Pubblicato da: luigivassallo | 2 dicembre 2012

La manutenzione delle parole: vero – verità

Il terzo test di controllo (chiacchierata di venerdì 30 novembre 2012)

UNA REAZIONE DI APPROVAZIONE O DISAPPROVAZIONE

Questo è vero!  Questo non è vero!

Con la nostra affermazione di approvazione o disapprovazione noi sottolineiamo la validità di ciò che vediamo o sentiamo oppure ne sottolineiamo l’infondatezza: è come se stessimo testimoniando a favore o contro.

Ma qual è il criterio di verità al quale ci richiamiamo affermando E’ vero oppure Non è vero? E di questo criterio di verità siamo consapevoli o no?

SIGNIFICATI POSSIBILI DI VERO

Passiamo in rassegna, per cominciare, i possibili significati di vero e le situazioni nelle quali può capitarci di usare tale parola. Simuliamo, insomma, il nostro test di controllo sulle parole vero e verità per mettere alla prova la nostra consapevolezza nel fare uso di tali parole.

  • Si dice che un’affermazione è vera in contrapposizione a un’affermazione falsa: ad esempio, “Roma è la capitale d’Italia” è vero; “Roma è la capitale della Francia” è falso.
  • Si dice che è vera una cosa che si è effettivamente verificata: ad esempio “Ho frequentato il liceo classico” è vero, almeno nel mio caso.
  • Si dice di persona che esiste effettivamente: ad esempio “Il presidente della repubblica italiana è Giorgio Napolitano” è vero.
  •  Si dice di chi (o di cosa) è veramente ciò che sembra: ad esempio “Maradona è un vero campione di calcio”.
  • Si dice di ciò che è adeguato al suo fine. Ad esempio “Questa è la vera soluzione del problema”. In questo caso, tuttavia, la parola “vero” è usata col significato di “giusto, corretto”.

 

UN POSSIBILE CRITERIO DI VERITA’

