Pubblicato da: luigivassallo | 4 aprile 2012

Appunti per una pratica filosofica come terapia

Quando le parole ci ammalano, le parole possono guarirci – Appunti per una pratica filosofica come terapia (Luigi Vassallo)

(chiacchierata del 16 marzo 2012 a Finale Ligure)

N.B. Quelle che seguono non costituiscono una sintesi organica e definitiva della chiacchierata;  sono invece schede di lavoro da utilizzare, per chi ne abbia voglia, per approfondimenti, discussioni, indicazioni di ricerca anche in senso contrario a quello proposto

CHE COSA E’ LA MALATTIA?

Nella manifestazione che chiamiamo “malattia” si intrecciano 2 componenti: una componente oggettiva e una componente soggettiva.

La componente oggettiva consiste in una serie di reazioni e modificazioni di carattere fisico, chimico e/o relazionale che investono il nostro corpo. Definita in questi termini, la componente oggettiva della malattia coincide con una delle tante manifestazioni di vita biologica, che sono appunto reazioni o modificazioni di carattere fisico, chimico e/o relazionale.

La componente soggettiva consiste nella relazione che il singolo soggetto umano instaura con le suddette modifiche biologiche. E’ questa relazione che classifica o non classifica la modificazione biologica come malattia e lo fa in base a parametri individuali e/o sociali di ciò che si intende come “bene” o “male”. Ed è proprio la componente soggettiva che si interroga del perché della malattia e afferma quindi il bisogno di trovare un senso a ciò che è stato classificato come malattia. Sia nella classificazione che nella ricerca di senso sono le parole a tracciare la rotta, parole ripetute e tramandate ma non sempre ripensate da chi le riceve e a sua volta le ripete e le tramanda. Ecco perché le parole, quando sono autonome da una valutazione critica di chi le usa, possono ammalarci perché ci trasmettono una classificazione della malattia che non necessariamente abbiamo acquisito criticamente e consapevolmente.

 

CHE COSA E’ LA SALUTE?

Una definizione data un po’ di anni fa dall’Organizzazione Mondiale della Sanità della “salute” dice che “salute” significa:

Star bene con se stessi.

Star bene con gli altri.

Star bene con le istituzioni.

Star bene, cioè trovarsi a proprio agio sia nella dimensione individuale (con se stessi) che nella dimensione relazionale (con gli altri), che nella dimensione della cittadinanza (con le istituzioni).

Siamo capaci di stare a nostro agio con noi stessi? Ad esempio, se un treno è in ritardo e siamo “condannati” ad una lunga attesa, stiamo bene con noi stessi o ci sentiamo nervosi e infastiditi dal ritardo, dalle cose che dovremmo fare e non possiamo fare?

 

 

IL BISOGNO DI DARE UN SENSO A QUELLO CHE, DI MALE, CI SUCCEDE

Aristotele (IV secolo prima di Cristo) dice che la domanda filosofica (cioè la richiesta di senso) nasce dallo stupore o, meglio, dallo sbigottimento di fronte al mondo e di fronte alla vita. Lo sbigottimento è dato dalla pluralità di fenomeni che si presentano allo sguardo degli esseri umani i quali, per liberarsi dal senso di smarrimento e di paura, cercano di mettere ordine nel disordine che si trovano intorno. Così i più antichi filosofi (parlando del nostro Occidente a partire dal VII – VI secolo prima di Cristo, ma ovviamente c’è un percorso, talvolta alternativo, che interessa l’Oriente) hanno cercato principi unificatori del mondo (filosofia della natura) e della vita umana, individuale e sociale (filosofia morale).

La filosofia, dunque, nasce come ricerca di risposte sensate a domande come Chi siamo noi? Qual è il nostro posto nel mondo? Cos’è la natura?

Ma, se queste sono le domande dei filosofi, non è che le donne e gli uomini comuni non si pongano anch’essi domande “filosofiche”. E’ una domanda filosofica quella che molti rivolgono (magari alla divinità o al destino o al nulla) quando, di fronte alla notizia di un male incurabile o a una disgrazia, esclamano Perché proprio a me? oppure Perché proprio alla mia famiglia?

