità anche spicciola verso il prossimo). Anche l’oratorio appartiene al tramonto del ‘900.
  • La TV, quella che Pasolini avrebbe voluto chiudere insieme con  la scuola dell’obbligo, perché colpevoli, secondo lui, l’una e l’altra di aver unificato linguisticamente e culturalmente le cento e più differenze territoriali d’Italia cancellandone le specifiche e vitali diversità. Non c’è bisogno di molte parole per marcare la distanza incolmabile dalla TV di oggi di trasmissioni come “Non è mai troppo tardi”, la TV dei ragazzi (benché non priva di tentazioni bigottistiche), sceneggiati che avvicinavano ai classici e alla grande letteratura masse non abituate alla lettura, dibattiti fra uomini politici profondamente diversi per idee ma capaci di interloquire e discutere senza sbracare in urla scomposte. E dalla parte di oggi violenza e volgarità in tutte le salse e uno spudorato uso della TV (salve poche eccezioni) per spegnere la capacità critica degli utenti, la quale andrebbe invece alimentata con trasmissioni che favorissero l’acquisizione consapevole di ciò che è bello e ciò che è brutto, di ciò che è vero e ciò che è falso, di ciò che è giusto e ciò che è ingiusto, insomma attraverso l’opportunità di spazi di riflessione per acquisire e consolidare la propria dimensione estetica, la propria dimensione conoscitiva, la propria dimensione etica.

La TV è stata, nell’ultimo quarto del XX secolo, sostanzialmente l’unico luogo della    PAIDEIA pubblica, l’unico luogo della trasmissione della memoria sociale. Ma quale         memoria ha trasmesso?

Una sorta di contro-memoria

La PAIDEIA di oggi, per la quale la TV commerciale e commercializzata è, al tempo stesso, soggetto di produzione e cassa di risonanza, si caratterizza per la negazione del mito fondante della nostra storia di italiani (che ha i suoi due pilastri nel Risorgimento e nella Resistenza) e per la proposta (ancora parziale e non completamente organica) di un altro mito, un contro-mito, che ai valori dell’art.3 della nostra Costituzione oppone il tentativo (talvolta anche attraverso la denigrazione di chi in quell’articolo riconosce la propria identità di cittadino) di far passare per moderni i richiami all’individualismo, all’egoismo, alla chiusura nei propri interessi, al rifiuto di ogni diversità, alla vita che vale solo se ti arricchisci in fretta e senza fatica, al disprezzo delle regole, richiami questi che, in realtà, non aprono alla modernità ma rimandano ad un passato in cui sulla carta si poteva anche essere tutti uguali ma nella vita reale c’erano sempre “alcuni animali più uguali degli altri”. C’erano e vogliono continuare ad esserci. Ecco perché hanno bisogno di distruggere i miti fondanti di una civiltà che non lascia spazio alle loro concupiscenze.

 

 

  1. 4.     MEMORIA SOCIALE: COMMEMORARE

 

COMMEMORARE  dal latino cum + memorare dove cum ci dice che, in una commemorazione, non si celebra un ricordo privato, ma un ricordo pubblico, non si pratica il ricordo di singoli, ma il ricordo di una collettività, non si dà spazio al ricordo di un individuo, ma al ricordo di un popolo. Perché, con quest’azione di cum + memorare, noi ci scambiamo un ricordo, noi condividiamo un ricordo, noi ci riconosciamo in un ricordo.

memorare ci rimanda ad un’azione che è più forte di quello che abitualmente chiamiamo ricordo. Non è un ricordo del passato nel quale i contrasti e le miserie della vita possano sbiadire fino a illuderci, di fronte allo squallore del presente, con immagini mitizzate dei tempi che furono. Non è un ricordo del passato nel quale le tragedie possano sublimarsi  in un’aureola di eroismo. Non è un ricordo che abbellisce ciò che fu trasferendolo nella cerimonia festosa che fa dimenticare a chi festeggia di quante lacrime grondi e di quanto sangue la festa che si celebra.

