Pubblicato da: luigivassallo | 7 ottobre 2011

Perché Socrate, condannato a morte ingiustamente, rifiuta di fuggire dal carcere?


Nel 399 avanti Cristo l’ateniese Socrate si trova ad affrontare un pericoloso processo, a seguito dell’accusa di empietà presentata contro di lui da alcuni suoi concittadini.

L’accusa di empietà, nella sua genericità, era molto pericolosa perché, non corrispondendo a un preciso reato definito dalle leggi ateniesi, era rimessa alla definizione e al riconoscimento da parte dei giudici popolari, tra i quali c’erano sì persone che ammiravano e rispettavano Socrate ma anche persone che non lo sopportavano per la sua pretesa di mettere in discussione le sicurezze altrui e di svelare la vacuità di certi comportamenti vantati come virtuosi e saggi.

L’accusa era articolata in tre punti: 1) Socrate non crede agli dei tradizionali; 2) Socrate cerca di introdurre in Atene nuove divinità (minando così i fondamenti stessi della tradizione ateniese); 3) Socrate corrompe i giovani. Chi presentava una denuncia del genere, quando appunto la legge non prevedeva già la pena da decidere in caso di condanna, assumeva anche il compito di proporre ai giudici, nella denuncia stessa, la pena. In questo caso gli accusatori di Socrate proponevano per lui la morte.

Un altro, forse, visto il rischio di incappare negli umori  ostili dei giudici (che non erano giudici di professione ma cittadini come gli altri eletti ad esercitare la funzione di giudici, a prescindere dalle loro effettive competenze in materia giudiziaria), avrebbe evitato il processo fuggendo dalla città, facendo così in qualche modo anche un favore agli accusatori (e a chi stava dietro di loro) che si sarebbero liberati di lui senza subire l’infamia della sua condanna a morte. Un altro, ma non Socrate.

Come egli stesso dice nel processo, in tutta la sua vita non si è sottratto mai ai suoi doveri verso l’autorità legittima: non lo ha fatto quando l’autorità della sua città gli ha ordinato di combattere per il bene comune, non lo ha fatto quando l’autorità della sua coscienza gli ha ordinato di mettere in crisi le false certezze dei suoi concittadini, non lo fa presentandosi al processo al quale lo chiama la legittima autorità.

Così Socrate affronta il processo, che, secondo la legge ateniese, dura una giornata e, nel poco tempo che ha a disposizione per contrastare l’accusa, si rifiuta di ricorrere a mezzi e trucchi per commuovere i giudici o per incantarli con le parole, perché questo non sarebbe coerente con una vita improntata al senso della giustizia e alla ricerca della verità.

Socrate si difende da solo, come prevedeva la legge ateniese che non ammetteva che un altro (un avvocato) parlasse al posto dell’accusato o dell’accusatore; ma non ricorre neppure ai servizi dei “logografi” cioè di quegli esperti di cose giudiziarie che scrivevano (a pagamento)  orazioni di accusa o di difesa per quelli che non avevano da soli capacità di incantare i giudici con le parole. Non sarebbe stato dignitoso per Socrate parlare con le parole di un altro. Non cerca neppure di commuovere i giudici con l’atto teatrale, al quale spesso gli accusati ricorrevano, di chiamare dinanzi a loro moglie e figli per suscitare commozione. Non sarebbe stato dignitoso per Socrate, ma non sarebbe stato nemmeno rispettoso della funzione dei giudici, che devono convincersi della verità e non lasciarsi incantare da parole e gesti fuorvianti.

Il fatto è che Socrate non accetta il punto di vista di chi crede che in ogni circostanza un uomo debba calcolare, quando si è in percolo di morte,  da che parte possa venirgli anche il più piccolo vantaggio. Il punto di vista di Socrate è decisamente un altro: tenere presente, quando si fa qualcosa, se ciò che si fa è giusto o no, se è un’azione da uomo buono o da uomo cattivo.

Questo il discorso di autodifesa di Socrate: etica contro utile; dovere sociale contro interesse privato; ricerca della verità (nella consapevolezza di “non sapere niente”) contro le false certezze; ricerca della virtù autentica contro le false apparenze. Un discorso, che aveva affascinato non poco la gioventù ateniese (che Socrate non intendeva corrompere, ma invogliare a una rigorosa ricerca della verità e della giustizia), ma  forse troppo alto non solo per quelli che ce l’avevano con Socrate, perché infastiditi dal disvelamento delle proprie ambiguità e delle proprie meschinità, ma anche per la maggioranza dei giudici chiamati a giudicarlo.

Eppure la condanna di Socrate, e egli stesso se ne meraviglia, arriva per una manciata di voti: segno di un clima di grande contrapposizione in Atene, nel quale una figura come Socrate non poteva che radicalizzare i contrasti.

Ora bisognava decidere la pena: in assenza di una pena già prevista dalla legge, i giudici erano chiamati a scegliere tra la pena proposta dagli accusatori (in questo caso la morte) e la controproposta del condannato, che non doveva essere troppo lieve per non costringere i giudici ad accettare la proposta degli accusatori. Sarebbe stato un “buon calcolo” se Socrate avesse proposto per sé il carcere o l’esilio (come magari speravano in cuor loro gli accusatori), ma il “buon calcolo” non era nello stile di Socrate.

Quale pena giusta può proporre per sé chi ritiene di non aver fatto altro che obbedire alla voce della divinità nella sua coscienza e di non aver fatto altro che del bene ai suoi concittadini richiamandoli alla coerenza e alla consapevolezza? L’unica pena giusta per un tale comportamento sarebbe essere mantenuto a spese dello Stato ateniese fino alla morte. D’altra parte Socrate non è in grado di pagare multe, perché non è ricco; accetta tuttavia, per rispetto verso gli amici, di sottoporsi a una multa garantita da loro. Ma, evidentemente, la multa è troppo poco rispetto alla proposta di morte e così i giudici scelgono per Socrate la morte.