  • Ora qui sta piovendo: è vero o falso? Per stabilirlo basta affacciarsi alla finestra e immediatamente verifichiamo se piove o no e, quindi, se l’affermazione è vera o falsa. In questo caso il criterio di verità è la corrispondenza tra affermazione e realtà. Ma questo criterio è sempre applicabile?
  • Ora sta piovendo a Milano. Per stabilire se quest’affermazione è vera o falsa non posso affacciarmi alla finestra se non abito a Milano; devo informarmi, ad esempio telefonando a un amico che abita a Milano o guardando il meteo di Milano in internet. Avrò così la conferma se a Milano piove o no e, quindi, se l’affermazione è vera o falsa. Ma è proprio così? Che conferma avrò effettivamente? Avrò un’affermazione fatta da un mio amico che abita a Milano o un’informazione ricavata da internet. Così la verità dell’affermazione Ora sta piovendo a Milano non viene confermata dalla realtà verificata direttamente da me ma solo da un’altra affermazione, quella di un mio amico o quella di internet. Non potendo verificare direttamente se piove o no, io posso solo credere al mio amico o a internet. Di conseguenza la verità dell’affermazione Ora sta piovendo a Milano non si regge sulla corrispondenza tra affermazione e realtà ma solo sulla corrispondenza tra l’affermazione e un’altra affermazione, che io credo corrispondente alla realtà.
  • Penso che domani pioverà. In questo caso la verifica non riguarda né la corrispondenza tra affermazione e realtà né la corrispondenza tra un’affermazione e un’altra, ma la corrispondenza tra una previsione e ciò che deve ancora accadere. Se accadrà quello che ho previsto, la previsione sarà confermata; se quello che ho previsto non accadrà, la mia previsione risulterà infondata. Questo, però, non c’entra con la verità della previsione. La previsione è vera perché è vero che io l’ho pensata. Anche se la realtà non confermerà la previsione, io quella previsione l’ho fatta veramente.
  • E’ stato lui (o lei)! In realtà sono stato io, ma sto mentendo per non incorrere nelle conseguenze di ciò che ho fatto: ad esempio, potrei essere un alunno che cerca di non farsi punire da un professore. Come si fa per svelare la mancata corrispondenza tra quest’affermazione (E’ stato lui!) e la realtà?
  • L’attuale re di Francia è calvo: è vero o no? Se è vero che sia calvo, sto dicendo che in Francia c’è attualmente un re che è calvo; se è falso che sia calvo, vuol dire che in Francia c’è un re che ha i capelli (magari trapiantati). Ma c’è oggi un re in Francia? E allora si può dire di un’affermazione su una realtà inesistente che sia vera o falsa?
  • Il cretese Epimenide dice che tutti i cretesi mentono sempre: dice la verità o mente? Se sta dicendo la verità, siccome è un cretese sta per forza mentendo; se, invece, mente, allora sta dicendo la verità, perché è un cretese che sta mentendo. Come facciamo ad uscire da questo paradosso?
  • Il sole gira attorno alla terra: è vero o falso? Qualche secolo fa, se uno avesse detto che era falso avrebbe corso il rischio di essere bruciato vivo. Oggi, se uno dicesse che è vero correrebbe solo il rischio di essere preso in giro.
  • Per un punto passa una sola retta parallela a una retta data: è vero o falso? E’ vero nella geometria euclidea, non è vero nelle altre geometrie. E allora la geometria euclidea è vera o falsa? E le altre geometrie sono vere o false?
  • Un giocatore a centro campo prende la palla con le mani: è fallo o no? E’ fallo nel gioco del calcio, non lo è in altri giochi come il basket o il rugby.
  • Questo tavolo è solido: è vero o falso? Questo tavolo è un insieme di elettroni in vorticoso movimento: è vero o falso? Se vado ad acquistare un tavolo in un mobilificio, qual è la realtà che esamino, quella della solidità o quella degli elettroni? Ma se sono un fisico che studia la struttura della materia vado ad indagare la robustezza del tavolo o la sua struttura atomica?
  • A Napoli misero in vendita magliette col disegno delle cinture di sicurezza per non usare le cinture in auto: è vero o falso? La notizia fu messa in giro da un centro studi che voleva verificare il livello di credulità della gente, ma è stata creduta vera da molti. Gli ebrei mangiano i bambini: qualche secolo fa quest’accusa agli ebrei veniva creduta come vera da molte persone. I comunisti mangiano i bambini: quest’affermazione è stata creduta corrispondente alla realtà fino a non molto tempo fa. Le  leggende metropolitane si diffondono velocemente confermandosi non attraverso la corrispondenza tra affermazione e realtà (corrispondenza che il più delle volte non può essere verificata perché la realtà contenuta nell’affermazione è troppo lontana da noi o nello spazio o nel tempo), ma attraverso la corrispondenza tra affermazione e affermazione: a furia di ripetere l’affermazione e di sentirla ripetere si finisce col credere che almeno qualcuno l’ha verificata nel confronto con la realtà. Il fenomeno diventa intenzionale nella disinformazione organizzata: celebre è la manipolazione di una foto di Lenin operata per ordine di Stalin. Nella foto originaria accanto a Lenin c’era Trotsky, ma dopo la morte di Lenin Stalin fece “sparire” dalla foto la presenza di Trotsky per avvalorare la sua affermazione che Trotsky era un traditore e che, quindi, non poteva essere vicino a Lenin.

Gli esempi in situazione, attraverso i quali abbiamo condotto il nostro test di controllo, ci fanno capire che il criterio della corrispondenza tra affermazione (o negazione) e realtà, anche se sembra un criterio di immediata evidenza e comprensione, diventa di difficile utilizzo in situazioni specifiche.

CONSULTIAMO UN PO’ GLI ESPERTI

A questo punto abbiamo bisogno di farci aiutare dagli esperti: dobbiamo interrogarli per capire se c’è e qual è il criterio di verità nel pensiero occidentale.

  1. Alternativa tra vero e falso

Secondo Aristotele l’alternativa VERO – FALSO si può applicare solo alle proposizioni che affermano o negano e non a quelle che contengono preghiere o comandi. Perché si possa applicare l’alternativa VERO – FALSO è necessario che la proposizione sia dotata di significato.