Ed è ugualmente filosofica la domanda (anche questa a volte rivolta alla divinità) che persone sensibili pongono di fronte a scene strazianti di miseria in altri Paesi o di fronte a notizie di stragi efferate: Perché tutto questo?

 

LA PRATICA FILOSOFICA COME PRATICA TERAPEUTICA

C’è un’oggettiva analogia tra la medicina e la filosofia. La medicina (sia nella versione occidentale, che seziona il corpo nei vari sintomi della malattia, sia nella versione orientale, che inserisce la malattia nella totalità della persona) cura o cerca di curare le alterazioni del corpo. La filosofia cura o cerca di curare le alterazioni dell’anima. L’una e l’altra mettono a disposizione dei “malati” rimedi intesi a ridurre o eliminare le alterazioni e a ripristinare l’ordine funzionale del corpo (la medicina) o dell’anima (la filosofia).

Che vuol dire allora fare filosofia? Nella tradizione popolare è presente un’immagine sostanzialmente negativa del filosofo. Già nell’antichità era tramandato, ad esempio, l’aneddoto della vecchia che deride Talete. Il filosofo (VII – VI secolo prima di Cristo) camminava una sera guardando le stelle, come se cercasse un principio unificatore dell’universo, ma non si accorse di una buca davanti ai suoi piedi e vi cadde dentro; e la vecchia, deridendolo, gli chiese Ma come puoi guardare le stelle se non vedi nemmeno dove metti i piedi? E ancora un po’ in tutte le lingue è diffusa un’espressione come Non fare il filosofo, per dire Non fare chiacchiere. D’altra parte nella tradizione popolare è presente anche l’espressione Prendersela con filosofia, che vuol dire saper affrontare la vita senza farsi travolgere dalle varie situazioni.

Ma cosa fa in concreto il filosofo oppure chi, senza essere filosofo di professione, assume un atteggiamento filosofico verso la vita?

Per Pitagora (VI – V secolo prima di Cristo) la vita è un mercato: al mercato alcuni ci vanno per fare affari, altri per distrarsi, altri (e questi sono i filosofi) per guardare disinteressatamente.

 

Per Eraclito (VI – V secolo prima di Cristo) essere filosofo non significa sapere molte cose perché sapere molte cose non garantisce l’intelligenza cioè la comprensione delle cose; essere filosofo significa ricucire le esperienze riportandole a un principio unitario. La parola logos usata da Eraclito rimanda proprio alla “raccolta”, alla “ricucitura”, al “discorso che dà senso”.

Per Platone (IV secolo prima di Cristo) non serve a nulla saper produrre ricchezze o strumenti musicali se non si sa usare le ricchezze o non si sa suonare gli strumenti: un conto, cioè, è il sapere tecnico (saper fare), altra cosa è il sapere filosofico (sapere perché si fa e che senso ha fare).

 

STAR BENE CON SE STESSI

Per star bene, cioè a proprio agio, con qualcuno, bisogna conoscerlo. Quindi, per star bene con noi stessi, bisogna conoscere chi è “io”. “Io” è parola che usiamo abitualmente dandone per scontato il significato: io penso … io faccio … io sono libero … io ho il diritto … io voglio … Ma IO chi?

L’antica saggezza greca si fondava su due massime: Conosci te stesso e Niente troppo.

Conoscere se stesso significa riconoscere che “io” è il risultato di due componenti: la componente biologica o genetica (trasmessa con l’atto sessuale dai propri genitori) e la componente culturale (trasmessa intenzionalmente o anche non intenzionalmente da tutte le occasioni di incontro che ci sono capitate: dalla famiglia alla scuola, alla strada, alle persone che abbiamo conosciuto, alla società in tutte le sue articolazioni). Insomma “io” è il prodotto della propria storia, biologica e socioculturale.

