Pubblicato da: luigivassallo | 1 settembre 2011

La sovranità appartiene al popolo

La sovranità appartiene al popolo

La sovranità appartiene al popolo recita l’art.1 della nostra Costituzione e subito dopo precisa che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione: non una sovranità assoluta e arbitraria, dunque, ma una sovranità legittimata e garantita dal rispetto della Costituzione, cioè della legge fondamentale della nostra Repubblica.

Ma cosa vuol dire davvero e che cosa è popolo nel quale è – dalla nostra Costituzione – depositata la fonte della potestà politica? Che popolo sia qualcosa di diverso o di più rispetto a termini come moltitudine, insieme di individui o l’odierno (abusato) gente era ben chiaro agli antichi scrittori latini e greci di questioni giuridiche.

Così, ad esempio, Livio (storico latino vissuto tra il 59 prima di Cristo e il 17 dopo Cristo), parlando dell’origine del popolo romano, dice di Romolo che compiute le cerimonie divine secondo il rito e chiamata in assemblea la folla, che non poteva fondersi nel corpo di un unico popolo se non mediante le leggi, diede il diritto. La folla, dunque, non avrebbe potuto diventare popolo senza leggi; Romolo le detta il diritto (come dire, le regole costituzionali fondanti) che lo costituisce come popolo.

Già Cicerone (I secolo a.C.) aveva chiaramente specificato che è popolo non una qualsiasi aggregazione di uomini messi insieme in qualche modo, ma una moltitudine di individui quando sono associati dal consenso sul diritto e dall’interesse comune. Solo se si condividono i valori fondanti dello stare insieme e si hanno interessi comuni si passa dall’essere moltitudine all’essere popolo.

Ma se la moltitudine, pur sfoggiando il nome di popolo, è frazionata in gruppi di interessi contrapposti e inconciliabili (per schematizzare, ad esempio, quelli che pagano le tasse e quelli che le evadono), si ha di fatto uno stravolgimento dei valori fondanti che sono alla base della costituzione di popolo. In tal caso il rischio di riduzione della sovranità che appartiene al popolo a semplice meccanismo elettorale per conferire una  delega a questo o quel gruppo organizzato è forte, come è forte, pure, il rischio di riduzione del popolo sovrano a sudditi, più o meno consenzienti, più o meno felici di godersi la libertà dei servi (cioè di farsi gli affari propri all’ombra del padrone) pur di non esercitare la libertà dei cittadini (cioè l’esercizio severo e responsabile dell’essere popolo sovrano).

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Responses

  1. Temo che in Italia l’orgoglio di essere “citoyen”, così come si intende in Francia, sia ancora un miraggio, un obiettivo lontano e utopico.
    Ecco, forse dovremmo partire proprio da qui, da questo concetto, prima di fare altri progetti.
    Ma in Francia una grande rivoluzione ha permesso che si radicasse profondamente nel popolo francese questa dignità, mentre in Italia i retaggi borbonici sono ancora tanti, troppi e la politica di oggi trova humus fertile per le sue devianze.

  2. Condivido appieno, tante delle nostre città sembrano (anzi sono) città senza cittadini (urbes e non civitates)


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