Il ricordo che celebriamo, se la commemorazione è autentica e non rituale, non è un ricordo che abbellisce, non è un ricordo che tranquillizza, non è un ricordo che rappacifica, non è un ricordo che predispone alla festa. E’, al contrario, un ricordo pericoloso, perché in mezzo alla gioia della festa ci getta in faccia la sua richiesta di fare i conti con i terrori e le speranze che esso evoca: i terrori di ciò che è stato e avrebbe potuto continuare ad essere, le speranze di ciò che avrebbe dovuto essere.

E’ un ricordo inquietante, che non ci lascia in pace. E’ un ricordo sovversivo che strattona la nostra coscienza di fronte alla tentazione di accettare che ormai è cosa passata e che dobbiamo serenamente guardare avanti. E’ un ricordo che pretende di non essere dimenticato o scolorito, a pena della perdita del senso del nostro essere popolo di cittadini.

MEMORARE vuol dire in latino far ripensare a qualcosa, attraverso una narrazione. Ci sono narrazioni che sfumano nella favola, ci sono narrazioni che si cimentano con la perfezione dei dettagli, ci sono narrazioni che fondano il senso del nostro stare insieme. Da sempre gli esseri umani fanno la storia e se la raccontano: che sia piccola storia di vicende quotidiane o familiari o che sia tragica storia di vicende epocali, è il nostro raccontarci la storia che dà senso e valore a quelle vicende.

In questo raccontarsi una storia, che è azione tipica dell’essere umano in quanto “animale sociale” che partecipa di una collettività (famiglia, gruppo di amici, associazione, stato ecc.), i livelli del racconto possono avere qualità e impatti diversi. C’è un livello del  “raccontare storie” in cui predomina l’immaginazione o il piacere dell’affabulazione, sicché la storia raccontata sfuma nella favola e talvolta nella fandonia. Al capo opposto c’è il livello del  “fare storia” che consiste in  una ricerca scientifica volta a  ricostruire i fatti della cronaca in una ragnatela di significati e in un tessuto di rapporti di causa – effetto. In mezzo a questi due livelli (quello  del raccontare storie come favole e quello del fare storia come disciplina scientifica)  c’è il terreno del racconto della storia come “mito fondante” cioè del racconto di una storia particolare senza la quale noi non saremmo quello che siamo.

 

 

 

  1. MEMORIA SOCIALE: MITO FONDANTE

MITO è parola che deriva dall’antica lingua greca: mythos. In greco antico mito non vuol dire “favola” o “fantasticheria”. Vuol dire “racconto”, un racconto che trasmette alle generazioni future idee, sentimenti, valori. Tutto quello che va al di là del logos, cioè del discorso strettamente razionale concatenato nella logica di causa ed effetto, questo è mito. Il mito si fa intendere anche da coloro che non sono abituati all’esercizio del logos.

Certo il mito contiene abbellimenti ed elementi di favola e fantasia, ma conserva e trasmette un nucleo di verità ed è questo che conta nel mito, la capacità, cioè, di trasmettere un nucleo di verità che fonda la coscienza comune.

È come nella canzone di Guccini, nella quale “gli eroi son tutti giovani e belli”.  Ma noi sappiamo che non è sempre così. A volte gli eroi non sono né giovani né belli, a volte non volevano neppure essere eroi, ma comunque siano stati (belli o brutti, giovani o vecchi, eroi per scelta o eroi per caso o eroi per costrizione) quello che hanno fatto il mito ce lo racconta perché è quello che hanno fatto che non deve essere perduto.