In questa storia a dominare è il determinismo, cioè la serie di condizionamenti che ci troviamo addosso, dai genitori che non abbiamo scelto a tutte le vicende che ci sono capitate, secondo una catena di concause nella quale a volte abbiamo avuto la possibilità di scegliere, ma, scegliendo, abbiamo aperto un altro segmento di catena di concause a prescindere dalla nostra volontà. Non c’è libertà allora? La libertà potrebbe esserci alla fine, non all’inizio della storia di cui l’”io” è il prodotto: libertà è riconoscere la catena di concause che hanno determinato la propria storia e individuare quali fattori o variabili hanno inciso sulla nostra storia, per decidere se accettarli consapevolmente facendoli veramente nostri o metterli in discussione provando a modificare (ma ovviamente non è processo semplice) la catena di concause che costituisce la nostra storia.

Conoscere se stesso, dunque, significa riconoscere il dato biologico e il dato socioculturale della nostra storia; significa conoscere la natura dell’uomo (in generale) e conoscere il proprio modo (in particolare) di essere uomo.

CONOSCERE LA NATURA

Conoscere vuol dire raccogliere gli elementi della nostra conoscenza in un quadro significativo. La modalità umana di conoscenza non è una rappresentazione trasparente della realtà, ma è sempre una riorganizzazione della realtà in uno schema interpretativo. Insomma noi non conosciamo il mondo, ma solo la nostra interpretazione del mondo. Questo vale per la conoscenza scientifica, che, infatti, in epoche diverse, sulla base di nuovi dati o nuove interpretazioni, ha prodotto modelli di conoscenza diversi tra loro: pensiamo al sistema tolemaico (con la terra al centro dell’universo) e a quello copernicano (col sole al centro del sistema solare); entrambi i sistemi sono “veri” in relazione ai dati considerati e interpretati. Ma questo vale anche per la conoscenza o, meglio, l’orientamento nel campo relazionale umano, dove singole parole possono provocare atteggiamenti contrastanti a seconda del sistema culturale di riferimento. Nella seconda metà del XX secolo padre Camillo Torres redasse un’inchiesta linguistica nell’America Latina, nella quale una stessa parola (esempio “Rivoluzionario”, “Giustizia” ecc.) riceveva interpretazioni diverse (e, quindi, si accompagnava a comportamenti diversi) a seconda che a pronunciarla o ascoltarla fosse un membro della classe dominante o degli strati popolari.

E allora cosa vuol dire conoscere la natura? Vuol dire utilizzare, consapevolmente o meno (cioè usando in maniera cosciente le parole oppure ripetendo passivamente le parole facendosi parlare da esse, anziché parlarle) un modello interpretativo della natura. Nel nostro Occidente i modelli interpretativi fondamentali della natura sono quello dell’antica concezione greca e quello giudaico-cristiano.

La concezione greca antica guarda alla natura come a un ordine immutabile, che né gli uomini né gli dei possono sovvertire, essendo tale ordine vincolato dall’ananke (cioè dalla necessità). L’uomo non può dominare la natura, può solo svelarla: non a caso la parola greca che traduciamo con “verità” è aletheia che vuol dire svelamento. L’uomo è chiamato a contemplare la natura per svelarne i principi ordinatori dai quali deve ricavare le conoscenze e le regole per un ordinato agire umano. Non a caso i primi filosofi greci si considerano “cosmopoliti” che letteralmente rimanda a un’idea della polis (cioè della città) fondata sul kosmos (cioè sull’ordine della natura).

Nella concezione giudaico-cristiana invece la natura è effetto della volontà di Dio che la crea e la consegna all’uomo. L’uomo ha il dovere (ereditato da Dio) di dominare la natura. La natura non ha un suo significato autonomo ma solo un significato antropologico-teologico cioè ha significato solo se entra nel progetto dell’uomo e nel progetto di Dio. Indagare la natura, allora, non significa contemplarne l’ordine immutabile, significa, al contrario, finalizzare la natura alla progettualità umana: è quello che hanno fatto la scienza e la tecnica nel nostro Occidente fino a ridurre la natura (nelle sue componenti minerali, vegetali, animali) a materia per la crescita economica e per il dominio del pianeta, col rischio di ridurre a materia anche la risorsa umana.

