Pubblicato da: luigivassallo | 18 marzo 2012

I martiri di Pian dei corsi (commemorazione, Rialto 18 marzo 2012)

Luigi Vassallo, Commemorazione dell’eccidio di Pian dei corsi

(Rialto 18 marzo 2012)

 

2 FEBBRAIO 1945. PIAN DEI CORSI.

C’era tanta neve e faceva freddo, ma ancora discutevano provando a disegnare l’Italia democratica per la quale stavano combattendo. Alcuni di loro sarebbero morti tra poche ore. Non lo sapevano. Sentivano dire, invece, che la vittoria era a portata di mano, che i sacrifici sarebbero stati tra poco ricompensati, che vent’anni di dittatura fascista e gli ultimi anni di asservimento ai nazisti sarebbero stati cancellati e consegnati per sempre al passato.

SOGNAVANO un’Italia democratica che fosse fondata sul lavoro. Non sui privilegi, sul lavoro. Perché è il lavoro, il lavoro di tutti, che costruisce la ricchezza di una società: la sua ricchezza materiale, cioè i suoi beni e i suoi servizi da usare perché la vita di ognuno sia migliore di quella del passato; la sua ricchezza spirituale, la ricchezza cioè delle relazioni tra esseri umani che nei lavori fatti insieme si realizzano e crescono.

SI AUGURAVANO una Repubblica che garantisse i diritti inviolabili di ogni uomo, non solo dei potenti, non solo dei ricchi, non solo di chi sa destreggiarsi con le leggi e, al tempo stesso, richiedesse ad ognuno l’adempimento inderogabile dei doveri di solidarietà politica, economica e sociale. Perché nessun uomo è un’isola compiuta in se stessa, ma ogni uomo è un frammento del continente, una parte del tutto. E quando il problema è comune, uscirne da soli è egoismo, anzi è impossibile. Uscirne insieme è politica. Chi crede di far parte per se stesso, chi pensa che la politica è sempre una cosa sporca, chi dice che quelli (quelli che si impegnano in politica) sono tutti uguali è un qualunquista. E un qualunquista può arrivare anche a pensare che fascisti e partigiani sono uguali perché gli uni e gli altri hanno sparato e ammazzato. Un giorno – ma questo nel 1945 non si sapeva ancora – un prete, don Lorenzo Milani, avrebbe insegnato nella sua scuola che un fascista e un qualunquista sono due fascisti.

VOLEVANO che non ci fossero tra i cittadini discriminazioni fondate sul sesso, con le donne escluse da certe carriere non perché incapaci ma solo perché donne oppure costrette a rinunciare alla maternità e all’essere femminile per conservare un lavoro o con gli omosessuali costretti a nascondersi come esseri contro natura, come se la natura potesse essere definita con leggi che piacciono solo a chi le impone agli altri.

VOLEVANO che non ci fossero discriminazioni fondate sul concetto di razza, che non ha nessuna base scientifica ma è servito tragicamente a perseguitare e sterminare i diversi, a cominciare dal popolo ebraico e poi gli zingari e poi quelli che hanno la pelle diversa da noi.

VOLEVANO che non ci fossero discriminazioni in base alla lingua, perché ogni lingua è espressione di un modo di pensare e di spiegare il mondo e il nostro posto nel mondo. Nessuna di queste spiegazioni è assoluta, anche se alcune lingue si presentano più ricche di altre sul piano dei vocaboli, delle creazioni artistiche, delle elaborazioni filosofiche, delle costruzioni scientifiche oppure sono riuscite a imporsi su altre lingue e a diventare internazionali perché diffuse nel mondo con la forza delle armi e delle economie.

VOLEVANO che non ci fossero discriminazioni in base alla religione perché ogni essere umano ha il diritto di credere o di non credere in una divinità per trovare senso e conforto alla propria esistenza. E questo suo diritto vale quanto quello di qualsiasi altro essere umano. E poi chi ci garantisce che il dio nel nome del quale vogliamo vietare o discriminare la fede in un altro dio è proprio il vero dio e che non siamo proprio noi a credere in un falso dio?

