Pubblicato da: luigivassallo | 27 ottobre 2012

La manutenzione delle parole: giusto – giustizia

La manutenzione delle parole

Giusto – Giustizia

(chiacchierata di venerdì 26 ottobre 2012)

UNA REAZIONE DI APPROVAZIONE O DISAPPROVAZIONE

Questo è giusto!  Questo non è giusto!

Frasi del genere ci capita spesso di sentirle pronunciare e, magari, di pronunciarle a nostra volta, in segno di approvazione o disapprovazione di ciò che dice o fa un altro.

Qual è la mia idea di GIUSTO (GIUSTIZIA) quando pronuncio una frase del genere? Un’idea, un paradigma, un esemplare su cui misurare se ciò che vedo o sento sia giusto o no, devo averlo, anche se, il più delle volte, non sono consapevole di averlo e, soprattutto, non sono consapevole da dove mi sia arrivata quell’idea di giusto-giustizia che sottintendo nella mia affermazione.

DUE SIGNIFICATI DIVERSI PER UNA STESSA PAROLA

GIUSTOpuò significare che ciò che vedo o sento è conforme a una norma, una legge, una regola ecc. In questo senso è giusto ciò che è ritenuto giusto da quella norma ed è non giusto ciò che è vietato da quella norma.

Ma GIUSTO può anche significare un orizzonte ideale (cioè non una norma già scritta) al quale – a mio giudizio – norme, parole dette e comportamenti assunti dovrebbero conformarsi.

Se la mia reazione di approvazione o disapprovazione si fonda, che io ne sia consapevole o meno, sul primo significato di GIUSTO, vuol dire che io cerco e trovo conferma nell’esistenza di una regola già data, per cui devo limitarmi, per formulare il mio giudizio, a verificare se l’evento che sto giudicando è in accordo o no con quella regola.

Se invece la mia reazione si fonda sul secondo significato di GIUSTO, l’esemplare sul quale vado a verificare l’evento che sto giudicando non è qualcosa di definito ma, in quanto ideale, è qualcosa di indefinito verso cui io ritengo che tutti, non solo io, debbano tendere. In questo caso, in assenza di un misuratore di GIUSTO già dato, l’orizzonte ideale al quale tendere per realizzare la GIUSTIZIA da dove lo ricavo? e che cosa mi garantisce che non sia altro che il mio desiderio personale?

In effetti, con la mia dichiarazione di approvazione o disapprovazione (è giusto; non è giusto) io metto in atto un formale processo di “contestazione”, anche se non me ne rendo conto, “contestazione” che non ha molto a che vedere con quello che di solito si indica con la parola “contestare” (altra parola che sarebbe da sottoporre a manutenzione), che per i più vuol dire esprimere in maniera vigorosa (e qualche volta anche in maniera violenta) la propria contrarietà a qualcosa, identificando questa propria contrarietà con ciò che è giusto e senza porsi per niente il problema della legittimità di una tale identificazione.

Al contrario della contestazione comunemente intesa e praticata, la contestazione etimologicamente e logicamente fondata si richiama al verbo latino contestari, che vuol dire “chiamare a testimone”. Dunque, “contestare”, nel senso corretto del termine, significa fare appello a una testimonianza a sostegno della propria affermazione. Ma che genere di testimonianza?

Non posso certo chiamare a testimone me stesso: in questo “processo” sulla corrispondenza o meno di un evento a ciò che è giusto, io non posso essere testimone perché sono parte in causa, sono cioè uno che sostiene una tesi e la fondatezza di questa tesi da me sostenuta non può essere avallata da me stesso come testimone. Ho bisogno di un altro testimone da mettere in campo cioè da contestari.

E il testimone può essere una legge scritta, una norma, una regola ecc.; oppure può essere l’opinione di una persona autorevole e competente sulla questione in esame; oppure può essere il risultato di studi e ricerche; oppure può essere una riflessione su ciò che è accaduto nella storia; oppure può essere una simulazione virtuale su ciò che potrebbe accadere ecc.

In ogni caso, citando quel testimone, io lo ritengo attendibile, io ne sposo la tesi: questo anche nel caso di una norma scritta, che, in quanto norma e in quanto scritta, chiude definitivamente qualsiasi dibattito tra opinioni diverse; anche la norma scritta, infatti, benché definitiva per decidere della giustizia o meno di un evento, potrebbe essere sottoposta a critica, cioè potrebbe essere discussa sotto il profilo della sua adeguatezza alla giustizia come orizzonte ideale.