 

 

 

 

CONOSCERE LA NATURA UMANA

Conoscere la natura umana significa riconoscere che la vita dell’uomo è inserita nel ciclo di nascite e morti che caratterizza la natura nel suo complesso. In questo ciclo la morte è limite naturale della vita: tale limite può essere inserito e riconosciuto nel modello greco della natura (come realtà immodificabile) o nel modello giudaico-cristiano (come evento che acquista senso storico nell’adesione al progetto di Dio sull’uomo).

In ogni caso, che si aderisca al modello greco o a quello giudaico-cristiano, che si creda al ciclo che si rinnova dell’alternarsi delle stagioni (modello greco) o all’apertura a un futuro che modifica il presente e ricostruisce la catena degli eventi in una storia che agli eventi dà un senso e una prospettiva (modello giudaico-cristiano), conoscere la natura umana comporta anche la domanda: l’uomo è un animale particolare o è altro dall’animale? In altre parole l’uomo è un animale che ha sviluppato capacità che gli altri animali non hanno o la sua essenza è altro dall’animalità sia pure di grado superiore? Non è questione oziosa. Già gli antichi filosofi si chiedevano se l’uomo è intelligente perché ha la mano o ha la mano perché è intelligente: l’intelligenza è il prodotto di un’abilità corporale o preesiste all’abilità corporale e la determina? Anche in questo caso è questione di modelli interpretativi ai quali facciamo riferimento. Il problema è che a volte facciamo riferimento a un modello interpretativo senza esserne consapevoli e finiamo o col contraddirlo, senza rendercene conto, con i nostri comportamenti concreti oppure con l’irrigidirlo fino a farci fondamentalisti.

L’alternativa al modello dell’uomo come animale di grado superiore è il modello dell’uomo come altra cosa rispetto all’animale: humanitas contro animalitas. In questo modello lo specifico dell’uomo non è più aver sviluppato capacità che gli altri animali non hanno sviluppato, ma è “esistere”, dove esistere significa “mettersi fuori” cioè “tenersi aperto a ogni possibilità” (existentia, dove ex indica proprio lo star fuori). In questo modello l’humanitas non è un’animalitas di grado superiore, è, al contrario, un’apertura al mistero dell’essere e delle sue possibilità.

 

CONOSCERE SE STESSO

Conoscersi, dunque, comporta la capacità di guardare nella propria storia individuale (che è intreccio di genetica e cultura) per ritrovare in essa il proprio progetto di vita, che, se fatto proprio consapevolmente, traccia il percorso personale verso la libertà. Nell’apertura al possibile (all’”isola che non c’è”) non è che l’essere umano possa percorrere qualsiasi rotta, ma solo quella che è fatta per lui (o per lei): questo a prescindere dal fatto che si voglia credere in un progetto divino sull’essere umano o in un progetto che si è autodeterminato storicamente attraverso la catena delle concause o in un progetto puramente casuale cioè prodotto da casuali ricorrenze di variabili.

Comunque si voglia interpretarlo, solo quel progetto, e non un altro, è il “mio progetto di vita”, quello che dà sostanza al mio “io”. “Io” sarò veramente “io” solo se diventerò ciò che posso diventare: i guai vengono, diceva Dante, dal fatto che gli uomini vogliono fare re chi è nato per la vita religiosa e vogliono costringere alla vita religiosa chi è nato per fare il re. Questo vuol dire riconoscere il limite. E veniamo alla seconda massima dell’antica saggezza greca: Niente troppo.

 

NIENTE TROPPO

Niente troppo significa riconoscere il valore del limite. Il limite è un vincolo, perché non mi consente di fare ciò che proibisce. Ma il limite è anche una risorsa, che mi consente di fare quello che posso fare. Kant, per spiegare che la conoscenza umana non può andare oltre i limiti delle proprie possibilità, ricorre alla bella immagine della colomba che, mentre vola, si illude che, se le sue ali non incontrassero l’attrito dell’aria, potrebbe volare più liberamente e più facilmente; e invece, se non ci fosse l’attrito dell’aria, non potrebbe volare affatto.