 

Quando gli antichi Ateniesi ricordavano la battaglia di Maratona, lo facevano per rivendicare il fatto che essi soli, o quasi, avevano avuto il coraggio di opporsi all’invasione della Grecia da parte dei Persiani e in questo ricordo trovavano la legittimazione della loro pretesa superiorità nei riguardi delle altre città greche. E in questo “mito fondante” di un’Atene inseparabile dalla libertà e dalla lotta per la libertà in difesa anche degli altri greci si riconoscevano tutti gli Ateniesi,  sia quelli che avevano simpatia per la “fazione aristocratica” sia quelli che avevano simpatia per la “fazione democratica”. Nessuno ad Atene, e nemmeno nelle altre città greche, per quanto potesse essere infastidito dalla pretesa superiorità degli Ateniesi nei confronti degli altri Greci, avrebbe negato valore alla battaglia di Maratona o avrebbe osservato che era una storia di tanti anni fa o ne avrebbe rivendicato una nuova lettura per arrivare ad una presunta storia condivisa. Questa era la storia condivisa in Atene e, sostanzialmente, nelle altre città greche: che a Maratona gli Ateniesi, anche se alcuni di loro lo avevano fatto solo per paura o per interessi personali o perché speravano di trarne vantaggi in seguito o per altre motivazioni poco nobili, anche se gli eroi di Maratona non erano tutti giovani e belli e non erano tutti eroici, a Maratona gli Ateniesi avevano affrontato le soverchianti forze persiane e avevano salvato la libertà di tutta la Grecia.

In questo “mito fondante” (come in tutti i miti fondanti delle società umane e, attenzione, non c’è società umana senza mito fondante cioè senza coscienza comune del proprio passato e del proprio orizzonte futuro nel quale iscrivere un presente che abbia un senso) la vicenda dei singoli incontrava la storia, diventando – al di là della consapevolezza di ognuno, che poteva anche non esserci – parte integrante della storia.

 

 

  1. 6.     UNA FUNZIONE DELLA MEMORIA: MEMORIA SOVVERSIVA

Se ho preso un impegno o se mi è stata affidata una commissione importante e poi, distratto da altri eventi, me ne sono dimenticato oppure, trattandosi di impegno faticoso da svolgere, cerco di trascinarne più in là l’adempimento, può accadere che all’improvviso l’impegno assunto o l’incarico ricevuto mi si presentino nella loro evidenza, quasi a reclamare il mio mancato adempimento.

In questo ricordo improvviso (e forse imprevisto) di ciò che dovevo fare e non ho fatto ancora consiste la memoria sovversiva. Sovversiva, perché mi mette in agitazione, non mi lascia tranquillo, interpella la mia coscienza e chiede ragione del mio ritardo o della mia trascuratezza.

Il teologo Metz parla di “memoria sovversiva” a proposito dell’eucarestia e delle parole che il sacerdote pronuncia ritualmente “Fate questo in memoria di me”. Fate questo: che cosa? E l’abbiamo fatto? O abbiamo ridotto il tutto alla celebrazione di un rito innocuo?

 

 

  1. 7.     DIMENTICARE: UNA NECESSITA’ PER ANDARE AVANTI

Elogio della dimenticanza di Bertolt Brecht

Buona cosa è la dimenticanza!

Altrimenti come farebbe

Il figlio ad allontanarsi dalla madre che lo ha allattato?

Che gli ha dato la forza delle membra

E lo trattiene per metterle alla prova?

Oppure come farebbe l’allievo ad abbandonare il maestro

Che gli ha dato il sapere?

Quando il sapere è dato

L’allievo deve mettersi in cammino.

Nella casa vecchia

Prendono alloggio i nuovi inquilini.

Se vi fossero rimasti quelli che l’hanno costruita

La casa sarebbe troppo piccola.

La stufa riscalda. Il fumista

Non si sa più chi sia. L’aratore

Non riconosce la forma di pane.

Come si alzerebbe l’uomo al mattino

Senza l’oblio della notte che cancella le tracce?

Chi è stato sbattuto a terra sei volte

Come potrebbe risollevarsi la settima

Per rivoltare il suolo pietroso

Per rischiare il volo nel cielo?