  1. Due livelli di verità

La tradizione platonica non prende in considerazione la contrapposizione tra vero e falso ma la contrapposizione tra VERITA’ INFERIORE e VERITA’ SUPERIORE. Il mondo nel quale viviamo, per quanto caratterizzato da varietà, molteplicità e, talvolta, da disordine, non è – secondo Platone e i suoi discepoli – immaginario, anzi ha una sua realtà, anche se la realtà completa è quella che da questo mondo empirico astrae le costanti universali. Siamo qui in presenza di un dualismo ontologico cioè di un doppio livello di realtà, quella nella quale viviamo quotidianamente e quella che sta dietro la molteplicità e il divenire del quotidiano. A questo dualismo ontologico corrisponde un dualismo gnoseologico cioè un doppio livello di conoscenza: quello degli uomini comuni, che non riescono a vedere se non quello che hanno sotto i loro occhi, e quello dei filosofi, che sanno vedere oltre la realtà dei sensi.

  1. Verità di Dio e verità del creato

Nella tradizione cristiana la verità è Dio. La verità, però, appartiene anche al creato, che, proprio perché creato da Dio, necessariamente è conforme all’idea che ne aveva Dio al momento della creazione: Dio non poteva avere l’idea di un creato non vero.

  1. Verità come corrispondenza

Secondo Aristotele (IV secolo prima di Cristo) la verità consiste nella conformità di una proposizione con la realtà. Secondo Tommaso d’Aquino (XIII secolo) la verità è adaequatio rei et intellectus cioè corrispondenza tra realtà e intelletto. Secondo Russel (XX secolo) la verità e la falsità di una proposizione dipendono dalla presenza o assenza di una relazione con i fatti.

  1. Linguaggio-oggetto o metalinguaggio?

Se dico Milano è la capitale d’Italia è falso il fatto che Milano sia la capitale d’Italia, ma non è falso il fatto che io l’abbia detto. Quindi, quest’affermazione è falsa se sto usando la proposizione come linguaggio oggetto cioè se sto usando la proposizione per parlare di qualcosa al di là della proposizione. Se invece sto usando la proposizione per parlare di se stessa, se cioè se sto usando il metalinguaggio, allora quella proposizione è vera. Immaginate che un professore abbia scritto alla lavagna Milano è la capitale d’Italia e lo abbia fatto non per dire qual è la capitale d’Italia ma solo per spiegare l’analisi logica. L’esempio scritto alla lavagna serve al professore per spiegare la differenza tra soggetto (Milano) e predicato (è la capitale), quindi per far parlare la proposizione di se stessa.

  1. Come conosciamo la res (la realtà)?

Kant (1724 – 1804) distingue la verità scientifica dalla verità morale. La verità scientifica è la conoscenza prodotta dagli esseri umani con gli strumenti di cui dispongono: non ci fa conoscere la realtà come è veramente ma solo come la vediamo noi tutti, perché tutti noi esseri umani conosciamo allo stesso modo. La verità morale è quella che sta dietro i nostri comportamenti; non ha niente a che vedere con la conoscenza ma solo col fondamento universale che accomuna tutti gli uomini, di ogni tempo e di ogni luogo, e che percepisce una radicale alternativa tra bene e male.

  1. Ci sono alternative alla verità come corrispondenza con la realtà?
  • Verità come coerenza: è vero (nel senso che è coerente) il sistema che tiene legati in maniera significativa i dati che ho raccolto. In questo senso sia il sistema tolemaico (quello del sole che gira intorno alla terra) sia il sistema copernicano (quello della terra che gira intorno al sole) sono veri cioè sono coerenti perché interpretano in un sistema significativo i dati disponibili nelle loro rispettive epoche. Allo stesso modo è vera sia la teoria corpuscolare che quella ondulatoria a proposito della luce perché ognuna delle due teorie interpreta coerentemente una parte dei fenomeni collegati alla luce.
  • Verità come conformità a regole o procedure: è vera la conoscenza che rispetta le caratteristiche dell’universalità e della necessità; è vera la teoria confermata dalla ricerca empirica secondo un metodo sperimentale che rispetti le caratteristiche della pubblicità e della controllabilità.
  • Verità come utilità: è vero ciò che garantisce un’utilità vitale o psicologica all’individuo.
  • Verità come bisogno: è vero quello che risponde alla volontà di credere.
  • Verità come concezione performativa: è vero ciò che convince e acquisisce l’approvazione di altri e, quindi, “performa” gli altri facendoli adeguare a quanto affermato.
  • Verità come autorivelazione: la verità si svela progressivamente ma mai completamente; la verità si svela parzialmente a ogni singolo sicché, essendo i singoli in relazione tra loro, ogni individuo si trova ad essere in rapporto con le verità degli altri.
  • Verità nella comunicazione. Se dico Questo è un bicchiere di acqua e chi mi ascolta capisce Questo è un bicchiere di vino, io ho detto la verità o la menzogna? Se limito la validità della mia comunicazione solo all’emittente, allora devo concludere che io, essendo l’emittente, ho detto la verità. Ma, se per la validità e l’efficacia della comunicazione, io, proprio perché emittente, devo farmi carico della qualità del canale di comunicazione e delle capacità di comprensione del destinatario, devo concludere che nel mio caso l’alternativa vero – falso non vale, perché la mia “verità” ha avuto sul destinatario  lo stesso effetto di una “menzogna”.