Quindi, mentre l’animale non si pone domande sul senso della vita né deve preoccuparsi di capire quali siano i suoi limiti e quale debba essere il suo progetto di vita, dal momento che tutto è inscritto nel suo dna e nel suo corredo di istinti, l’essere umano, proprio perché potenzialmente è fuori (oltre) ogni limite prestabilito dalla natura, il limite se lo deve dare da solo. Limite per l’essere umano è riconoscersi nella propria storia individuale.

Questa storia, con tutte le sue varianti, è inscritta nello spazio temporale tra la nascita e la morte. Questo spazio temporale viene a volte o spesso  rimosso dalla nostra coscienza: ad esempio quando si tenta di “rendere eterna” la giovinezza, a dispetto della propria età, scimmiottando abbigliamento, costumi, modi di parlare, comportamenti tipici dei giovani; oppure quando si cerca di allontanare il termine naturale della vita, esorcizzando le modificazioni del corpo dovute all’età con rifacimenti estetici o con cure ossessive delle malattie. Oppure quando si affastellano ansiosamente esperienze le più varie, per saggiare tutte le possibilità della propria esistenza, ignorando che fare esperienza del possibile non è la stessa cosa che collezionare i tanti possibili. Fare esperienza del possibile significa riconoscere valore al possibile dentro il proprio progetto di vita che è unico e irripetibile e si costruisce sulla memoria ovvero sul confronto critico e consapevole tra quello che posso fare e quello che faccio. Affastellare esperienze disparate solo perché ho i mezzi tecnici per farlo significa frantumare l”io” in una pluralità di soggetti.

 

OLTRE OGNI LIMITE

Hanno senso ancora questi discorsi sul limite (come vincolo e risorsa) nel mondo contemporaneo  occidentale, nel quale la tecnica da strumento governato dall’uomo è progressivamente diventata il fine che fonda il nuovo ordine del mondo, sulla base del principio che tutto quello che tecnicamente si può fare si fa? E’ questo principio a giustificare, ad esempio, l’accumulo di nuove armi di distruzione di massa, anche se quelle che già esistono bastano a distruggere più volte il pianeta terra; oppure la produzione e la messa in consumo di nuove applicazioni tecnologiche, anche se usiamo quelle che già abbiamo per una percentuale minima delle loro capacità (come usare una Ferrari solo per andare a fare la spesa a un kilometro da casa).

Come applicare la massima greca Niente troppo in un mondo caratterizzato da un dominio “smisurato” da parte della tecnica, un dominio senza misura? E’ un dominio che alla domanda Cosa possiamo fare con la tecnica? sostituisce la domanda Cosa sta facendo (o ha già fatto) la tecnica di noi?

 

ORIENTARSI NEL MONDO

Se la pratica filosofica ai suoi inizi ha assolto il compito di liberare gli uomini dal terrore dell’imprevedibilità, offrendo loro una visione ordinata del mondo secondo principi unificatori, la pratica filosofica oggi, per avere ancora un senso, deve liberare gli uomini dal convincimento che l’ordine imposto dalla tecnica al mondo sia l’unico ordine possibile. Alla filosofia oggi, come terapia della rassegnazione, spetta il compito di indicare che ogni ordinamento, anche quello attuale che sembra indiscutibile e immodificabile, ha i suoi limiti e di riaffermare che l’humanitas si realizza nell’apertura allo spazio del possibile, alla “navigazione verso l’isola che non c’è”.

Perché uomo si diventa.

 

STAR BENE CON GLI ALTRI

Star bene con gli altri, stare a proprio agio con gli altri. Ma chi sono gli altri? Solo alcuni o tutti? I “miei” altri sono quelli che pensano come me, che mangiano come me, che si comportano come me o anche quelli che non fanno e non pensano come me?

Riconoscere gli altri, per star bene con loro, significa tollerare che conservino i loro stili di vita nel loro recinto (purché non invadano il mio recinto) o assimilarli al mio stile di vita (riconoscendoli nella misura in cui sono diventati specchio di me stesso) o assimilandomi io al loro stile di vita (in una sorta di provincialismo che mi induce a vedere nelle culture diverse dalla mia una cultura superiore, come accade con certe mode orientaleggianti) o ancora accettare di “contaminarmi” con loro?