La fragilità della memoria

Dà forza agli uomini

 

  1. DIMENTICARE: UNA STRATEGIA PER TAGLIARE LE RADICI

A molte persone oggi tocca l’esperienza dolorosa di un familiare anziano affetto dal morbo di Alzheimer: la memoria si spegne a poco a poco, i ricordi scompaiono, la coscienza si riduce alla sola capacità di gestire le funzioni vegetative, finché anche questa capacità si perde e il nostro familiare, già svanito dall’orizzonte dell’umanità che pensa, svanisce dal campo della sopravvivenza.

Questo sarebbe il destino di una società che non sapesse o non volesse più ricordare o riducesse i ricordi ad una melassa di nostalgia per il bel tempo andato. Sarebbe come una società di api o di formiche, perfetta nella sua organizzazione del lavoro e nella sua ripartizione dei ruoli sociali, ma incapace di capire perché fa ciò che fa e perché continua a farlo in maniera ripetitiva da quando esiste.

Perché la differenza tra l’ape e l’architetto consiste nel fatto  che l’architetto sa perché costruisce in quel modo il suo “alveare” ; la differenza tra le formiche e gli esseri umani consiste nel fatto che gli esseri umani cercano un significato della loro esistenza che vada al di là delle ragioni dell’accumulazione e del consumo, un significato che si nutre di valori e di miti fondanti, un significato che non sarebbe possibile senza una memoria rinnovata e comunicata delle nostre origini e senza una promessa di futuro alla quale restare fedeli per coerenza con la nostra memoria.

Come può essere praticato l’oblio sociale?

Negazionismo.  Non è vero quello che afferma la propaganda ufficiale (ad es. Non è vero che gli uomini siano arrivati sulla luna. Non è vero lo sterminio operato dai nazisti): il negazionismo si fonda sulla forza di una negazione ripetuta e reiterata, che mira a mettere in crisi le coscienze meno allenate alla propaganda della disinformazione sottolineando l’”enormità” e, quindi, la “incredibilità” di ciò che si vuole negare.

Riduzionismo. Sono esagerati i numeri ufficiali sulla Shoah: chi discute di numeri gradua la gravità del crimine in base al numero delle vittime e non in base all’assurdità e alla scientificità del crimine stesso. Perché gli ebrei non si ribellarono?: questo dubbio, per altro forse anche legittimo e, comunque, smentito dalla rivolta degli ebrei del ghetto di Varsavia, tende a trasferire parte della responsabilità del crimine sugli ebrei stessi per averlo accettato con troppa rassegnazione o per averlo addirittura favorito con forma di collaborazione prestata per evitare trattamenti peggiori. Ci furono ebrei scelti per trarre i cadaveri fuori dalla camere a gas o ebrei obbligati a suonare mentre i loro compagni venivano messi a morte ecc. Non c’è stata solo la Shoah. Perché non dare lo stesso risalto alle vittime armene, alle vittime di Stalin, alle foibe in Jugoslavia, alle vittime di Pol Pot ecc.?: è vero, gli stermini, i genocidi, le atrocità nella storia umana sono presenti in epoche e paesi diversi. Ma quest’affogare nella generica malvagità umana atrocità diverse aiuta a prendere coscienza della specificità delle singole storie o no? E nella fattispecie della Shoah aiuta o no a prendere coscienza della scientificità e razionalità organizzativa dello sterminio perpetrato dai nazisti?

Revisionismo.  Non si nega un evento, ma si cerca di ridimensionarne il valore e l’importanza. Può essere, ad esempio,  cercare di ridurre la celebrazione del 25 Aprile a una generica festa della liberazione, come se festività fondanti del cristianesimo quali il Natale e la Pasqua venissero ridotte a generiche feste con contorno di doni e pranzi e con la rimozione dei nuclei di fede su cui esse si fondano.