 

VERITA’ ASSOLUTA O VERITA’ RELATIVE?

C’è un testo greco (forse del V secolo prima di Cristo, forse di un’epoca più tarda) tramandato col titolo Dissòi lògoi  (in italiano Ragionamenti duplici). In esso si riportano opposte opinioni sul bene e il male, sul bello e il brutto, sul giusto e l’ingiusto ecc. Alla base di questi duplici ragionamenti e degli esempi che vi sono raccolti c’è la contrapposizione tra chi ritiene inconciliabili i due termini messi a confronto e chi ritiene che non ci sia inconciliabilità assoluta ma solo valutazione relativa che fa pendere il giudizio ora a favore di un termine ora a favore dell’altro.

Così, a proposito di bene e male, si legge nel testo che alcuni dicono che una cosa è il bene e tutt’altra cosa è il male, mentre altri dicono che si tratta della stessa cosa che per qualcuno è bene e per qualche altro male e che per la medesima persona talvolta è bene e altre volte è male.

Troviamo qui sintetizzata la contrapposizione tra verità assoluta e verità relativa. L’anonimo autore del testo dichiara di essere d’accordo con quelli che pensano che una medesima cosa sia per alcuni bene e per altri male e, a sostegno di questa sua presa di posizione (che ripete poi per le altre coppie di termini etici, come bello/brutto, giusto/ingiusto ecc.), cita una serie di esempi:

La malattia è un male per l’ammalato, ma è un bene per i medici. La morte è un male per chi muore, ma è un bene per gli impresari funebri e per i becchini. Un’agricoltura che produce frutti in abbondanza è un bene per i contadini, ma è un male per i commercianti. (…) Che il ferro si arrugginisca, perda il filo e si spezzi è un male per gli altri, ma un bene per il fabbro. E che si rompa il vaso è un male per gli altri, ma un bene per i vasai.

Lo stesso evento, dunque, stando alla posizione dell’anonimo autore, può essere definito bene o male a seconda di chi lo esamina o, per essere più fedeli alla tesi dell’anonimo, a seconda degli effetti che produce su chi lo esamina.

Aggiungiamo un esempio anche noi. Immaginiamo che, dopo averla desiderata tanto, sto per partire per una splendida vacanza in un paese esotico. Partirò con l’aereo da Milano. Mi muovo da Finale con largo anticipo per non avere problemi all’imbarco. Guido tranquillo sull’autostrada e pregusto la mia vacanza. All’improvviso una coda sull’autostrada: c’è stato un brutto incidente e non ci si può muovere. Non mi preoccupo, sono ancora in largo anticipo. Ma poi il tempo passa e la coda è ancora bloccata. Comincio innervosirmi. Il tempo scorre e comincio a temere di non arrivare in tempo all’imbarco. Finalmente la strada viene sgombrata e posso riprendere a correre. Non risparmio il motore. Arrivo in tempo all’aeroporto. Afferro il bagaglio, corro verso il banco della compagnia. Sono ancora in tempo per imbarcarmi, ma mi accorgo solo ora che ho lasciato il biglietto in auto. Torno di corsa all’auto e ancora di corsa al banco d’accettazione, ma non ce l’ho fatta. L’imbarco è chiuso. Mi crolla il mondo addosso. C’è qualcuno che non dica o pensi “Povero disgraziato! Come è stato sfortunato!”? Torno a casa distrutto. L’indomani leggo sul giornale Precipita un aereo subito dopo il decollo. Morti tutti i passeggeri. Era il mio aereo: come sono stato fortunato a perderlo! Per concludere la storiella, una vacanza andata in fumo è un bene o un male?