VOLEVANO che non ci fossero discriminazioni in base alle opinioni politiche. Quel che conta è il bene comune e a questo bene si può concorrere con idee di centro, di destra e di sinistra. Per il bene comune di un’Italia libera dall’occupazione nazista, libera dalla dittatura fascista, libera dai privilegi di classe stavano combattendo e resistendo sulle montagne, nelle fabbriche, nelle città, nelle scuole uomini e donne che si sentivano vicini alle idee comuniste o socialiste o repubblicane o democratico cristiane o liberali o monarchico-costituzionali. Se una discriminazione doveva essere fatta – e doveva essere fatta – era nei riguardi dell’ideologia fascista e di quella nazista. Queste ideologie non potevano avere diritto di cittadinanza nella nuova Italia democratica, perché di questa Italia costituivano una negazione radicale e assoluta. E ugualmente bisognava far fronte comune contro qualsiasi ideologia totalitaria, comunque mascherata, che fosse politica o economica o religiosa, che pretendesse di ridurre le donne e gli uomini della Repubblica democratica da cittadini a servi.

MA SAPEVANO che non sarebbe bastato proclamare il principio dell’uguaglianza tra i cittadini. Perché un’uguaglianza solo proclamata è come riconoscere il diritto al ricco e al povero di dormire sotto un ponte: il primo può, quando vuole, scegliere di andarsene a dormire in un albergo di lusso perché ha i soldi per pagare; il secondo la povertà non può sceglierla, se la trova incollata addosso. E allora era necessario prevedere che la Repubblica facesse qualcosa di concreto per rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini. Perché, come nasciamo biologicamente diversi, nasciamo anche socialmente diversi: chi in un piccolo paese, chi in una metropoli; chi in una famiglia agiata, chi in una famiglia con scarso reddito; chi in una famiglia ricca di cultura, chi in una famiglia dove non circolano libri; chi in una famiglia aperta e tollerante verso gli altri, chi in una famiglia che insegna che gli altri, i diversi, sono da evitare, sono nemici. Doveva essere compito della Repubblica rimuovere questi ostacoli, queste disuguaglianze, che impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese. E uno degli strumenti più importanti che la Repubblica avrebbe potuto usare per attuare questo suo compito sarebbe stato la scuola pubblica, aperta a tutti. Una scuola in cui le differenze culturali delle famiglie si fondessero nella cultura democratica della Costituzione, una scuola a cui don Lorenzo Milani, vent’anni dopo il 1945, avrebbe chiesto di farsi carico della emancipazione dei figli del proletariato. Perché il padrone sa 1000 parole, tu ne sai 100: ecco perché lui è il padrone. Una scuola pubblica efficace sarebbe certo costata non poco allo Stato ma sarebbero stati soldi ben spesi, perché i soldi spesi per una buona scuola pubblica sono un investimento per la democrazia e per il progresso.

STAVANO COMBATTENDO  per una Repubblica che riconoscesse a tutti i cittadini il diritto al lavoro. Perché, se si mettono i conti a posto, se si riduce il debito pubblico, se si tagliano gli sprechi della spesa pubblica e non si creano insieme nuove occasioni di lavoro, non solo non si rilanciano i consumi, visto che per comprare bisogna avere soldi e senza lavoro è difficile averne se si è onesti, ma soprattutto si escludono masse di persone, soprattutto i giovani, dalla costruzione di una società che abbia valore per loro e che dia senso alla loro esistenza.

VOLEVANO VIVERE in un’Italia che fosse per sempre contro la guerra. Perché la guerra non la decidono mai i popoli, ma sono i popoli che la fanno: la fanno coi loro figli mandati a morire sui campi di battaglia; la fanno con le donne,i vecchi e i bambini che restano nelle città a tremare a ogni allarme di bombardamento. Bisognerà che una volte per tutte – si dicevano (e non sapevano che fra poco sarebbero morti) – il vocabolo guerra scompaia dal vocabolario. Bisognerà svuotare gli arsenali e riempire i granai. Bisognerà fare come Einstein e rispondere alla domanda di che razza sei? con l’unica risposta civile possibile sono di razza umana.