Star bene con gli altri: staticamente (ognuno al posto suo) o dinamicamente (integrando le nostre diversità e arricchendole reciprocamente)?

 

STAR BENE CON LE ISTITUZIONI

Posso vivere pienamente il mio progetto di uomo restando indifferente alla dimensione pubblica in cui storicamente, che lo voglia o meno, sono inscritto? Una dimensione pubblica che è caratterizzata dalle sue istituzioni storiche e dal modo in cui esse sono fatte funzionare di volta in volta.

Dal dí che nozze e tribunali ed are diero alle umane belve esser pietose di se stesse e d’ altrui scrive il Foscolo nel carme I Sepolcri: le “umane belve” diventano “pietose di se stesse e d’altrui” grazie all’istituzione di “nozze, tribunali ed are” cioè grazie alla fondazione dello spazio pubblico della città che si articola nel riconoscimento e nell’amministrazione, nella città e da parte della città, del matrimonio, della giustizia, della religione.

Sono le istituzioni che fanno dell’uomo possibile un uomo storicamente determinato, cioè un cittadino.

 

IL NOSTRO POSTO NEL MONDO

Chiedersi quale sia il mio posto nel mondo significa chiedersi quale etica debba seguire per orientare la mia vita, cioè per dare un senso al mio spazio temporale compreso tra la mia nascita e la mia morte. A prescindere dal riferimento o meno a una divinità e al riconoscimento di questa come compimento del proprio progetto umano, l’etica tradizionalmente seguita da coloro che si sono interrogati sul proprio posto nel mondo è stata l’etica delle intenzioni.

Etica delle intenzioni cioè sono responsabile solo di ciò che avevo intenzione di fare: se ho fatto del male senza avere l’intenzione di farlo non sono responsabile; questo principio è alla base della legge penale, ma anche del catechismo cattolico che molti di noi hanno appreso da ragazzini.

Questa etica, però, dopo le grandi tragedie che hanno funestato il secolo XX e che trovano la loro espressione più raccapricciante nella Shoah, risulta insufficiente: dire che sono stato fascista sì (o nazista) ma non ho partecipato direttamente alla persecuzione degli ebrei non mi assolve dall’aver sostenuto un’ideologia che ha consapevolmente prodotto quello sterminio. Di fronte alla costernazione della popolazione tedesca per la distruzione della Germania nel 1945 il filosofo tedesco Karl Jaspers disse che tutti i tedeschi erano responsabili di ciò che i nazisti avevano fatto, per il semplice fatto di essere rimasti vivi.

All’etica delle intenzioni è così subentrata a poco a poco nella coscienza di chi si interroga l’etica della responsabilità: al di là delle mie intenzioni sono responsabile o corresponsabile delle conseguenze di una mia azione nella misura in cui queste siano prevedibili. Se mi ubriaco o mi drogo, e so bene che alcool e droga alterano le mie percezioni sensoriali, e dopo mi metto al volante, mi serve a poco dire che non volevo investire nessuno e che perciò non sono responsabile; sono responsabile, invece, dell’incidente (talvolta mortale) proprio perché ho deliberatamente fatto una cosa che poteva comportare quella conseguenza. Su questa strada anche la legge penale (tradizionalmente fondata sul principio dell’intenzione) comincia ad aprire nuovi spiragli, con qualche Procura della Repubblica che comincia a mettere sotto inchiesta i pirati della strada per omicidio volontario. E così pure il Parlamento che comincia a ipotizzare di inserire nel codice il reato di omicidio stradale.

Eppure, anche l’etica della responsabilità rischia di essere insufficiente in un mondo in cui la “dittatura” della tecnica e i rapidi cambiamenti di scenari prodotti dalla globalizzazione rendono impossibile prevedere tutte le conseguenze di una mia azione.

Si profila così l’opportunità di elaborare un’etica del viandante, dove il “viandante” si distingue dal “viaggiatore” perché non è tanto interessato alla meta del viaggio quanto al percorso del viaggio.