Socrate si congeda dai giudici senza proteste, senza rancori, senza minacce, chiedendo solo ad essi e a tutti gli Ateniesi di non lasciare in pace i suoi figli quando li vedranno vittime delle stesse tentazioni (false certezze e false virtù) che egli ha rinfacciato ai suoi concittadini nella sua vita. E saluta infine i giudici con una celebre frase: “Ma ora è tempo di andare, voi a vivere, io a morire; chi di noi vada incontro a una sorte migliore non lo sa nessuno se non dio”.

Quasi 2000 anni dopo un altro filosofo, vittima sacrificale della propria coerenza filosofica, ai giudici che gli chiederanno di abiurare le sue idee risponderà “Non devo né voglio pentirmi, non so di che cosa mi debba pentire” e a quegli stessi giudici che gli leggeranno la sentenza, con la quale veniva abbandonato al suo destino (morte sul rogo), obietterà “Avete più paura voi a leggere questa sentenza che io ad ascoltarla”: Giordano Bruno.

Ma torniamo a Socrate, che nel carcere attende l’ora dell’esecuzione della sua condanna a morte mediante l’assunzione del veleno della cicuta. Ora che la condanna è stata pronunciata, gli amici, a cominciare da Critone, non vedono altra soluzione che organizzare la fuga di Socrate dal carcere: hanno raccolto i danari, per ottenere la complicità dei carcerieri e per sostenere le spese del trasferimento all’estero; hanno assicurato all’estero l’ospitalità di Socrate; ora non resta che convincere Scorate, persuadendolo che restare in vita è per lui un dovere verso i figli (perché solo continuando a vivere potrà continuare ad allevarli e ad educarli) e verso gli amici (che non ci farebbero certo una bella figura se lasciassero eseguire la sua ingiusta condanna a morte).

E Socrate cosa risponde? che, anche in questa circostanza, bisogna attenersi al principio che bisogna vivere bene, cioè secondo giustizia; perché non conta vivere ma vivere bene: questo principio, che tante volte ha condiviso con gli amici e con quelli che con lui si intrattenevano a discutere, oggi Socrate non può tradirlo.

Gli stessi amici che cercano di convincerlo a fuggire dal carcere condividono con Socrate che non si deve ricambiare con altro male il male ricevuto, perché sempre, comunque vada, se si ritiene giusta una cosa bisogna farla.

Il ragionamento di Socrate è stringente e Critone e gli altri non hanno argomenti da contrapporgli, anche se non ne colgono immediatamente le implicazioni rispetto alla loro proposta di fuga. E allora Socrate si esprime con più chiarezza immaginando che si presentino sulla scena le Leggi ateniesi a chiedergli perché vuol far del male a loro fuggendo dal carcere.

Fuggendo dal carcere Socrate violerebbe le Leggi e commetterebbe ingiustizia contro di loro, che, peraltro, sono innocenti della condanna che a lui è stata inflitta. Se ingiustizia c’è stata, non la si cancella facendo violenza alle Leggi, ma convincendo la propria città che ha commesso un’ingiustizia. Del resto chi ha proibito a Socrate di andarsene nel passato via d’Atene? Se è rimasto, vuol dire che ha riconosciuto e accettato le Leggi della sua città e adesso non può violare il patto di fedeltà alle Leggi che liberamente ha sottoscritto quando nessuno gli impediva di lasciare la città.

E poi quale vita attenderebbe il fuggiasco Socrate fuori di Atene? Una vita da mendicante o da buffone, mentre gli amici correrebbero il rischio di essere perseguitati per averne favorito la fuga e i suoi figli, seguendo il padre in esilio, vivrebbero come stranieri.

In conclusione, le Leggi lo esortano a non tenere in conto i figli o la vita o qualsiasi altra cosa più della giustizia e a lasciare la vita offeso non da loro ma dagli uomini (cioè dai giudici che hanno sbagliato nel condannarlo) senza contribuire con la sua condotta (= il rifiuto della condanna con la fuga) a violentare le Leggi stesse.

Critone e gli amici non sanno più cosa dire e a Socrate non resta, ancora una volta, che seguire la voce della sua coscienza … fino alla morte.

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Responses

  1. grazie prof del pensiero illuminato di socrate sulla giustizia saluti Cesidia.

  2. Bellissimo! Complimenti.

  3. Definitely, what a fantastic website and informative posts, I definitely will bookmark your blog.All the Best! fkdakdkccffc

  4. Grazie di cuore….chiaro ed illuminante anche per i non addetti ai lavori…..sono un operaio desideroso di comprendere…grazie di cuore

    • Caro Ciro, il Suo commento è per me un regalo prezioso. Ho avuto la fortuna di avere due genitori, che, nonostante le loro difficoltà economiche, mi hanno fatto frequentare la scuola fino alla laurea: ho potuto così accostarmi a saperi che, stando alle mie condizioni di partenza, difficilmente avrei conquistato da solo. Ho sempre pensato che dovessi condividere con gli altri questa mia fortuna. Con questa intenzione ho lavorato per anni nella scuola e con la stessa intenzione da quando sono in pensione metto a disposizione degli altri quello che so o credo di sapere. Sono contento che quello che scrivo possa essere utile a Lei e sono sicuro che, a prescindere dalla sua condizione sociale attuale, Lei abbia tutte le carte per costruirsi una cultura che abbia significato per Lei stesso e per gli altri. Grazie ancora

  5. Grazie di cuore…cristallino anche per un operaio..in cerca di sapere

  6. Grazie di cuore professore….cristallino anche per un operaio in cerca di sapere


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