VERIFICA IN SITUAZIONI

Per verificare se il mio utilizzo abituale della parola “giusto” corrisponda effettivamente alle mie convinzioni profonde in materia di giustizia o sia legittimato da un’idea di giustizia garantita da una delle “autorità” che si potrebbe chiamare a testimoni, mettiamo il veicolo-parola in situazioni concrete per vedere sia come reagisce il veicolo stesso sui vari percorsi sia come reagisce il guidatore cioè colui che utilizza il veicolo-parola.

  • Di un comportamento conforme al diritto positivo (cioè al diritto espresso esplicitamente, il diritto scritto) dirò che è sempre giusto? E se va contro ciò che per me sarebbe giusto, cioè contro il mio ideale di giustizia? Mi è sufficiente il diritto positivo per discriminare tra giusto e non giusto? Ci sono stati nella storia umana casi di contraddizione tra legge scritta e coscienza umana più o meno diffusa? Ad esempio lo sterminio di ebrei, zingari, omosessuali da parte dei nazisti era in regola con le disposizioni impartite dalle autorità del tempo, ma era anche giusto?
  • Se un procedimento è corretto, rigoroso, preciso è giusto anche quando i suoi risultati urtano contro la mia coscienza o la coscienza di tanti? Ad esempio, un procedimento di rigore matematico per la risoluzione di un problema è giusto anche quando viene applicato a vicende economico sociali che segnano la vita dei cittadini, come nel caso della riduzione del debito pubblico?
  • Se per garantire la “giustizia” di un comportamento faccio appello al diritto naturale, cioè a qualcosa che preesiste al diritto positivo e che, mentre il diritto positivo varia  da popolo a popolo o da tempo a tempo, è – per sua definizione – universale, chi mi garantisce che la mia visione di diritto naturale sia quella corretta? Ad esempio, sull’omosessualità ci richiamiamo tutti allo stesso diritto naturale, sia quelli che l’accettano con naturalezza sia quelli che la definiscono come devianza o malattia?
  • Se, quando devo prendere una decisione a favore o sfavore di uno, per non farmi condizionare dai pregiudizi, “non guardo in faccia a nessuno”, nel senso che guardo solo a ciò che uno ha fatto e non a ciò che uno è, sto giudicando secondo giustizia? La mia imparzialità è garanzia di giustizia?
  • Se sono insegnante e, per essere imparziale, sottopongo tutti i miei allievi a uno stesso test di verifica (interrogazione o compito in classe), sono un insegnate giusto? Anche se quello stesso test per alcuni è troppo facile e per altri troppo difficile? Facendo parti uguali tra disuguali realizzo la giustizia o l’ingiustizia?
  • Se sono un’autorità governativa e impongo a tutti di pagare la stessa IVA sui prodotti acquistati, sto realizzando la giustizia? Anche se un punto in più di IVA da pagare per chi ha un certo reddito è un fastidio appena avvertito, mentre per chi ha un reddito molto inferiore comporta la rinuncia all’acquisto di certi prodotti?
  • Se ritengo che ognuno debba essere retribuito secondo i suoi meriti e che quindi la “retribuzione” deve essere differenziata a secondo dei risultati prodotti, sto tenendo conto anche della fatica che ad ognuno ha richiesto pervenire a un certo risultato? sto tenendo conto del percorso dal livello di partenza a quello d’arrivo o soltanto del punto d’arrivo?
  • E’ giusto per un cattolico far battezzare i propri figli neonati o sarebbe più giusto aspettare che diventino adulti perché scelgano se battezzarsi o meno? Se rispondo che è giusto farli battezzare subito, io sto fondando la mia idea di giustizia sulla tradizione della chiesa cattolica, che però non è stata sempre la stessa in materia di battesimo di neonati. Se rispondo che è giusto lasciare che i figli, una volta adulti, scelgano se battezzarsi o meno, io sto fondando la mia idea di giustizia sul valore della libertà di scelta, che però pone il problema di essere adeguatamente formato attraverso un’educazione critica non imposta.
  • Vaccinare i figli è giusto o no? La medicina ufficiale, quella cosiddetta accademica, pensa di sì perché con i vaccini si sono debellate storicamente malattie molto pericolose e si è garantito a un gran numero di persone di sfuggire alla mortalità infantile. Altri medici ritengono che non sia giusto l’obbligo generalizzato della vaccinazione perché ci sarebbero stati casi di deformazioni provocate proprio dai vaccini. A quale di queste “autorità” mi appellerò per decidere se far vaccinare o no i miei figli? In altre parole, chi chiamerò a testimone a garanzia della decisione che sto per prendere?

