Pubblicato da: luigivassallo | 17 aprile 2011

Ha senso celebrare ancora la ricorrenza del 25 aprile?

Pubblico qui il discorso che ho pronunciato il 25 aprile 2010 in Finale Ligure per la celebrazione ufficiale organizzata dal Comune e dall’ANPI di Finale.

Ha senso celebrare ancora la ricorrenza del 25 aprile?

            Siamo a 65 anni dal primo 25 Aprile della nostra democrazia. Molti dei protagonisti di quei fatti non ci sono più. Ha senso allora celebrare ancora questa ricorrenza, soprattutto per chi è nato molto dopo quella data?

Ha senso, perché merita rispetto la vicenda di chi nella Resistenza avviò – anche a prezzo della propria vita – la ricostruzione dell’Italia.

Ha senso perché merita rispetto la nostra democrazia, la quale – se la memoria della Resistenza venisse trascurata o venisse ridotta a celebrazione nostalgica di parte – si ridurrebbe ad essere come una persona senza memoria, che sopravvive biologicamente ma non ha più un’identità spirituale: sarebbe una società magari efficiente e funzionante ma senza consapevolezza della propria storia e del cammino che ha percorso per tirarsi fuori dal disastro di una dittatura e di una guerra devastante.

Con l’8 settembre 1943, con l’armistizio concluso tra l’Italia e gli Alleati anglo-americani e la successiva fuga del re e del suo governo verso il Sud, l’Italia si trovò divisa in due tronconi: un Sud occupato dagli anglo-americani e un Centro-Nord occupato dai tedeschi, che considerarono “traditori” gli italiani e rivolsero contro di questi le loro tecniche naziste, sostenuti dai fascisti della neonata Repubblica di Salò.

Agli italiani toccò scegliere se restare a guardare (cosa sempre più difficile a mano a mano che – di fronte all’avanzata degli anglo-americani – nazisti e fascisti mostravano il volto del terrore fino allo sterminio di soggetti inermi come vecchi e bambini) oppure schierarsi: o con i nazi-fascisti o contro di loro.

Cosa fosse il fascismo gli italiani ormai non potevano più ignorarlo.

Libertà di stampa abolita. Partiti e organizzazioni di opposizione messi fuori legge. Organi elettivi delle amministrazioni locali aboliti e sostituiti con funzionari di nomina governativa. Espulsione dalla pubblica amministrazione di coloro che non davano garanzia di piena obbedienza al fascismo. Obbligo per i professori universitari di giurare fedeltà al fascismo. Scioperi e qualsiasi altra forma di opposizione al fascismo giudicati reato penale. Ripristino della pena di morte. Istituzione di un Tribunale speciale contro gli antifascisti. Potere del capo del governo di fare leggi senza l’approvazione del Parlamento. Abolizione delle commissioni interne delle fabbriche. Scioglimento delle organizzazioni sindacali non fasciste. Diffusione – attraverso la scuola, i giornali e la radio, le adunate di piazza, l’associazionismo giovanile obbligatorio – del pensiero unico che “il duce ha sempre ragione” perché è l’uomo della provvidenza. Emanazione delle leggi razziali e persecuzione degli ebrei, anche di quelli che avevano aderito con entusiasmo al partito fascista o ne erano stati tra i fondatori. Subalternità al nazismo e partecipazione a una guerra rovinosa per il popolo italiano.