Il “viandante” osserva il suo percorso nel mondo, l’osserva con curiosità e disponibilità a interagire con esso, sentendosi di volta in volta partecipe del percorso stesso e della sua conservazione. Il “viaggiatore”, invece, è interessato solo al percorso più rapido possibile per raggiungere la propria meta.

 

 

VERITA’ ASSOLUTE E VERITA’ RELATIVE

In questa chiacchierata abbiamo parlato di malattia e di salute, di conoscere se stessi e gli altri, di orientamento nel mondo. Si tratta di temi tra i quali ci si può muovere inconsapevolmente, ripetendo per abitudine percorsi tracciati da altri e magari credendo di averli scelti autonomamente oppure ci si può muovere tentando di assumere consapevolmente una bussola per orientarci.

La bussola può essere costituita dall’adesione a una verità assoluta oppure dal riconoscimento del valore di verità relative.

Verità assoluta significa “verità a prescindere” cioè verità sciolta (in latino absoluta) da qualsiasi vincolo relazionale. Verità relativa significa “verità relazionata a un individuo o a una condizione storico-sociale”.

La verità relativa non è mai “a prescindere”, è sempre una verità “incarnata”, per la quale è necessario un atteggiamento di “interesse” (dove etimologicamente “interesse” significa inter esse, cioè “esserci in mezzo”). Secondo me il racconto dell’incarnazione da parte del cristianesimo è una verità relativa, perché istituisce una relazione tra Dio e gli esseri umani, grazie alla quale Dio sperimenta la condizione degli esseri umani “essendoci in mezzo” e gli umani fanno esperienza di Dio, quel Dio così lontano nella tradizione ebraica, “tenendolo in mezzo”.

In ogni caso, per orientarsi, ognuno scelga la bussola che vuole. L’importante è che sappia che tipo di bussola ha scelto e, soprattutto, sia consapevole di quanto sia autonoma la sua decisione di scegliere quella bussola e di percorrere quel cammino.

 

MANUTENZIONE DELLE PAROLE

Le parole veicolano idee e comportamenti. Perciò, come tutti i veicoli (dalla bicicletta all’auto all’aereo ecc.) devono ogni tanto essere revisionate e sottoposte a manutenzione. Perché, altrimenti, può succedere quello che succede quando un’auto frena di botto sull’asfalto bagnato.

Le parole, come tutti i veicoli, si usurano col tempo ma anche perché vengono a volte usate male. Non solo quando vengono violentate nella grammatica, nella sintassi o nella semantica (per fare un esempio, pensiamo a “piuttosto che” ormai diffusamente e abusivamente usato nel significato di “oppure”), ma soprattutto quando da giornali e TV vengono “urlate” senza misura (“catastrofe”, “guerra” ecc. per parlare di fenomeni climatici o di scontri politici sul terreno economico-sociale e così via).

Ci vuole, dunque, un po’ di sana e sensata manutenzione.

Una manutenzione del genere la faceva nell’antica Atene (V – IV secolo prima di Cristo) Socrate, il quale si era dato la missione (o credeva di averla ricevuta da una voce divina nella sua coscienza) di avvicinare tutti coloro che credevano di sapere qualcosa e di interrogarli sui fondamenti del loro sapere. Il dialogo si concludeva sempre con la scoperta che chi credeva di sapere non sapeva proprio niente di ciò che conta e questa era per Socrate una grande conquista, perché sapere di non sapere è il primo passo per mettersi a cercare la verità. Socrate finì condannato a morte con l’accusa di corrompere i giovani con questo suo mettere in discussione le certezze acquisite.

Un’analoga manutenzione potrebbe farla la scuola se accettasse di essere un luogo di ricerca aperta (dove si pongano domande di senso) più che un luogo dove si ripetono e si tramandano risposte precostituite.

In ogni caso ci sono parole che hanno bisogno urgente di manutenzione, altrimenti continueranno ad ammalarci. Penso a parole come io, libertà, diritti, giusto, sbagliato, natura, contro natura, bene, male. Parole che ci sono familiari quanto a uso e suono ma che, messe in manutenzione, potrebbero riservarci la sorpresa di significati contrari a quelli che noi crediamo usandole (o abusandole).

 

 

 

 

 

 

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