CONSULTIAMO UN PO’ GLI ESPERTI

Facciamoci a questo punto una passeggiata nella storia del pensiero occidentale per vedere come i pensatori hanno nel tempo affrontato la questione della giustizia. E vediamo se le loro riflessioni possono darci una mano a chiarire a noi stessi quale idea di giustizia stiamo evocando, magari senza saperlo, quando pronunciamo frasi del tipo E’ giusto! Non è giusto!

  1. Mondo greco
  • GIUSTIZIA significa adesione all’ordine universale. Questa definizione di giustizia vale sia per le persone che per le cose, sia per i viventi che per i non viventi, dal momento che tutti hanno un posto preciso nell’ordine universale. Nella misura in cui si rispetta il proprio posto nell’ordine universale, si realizza la giustizia: c’è una giustizia degli astri, che nell’universo occupano il loro posto e rispettano le loro fasi di sorgere – tramontare; c’è una giustizia della “polis” (cioè dello stato) e c’è una giustizia dell’individuo, che sono entrambe parti della giustizia universale come lo è quella degli astri. Il contrario della giustizia è la “hybris” (= tracotanza), cioè il disordine introdotto nell’armonia universale dall’aver deviato dal proprio posto o dal proprio corso. Questo disordine provoca la collera degli dei (anch’essi soggetti al “fato” cioè al destino dell’armonia universale) e la punizione del deviante. Anche un’azione che noi definiremmo buona, se viola l’armonia universale, è manifestazione di ingiustizia: così Prometeo, per aver rubato agli dei il fuoco e averlo consegnato agli uomini in modo che potessero avviare la loro civilizzazione, viene crudelmente e duramente punito.
  • Questa posizione dell’antichità greca viene messa in crisi nel V secolo prima di Cristo dai Sofisti i quali ripensano il rapporto tra Legge e Giustizia, alla luce del convincimento che l’istituzione della “polis”, cioè la civilizzazione degli esseri umani, ha rotto l’unità della natura nella quale l’essere umano, come gli animali e le cose, era immerso nell’armonia universale. Da questa rottura deriva una contrapposizione tra ciò che è legale e ciò che è giusto, non nel senso che la legge sia sempre ingiusta, ma nel senso che la legge è espressione di interessi (della comunità o del tiranno) e non tiene conto di un ideale di giustizia assoluta. Per questo i Sofisti non insegnano a ricercare il valore assoluto della giustizia ma insegnano le tecniche della parola con le quali uno possa far trionfare la propria tesi a prescindere dal valore intrinseco della stessa, a prescindere cioè dal fatto che questa tesi sia conforme o meno a giustizia.
  • Ma si può riprodurre nello stato l’armonia universale? Questo problema se lo pone Platone che, fortemente segnato dalla condanna a morte del suo maestro Socrate (condanna legale, perché conforme alle leggi in vigore in Atene, eppure profondamente ingiusta), si chiede come sia possibile garantire che eventi tragici del genere non si ripetano più. Secondo Platone si tratta di realizzare la giustizia nel singoli individuo e nello stato: nel singolo individuo giustizia significa armonia tra le “parti” che compongono l’essere umano, cioè la parte razionale, la parte emotivo-passionale, la parte istintiva; nello stato giustizia significa armonia tra le classi sociali che costituiscono il tessuto di uno stato, cioè i filosofi (parte razionale), i guerrieri (parte emotivo-passionale), i lavoratori (parte degli istinti). Se le tre “parti”, dell’individuo e dello stato, interagiscono armonicamente tra loro sotto la guida razionale (cioè dei filosofi, per quanto riguarda lo stato), allora si riproduce nell’individuo e nello stato l’armonia universale e si realizza la giustizia.
  • Aristotele si pone il problema di quale sia il livello compiuto di giustizia e distingue tra giustizia commutativa (quella della reciprocità) e giustizia distributiva (quella che dà a ciascuno secondo i suoi meriti). Il livello più alto di giustizia è per lui quello della giustizia retributiva, anzi Aristotele ritiene che sia una profonda ingiustizia il fatto che alcuni governi cerchino di praticare l’uguaglianza tra i cittadini ignorando le differenze dei meriti individuali che andrebbero – secondo lui – ricompensati in maniera differenziata. L’alternativa tra “giustizia commutativa o reciprocità” e “giustizia retributiva” si ritrova ancora oggi in discussioni di carattere politico-sociale o etico. Il problema è se (e perché) io ritenga giusto differenziare i “compensi” di meriti diversi o se io ritenga giusto “ricompensare” il processo contraccambiandolo con altro processo a prescindere dal risultato concreto del processo stesso. Io do a te in proporzione a quello che tu hai dato (e in questo caso conta molto quello che hai dato) oppure io do a te in cambio del fatto che tu hai dato (e in questo caso conta non ciò che tu hai dato ma il fatto che tu hai dato; anzi, se porto la mia attenzione a ciò che hai dato posso scoprire che, per quanto poco, esso potrebbe essere tanto rispetto alle tue concrete possibilità di dare)? Il dibattito sull’alternativa tra “reciprocità” e “retribuzione” arriverà nei tempi moderni e contemporanei a slogan come Da ciascuno secondo le sue possibilità, a ciascuno secondo i suoi bisogni, o anche Fare parti uguali tra disuguali è il massimo dell’ingiustizia.
  1. Mondo romano