Revisionismo può essere anche l’atteggiamento di chi sembra scoprire con stupore che anche i partigiani uccidevano, come se si potesse condurre una lotta armata senza uccidere o come se fosse stato possibile scegliere altre efficaci forme di resistenza ai fascisti e ai nazisti senza l’uso delle armi. Don Lorenzo Milani, nella sua Lettera ai cappellani militari toscani, con la quale nel 1965 si schierava in difesa degli obiettori di coscienza, rileggendo la storia d’Italia degli ultimi cento anni come storia che contraddice il ripudio della guerra sancito nella nostra Costituzione, arriva ad ammettere che in questi cento anni di storia italiana c’è stata anche una guerra “ giusta” (se guerra giusta esiste). L’unica che non fosse offesa delle altrui Patrie, ma difesa della nostra: la guerra partigiana. Da un lato c’erano dei civili, dall’altro dei militari. Da un lato soldati che avevano obbedito, dall’altro soldati che avevano obiettato. Quali dei due contendenti erano, secondo voi, i  “ribelli”,  quali i “regolari”?

Questo è il punto: i partigiani, che combatterono i fascisti e i nazisti erano ribelli o patrioti fedeli alla loro patria? È una nozione che urge chiarire quando si parla di Patria.  Chi difese l’onore della Patria? Chi accettò di prendere ordini dai nazisti o chi, a prezzo anche della propria vita, provò a costruire un’Italia diversa, nella libertà e nella democrazia?

 

Revisionismo, infine, può essere  l’appello a equiparare combattenti partigiani e combattenti fascisti, in nome di una pietà dovuta ai morti degli uni e degli altri e in nome di un rispetto dovuto alle scelte di coscienza degli uni e degli altri. Che dire di  quelli che stavano dall’altra parte, che spesso avevano la stessa età dei giovani partigiani? Che ne sappiamo delle loro motivazioni, del perché stettero con i fascisti e i nazisti e non con i partigiani? Credevano di essere fedeli ad un ideale? Si trovarono per caso da una parte della barricata come per caso avrebbero potuto trovarsi dall’altra parte? Erano stati trascinati alla loro scelta da un percorso obbligato nel quale erano stati formati all’obbedienza acritica? Avevano il loro tornaconto? Avevano paura di dover pagare i torti inflitti agli antifascisti?

Anche loro morirono o contarono i loro morti. Non sarebbe l’ora – insinua una vocina che si pretende “saggia” – di scrivere una storia condivisa nella quale i morti di una parte e dell’altra siano accomunati nella pietà per tutti i morti e nella quale il passato cessi di proiettare le sue divisioni sul presente di generazioni che nel 1945 non erano ancora nate?

A questa vocina la memoria di ciò che è stato risponde “Sì, tutti i morti meritano pietà ed è legittimo immaginare e praticare il perdono verso i propri nemici”. Ma con una precisazione ed una consapevolezza.

La precisazione è che il perdono riguarda la coscienza privata e può essere esercitato solo dalla vittima: io non posso perdonare torti che non ho ricevuto, può farlo solo chi quei torti ha subito. Al contrario il giudizio storico e politico riguarda la coscienza collettiva ed ha a che fare col mito fondante della nostra società e con questa domanda provocatoria: che presente e che futuro avremmo avuto noi se a vincere fossero stati i fascisti e i nazisti?

La consapevolezza è che, se avessero vinto gli “altri”, la società nella quale saremmo stati costretti a vivere non sarebbe piaciuta neppure a quelli che oggi vorrebbero essere equidistanti tra fascismo e antifascismo.

E che sarebbe accaduto se avessero vinto gli Alleati senza la Resistenza? Avremmo avuto una libertà e una democrazia regalate, senza sforzi da parte nostra per conquistarle prima e difenderle dopo. Sappiamo tutti che le cose regalate non coinvolgono veramente chi le riceve, non essendo costate, a chi le riceve, nessuna fatica, nessuna rinuncia, nessun sacrificio.

 

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