Questi pensieri, queste speranze, queste preoccupazioni galleggiavano nell’aria quella notte. Poi il silenzio fu squarciato dalle bombe e dalle mitraglie. I fascisti erano venuti per uccidere e uccisero, incuranti di stare – per scelta o per caso – dalla parte sbagliata che era ormai alla fine della sua storia.  A terra rimasero i corpi maciullati di

SIRI Giuseppe                                   23 anni

BENOLI Renzo                                30 anni

RISPOSI Cesare                                21 anni

BUSSOLATI Camillo                       20 anni

VARISCO Franco                             20 anni

DEL MONTE Giobatta                     20 anni

BARSOTTI Renzo                            26 anni

BIAGI  Ivo                                        19 anni

STELLA Pietro                                 19 anni

NOCETO Davide                              20 anni

ISNARDI   Giobatta                         20 anni

Ogni anno ci ritroviamo per ricordarli e per ascoltarli. Cos’altro vuole essere, infatti, questa nostra commemorazione se non un ascolto rispettoso della loro testimonianza, della testimonianza di questi martiri e di tutti i martiri che ci hanno aperto la strada alla libertà e alla democrazia, consegnandoci la responsabilità – certo non facile – di continuare a tenere aperta questa strada per noi stessi e per le generazioni future?

Martiri è parola che deriva dal greco antico; vuol dire testimoni. Ogni volta che li commemoriamo noi chiamiamo i martiri di Pian dei Corsi a testimoniare. A testimoniare che c’è stata un’Italia in cui la violenza delle squadre fasciste si fece regime: col silenzio complice delle autorità monarchiche che avrebbero potuto – se avessero voluto – bloccarla come fenomeno delinquenziale e invece le offrirono la tribuna del governo; con l’accondiscendenza più o meno esplicita dei padroni che si illudevano di tenere sotto controllo i fascisti utilizzandoli per esorcizzare la crescita democratica di operai e contadini; con le simpatie di una parte delle gerarchie ecclesiastiche che credevano di riconoscere in un dittatore un uomo della divina provvidenza; e anche con le divisioni dei partiti popolari che impiegarono parecchi anni per arrivare a fare fronte comune in nome della riscossa democratica.

A testimoniare anche, però, che, accanto a masse di italiani che – per paura o per convenienza o per infatuazione – si erano lasciati irreggimentare dal fascismo fino a farsi trascinare in una tragica guerra e fino all’asservimento al lucido disegno nazista di dominio del mondo e di distruzione dei diversi, c’erano altri italiani che, sin dal sorgere del fascismo o durante gli anni del regime o dopo l’armistizio con gli angloamericani e l’abbandono da parte del re di mezza Italia e dell’esercito alla violenta reazione tedesca contro i “traditori”, avevano rifiutato di obbedire e avevano riscattato la propria dignità, e anche quella dei loro concittadini, opponendosi al fascismo e al nazismo con la parola, con la stampa clandestina, con gli scioperi improvvisi e infine con le armi trasformandosi in combattenti accanto a soldati esperti, che, a loro volta, ritrovavano la propria dignità nella lotta di liberazione.

Sono qui, i martiri di Pian dei Corsi, a testimoniare che in questa resistenza al fascismo e al nazismo, pagata spesso col carcere o con la vita, prima e durante la lotta armata, in questa resistenza si ritrovarono uomini e donne, adulti e giovani, laici e religiosi, militari e non militari, intellettuali e persone senza istruzione, insomma la nuova Italia, quella che ricuciva le differenze individuali nella comune appartenenza a una coscienza democratica e nella piena cittadinanza di tutti e di ognuno.

E questa testimonianza non può essere cancellata da nessun tentativo di negazionismo o di riduzionismo o di appello a dimenticare il passato in nome di chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato. Questa testimonianza resta scolpita per sempre nella nostra coscienza. E tutti coloro che ogni anno si ritrovano per commemorare hanno il dovere di trasmettere agli altri, ai più giovani in primo luogo, questa testimonianza, sfidando la tentazione della stanchezza, la voglia di dimenticare, l’indifferenza crescente per fatti che – a tanti anni di distanza – sembrano non riguardare chi vive nel XXI secolo.