E allora cosa diremo? che esistono verità assolute (che sono vere a prescindere dagli effetti piacevoli o spiacevoli su di noi)? o concorderemo con l’anonimo greco e con la sua tesi che è la nostra condizione (materiale o psicologica) che ci fa dare valore (positivo o negativo) al singolo evento?

Assoluto etimologicamente vuol dire sciolto da qualsiasi legame, sicché il suo valore non dipende da effetti o circostanze, ma è, appunto, absolutus. Al contrario relativo esige etimologicamente un riferimento (a qualcuno, a qualcosa, a un’idea ecc.) senza il quale ciò che è relativo non potrebbe avere nessun valore: relativus, appunto.

Ma questa contrapposizione tra assoluto e relativo è così irriducibile, come appare in certi scontri ideologici anche dei nostri giorni tra chi sostiene l’irrinunciabilità e la non negoziabilità di certi principi assoluti e chi crede nella pratica del dialogo per la ricerca di punti di equilibrio sempre provvisori e sempre superabili?

Anzitutto, se prendiamo in considerazione la sostanza di assoluto, dobbiamo ammettere che tutta la sua “assolutezza” è relativa a chi l’afferma: infatti, se non sono tutti a riconoscere il valore assoluto di determinati principi, rivendicati da alcuni (pochi o molti, in ogni caso non tutti) come assoluti, vuol dire che il valore di tali principi è relativo (alla cultura nella quale essi sono assunti come irrinunciabili e non negoziabili).

Per restare all’etimologia di absolutus, un assoluto, se c’è, deve essere sciolto da qualsiasi cultura, indipendente da qualsiasi persona, indifferente a qualsiasi esito. Ma un assoluto siffatto, non entrando nell’orizzonte precario della nostra limitatezza, esisterebbe (rubando a Spinoza una sua distinzione) sub specie aeternitatis (cioè nell’eternità, al di fuori del tempo)e non sub specie societatis (cioè nella dimensione storica di una società umana), non esisterebbe, cioè, nella nostra dimensione umana e continuerebbe ad esistere nella sua dimensione eterna che non ci appartiene (o, se si preferisce, alla quale noi non apparteniamo).

Tornando ora a relativo e alla sua svalutazione da parte di chi sostiene verità assolute e guarda al relativismo come a una degenerazione intellettualistica, l’etimologia aggancia ciò che è relativo alla concretezza di un riferimento che gli consente di esistere a pieno titolo sub specie societatis, nella società degli esseri umani.

Questo essere “relativo” è una forma di inter-esse, cioè di “esserci, prendervi parte …”.  L’interesse, etimologicamente, significa proprio questo: inter esse, cioè starci in mezzo, starci dentro. Insomma chi sostiene “verità relative” le sostiene perché vi prende parte, mentre chi sostiene “verità assolute” le assume a prescindere.

Nel Vangelo di Giovanni Gesù, rispondendo a Tommaso dice Io sono la via, la verità e la vita: non dice che la verità è Dio, dice che la verità è lui. E aggiunge Nessuno va al padre se non tramite me: non si può attingere la verità di Dio se non passando attraverso una relazione con Gesù. Siamo di fronte al mistero dell’incarnazione nel quale Dio sperimenta la condizione umana non in un’astrazione assoluta ma in una condizione concreta (fatta di nascita in una certa epoca, in un certo popolo, in una certa famiglia; fatta di vita in una certa realtà storica; fatta di morte in base a certe leggi religiose e politiche), insomma in un inter esse cioè in uno starci dentro (alla condizione umana). E, dal canto loro, gli uomini sperimentano Dio attraverso questo suo incarnarsi.

CONCLUSIONE

Abbiamo concluso il test di controllo e ci siamo trovati di fronte a un groviglio di problemi che stanno sotto l’alternativa vero – falso. A questo punto non pretendiamo che chi afferma Questo è vero! oppure Questo non è vero! si astenga dalla sua affermazione e si misuri prima di parlare con questo groviglio di problemi. Sarebbe già un buon risultato se, ferma restando la sua libertà di continuare ad affermare o negare, prendesse coscienza della complessità che deve ancora indagare per essere consapevole di ciò che afferma o nega e che almeno prendesse l’abitudine di sostituire l’impegnativa affermazione E’ vero con quella meno impegnativa Sono d’accordo.

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