Il concetto dominante nel mondo romano è quello che ritiene giustizia dare a                               ciascuno il suo. Il problema è definire che cosa si intenda per “suo”. Dalla riflessione                  sul significato di “suo” si dipartono impostazioni differenti, che possono                                           sostanzialmente riportarsi alla differenza tra “giustizia commutativa o reciproca” e                       “giustizia distributiva”.

  1. Pensiero medievale
  • La tradizione cristiana inserisce la Giustizia tra le virtù cardinali insieme con Fortezza, Sapienza, Temperanza. Queste quattro virtù costituiscono i cardini cioè l’intelaiatura dell’essere umano degno di questo nome: tale intelaiatura vale per i credenti e per i non credenti, anche se per i credenti viene completata con le virtù teologali (Fede, Speranza, Carità) in quello che per i cristiani è l’uomo completo.
  • Un altro concetto introdotto dalla tradizione cristiana è quello della giustificazione, cioè dell’intervento di Dio per riscattare l’uomo dal peccato originale e renderlo giusto. Il problema è se si tratti di un atto gratuito da parte di Dio o se, in qualche modo, sia pure insufficiente, l’uomo meriti la giustificazione aggiungendo alla fede le sue opere. Questo problema ha trovato soluzioni diverse nella tradizione cattolica e in quelle protestanti. In particolare il protestantesimo, accentuando la prospettiva della predestinazione cioè della salvazione assolutamente gratuita che Dio farebbe liberamente degli uomini, ma non di tutti gli uomini, ha cercato in un impegno etico nel mondo il segnale di un consenso da parte di Dio: su questo tema si fonda l’interpretazione dell’origine del capitalismo fornita da Weber, che sottolinea proprio la forte componente dello spirito religioso.
  • A partire dal XVII secolo ci si pone il problema di leggi naturali e razionali anteriori alle leggi positive: esiste una legge naturale universale a fondamento delle singole leggi positive che sono diverse da paese a paese e da tempo a tempo? Questo nocciolo di leggi universali costituisce appunto il giusnaturalismo (ovvero il diritto fondato sulla natura), ma chi definisce il nocciolo del giusnaturalismo e i valori che secondo esso costituiscono i diritti universali e irrinunciabili di ogni uomo?
  • Nell’ambito privato si ritiene giustizia trattare gli altri come vorremmo essere trattati noi; nell’ambito pubblico si ritiene giustizia la ricerca di una norma generale per conseguire la convivenza pacifica, limitando, se necessario, reciprocamente le libertà naturali per garantire, proprio con questa limitazione, le libertà di tutti e di ognuno.
  • A partire dal XVIII secolo la riflessione sulla giustizia viene sempre legata ad altri temi ai quali viene di volta in volta subordinata, quasi come valore strumentale per conseguire quello più alto di volta in volta perseguito.
  • Sarà, quindi, centrale l’utilità sociale o la felicità del maggior numero possibile di persone o la convivenza pacifica o l’uguaglianza politico-sociale e conseguire questi valori sarà ritenuto giustizia, anzi la giustizia sarà considerata un valore solo se capace di conseguirli.
  1. Giusnaturalismo
  1. Pensiero moderno-contemporaneo

CONCLUSIONE

Non possiamo certo pretendere che uno, prima di dire E’ giusto! Non è giusto! si metta a fare un test di controllo alle parole che usa e all’intenzione con cui le sta usando.

Sarebbe già un buon risultato se uno – magari dopo aver pronunciato quelle frasi – si fermasse un po’ a chiedersi se le parole si sono mosse spontaneamente o se le ha indirizzate intenzionalmente e se questa eventuale sua intenzione sia consapevole (cioè sia chiara a lui stesso nei suoi perché) o se se la trovi senza sapere come nel suo bagaglio culturale “profondo”, quello che orienta (talvolta o spesso a nostra insaputa) i nostri comportamenti.

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