E invece no, no alla tentazione di stare zitti. Dobbiamo continuare a ricordare. Ne abbiamo il dovere, perché un embrione cresce nel ventre della madre e poi nasce e impara subito a respirare e a succhiare e poi impara a gattonare e poi impara a stare in piedi e a camminare. E tutto questo lo fa senza che nessuno glielo insegni, semplicemente perché il suo DNA ripercorre la storia dell’evoluzione umana fino a quando il primo uomo o la prima donna  si mise in piedi e si staccò dagli altri animali. Ma questa bambina o questo bambino, che – senza nessun merito suo o di chi l’alleva – appartiene biologicamente alla specie umana, dal punto di vista della cultura e della civiltà è una pagina bianca che, se nessuno vi scrive sopra parole significative, rischia di restare all’età della pietra o – peggio – di vivere l’incubo del ritorno dei peggiori passati.

La formazione dei bambini e dei giovani, la trasmissione del nucleo fondamentale di una società, in altre parole la piena cittadinanza in quella società, avviene attraverso il racconto di una generazione all’altra delle conoscenze e dei valori su cui quella società è costruita e che di quella società sono le fondamenta, la cui corrosione minaccia la sopravvivenza della società stessa.

Ecco, dunque, il nostro dovere: assicurare ai più giovani la trasmissione delle conoscenze e dei valori della nostra società, trasmissione che non può essere compiuta se non diamo voce alle testimonianze autentiche di tutti coloro che hanno contribuito a fondare questa società. Tra questi fondatori rientrano a pieno titolo i martiri di Pian dei Corsi.

Noi ci ritroviamo ogni anno per ricordarli. E ogni anno i loro occhi ci scrutano dagli abissi del tempo e della storia per chiederci conto di quale Italia stiamo contribuendo a costruire.

Quale Italia per i giovani senza lavoro. Quale Italia per le donne costrette a firmare dimissioni preventive dal lavoro per essere licenziate qualora dovessero rimanere incinte. Quale Italia per i lavoratori e i pensionati che pagano pesantemente una crisi economica di cui non sono responsabili, mentre finti poveri vanno in giro con auto di lusso e dormono in alberghi da 500 euro per notte e gridano allo scandalo se vengono scoperti. Quale Italia per chi nasce in questo Paese, studia nelle nostre scuole, lavora e paga le tasse (quando trova un lavoro), ma non è cittadino come gli altri perché ha genitori con la pelle diversa dalla nostra. Quale Italia per chi crede che i valori dell’antifascismo, i valori della Costituzione, i valori della solidarietà democratica non appartengono a un tempo che fu ma sono il sale del nostro presente e il fondamento del nostro futuro.

E allora, cosa rispondiamo a questi martiri, a tutti i martiri, che ci chiedono conto di come onoriamo nella nostra vita quotidiana i loro sogni e il loro sacrificio?

Cosa rispondiamo noi a questi testimoni che, proprio in virtù della loro testimonianza, hanno il diritto di trasformarsi in nostri giudici?

E allora quello che era, ed è, un nostro dovere, ricordare e trasmettere il ricordo, diventa anche un nostro diritto.

Il diritto a sentirci e a essere italiani senza trovarci addosso l’etichetta mafia e spaghetti; il diritto a sentirci e a essere italiani senza essere arruolati, a nostra insaputa, tra nani e ballerine alla corte dei potenti; il diritto a sentirci e a essere italiani senza essere sospettati di corruzione o di evasione delle leggi; il diritto a sentirci e a essere italiani, eredi del Risorgimento e della Resistenza, senza dover nascondere l’orgoglio per questa eredità.

Insomma il diritto (e insieme il dovere) di essere ogni giorno, nella nostra vita quotidiana, fieri di essere concittadini dei martiri di Pian dei Corsi.

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