Cosa si potesse fare contro il nazismo e contro il fascismo, quelli che scelsero di non aderire alla Repubblica di Salò lo scoprirono giorno per giorno, ricollegandosi in qualche modo alle testimonianze antifasciste che – sia pure minoritarie – non erano mancate dal 1922 al 1943. Testimonianze come: la protesta morale dei deputati antifascisti che abbandonarono il Parlamento nel 1924 dopo l’assassinio del deputato socialista Giacomo Matteotti; l’emigrazione politica con l’esilio volontario di intellettuali antifascisti di diverso orientamento politico (Sturzo, Turati, Nenni, Saragat, Togliatti, Salvemini, Gobetti, Amendola, i fratelli Rosselli); l’opposizione clandestina in condizioni di grandi difficoltà e rischi (in particolare quella di Giustizia e Libertà e quella del Partito Comunista); il carcere e il confino di dirigenti antifascisti come Gramsci; la presenza di volontari italiani accanto ai repubblicani spagnoli contro l’esercito ribelle di Franco sostenuto da fascisti e nazisti; il boicottaggio delle leggi razziali e l’aiuto agli ebrei da parte di famiglie, qualche funzionario, organizzazioni cattoliche; gli scioperi operai negli ultimi anni della guerra, contro la fame prima e poi per la pace.

La Resistenza italiana dal 1943 al 1945 fu un movimento corale e plurale, che non solo fu significativo sul piano militare perché sostenne l’avanzata degli anglo-americani con la sua guerriglia contro i nazi-fascisti, ma segnò la rinnovata partecipazione politica e la riscoperta della democrazia.

Fu un movimento corale perché coinvolse:

  • I soldati italiani, che, lasciati allo sbando dal governo del re dopo l’8 settembre, rifiutarono in grandissima maggioranza di passare con i tedeschi e difesero sul campo la fedeltà all’onore nazionale molto meglio di un re in fuga: migliaia di ufficiali e soldati che a Cefalonia, con una consultazione democratica, decisero di non arrendersi ai tedeschi e si fecero massacrare; soldati che a Roma a Porta San Paolo combatterono insieme con civili contro i tedeschi; militari che salirono sulle montagne e contribuirono a dare organizzazione alle bande partigiane.
  • I civili che salirono sulle montagne a combattere contro i nazisti e i fascisti.
  • Le donne, che non avevano ancora il diritto di voto e se lo guadagnarono partecipando attivamente e rischiosamente alla Resistenza, in particolare come staffette partigiane.
  • I civili che restarono nelle città e nelle campagne e vi organizzarono gruppi di appoggio ai partigiani o realizzarono sabotaggi contro i tedeschi.
  • Gli operai che nelle fabbriche seppero difendere le strutture produttive dalla tentazione dei nazisti di fare terra bruciata dietro di sé e seppero salvare gli strumenti per ricostruire economicamente il nostro Paese.
  • Gli intellettuali e i dirigenti antifascisti che contribuirono a un ricco e variegato confronto politico tra idee diverse ma ancorate a un fondamento comune: il radicale ripudio di nazismo e fascismo.
  • L’intera città di Napoli che non volle più tollerare l’arroganza orgogliosa dell’esercito tedesco e non volle aspettare l’arrivo degli anglo-americani e in quattro giornate (dal 28 settembre al 1° ottobre 1943) costrinse i tedeschi a lasciare la città: donne che affrontarono i camion tedeschi per liberare i maschi appena rastrellati; civili che si improvvisarono combattenti contro i carri armati tedeschi; donne e vecchi che dai balconi rovesciavano ogni cosa sulla testa dei tedeschi; ragazzi fuggiti dal carcere minorile che anziché darsi alla fuga si misero a combattere contro i tedeschi; militari che l’8 settembre se l’erano data a gambe e ora tornavano a riscattare la loro dignità partecipando alla rivolta popolare.

E fu la Resistenza un movimento plurale, nel quale gli storici individuano tracce di guerre diverse e parallele: una guerra di liberazione contro l’occupante tedesco, la quale istituiva in qualche modo una continuità ideale col Risorgimento riscattando il buio del ventennio fascista; una guerra civile tra italiani, perché erano italiani sia gli antifascisti che i fascisti, anche se gli uni combattevano per la libertà e la democrazia e gli altri combattevano per far trionfare l’ordine nazista; una guerra di classe, perché alcuni potevano vedere nella Resistenza la possibilità di una riscossa delle organizzazioni proletarie (schiacciate dalla violenza delle squadre fasciste e messe al bando) contro un padronato che aveva fatto il tifo per il fascismo o gli era stato tollerante pensando di usarlo contro il proletariato.

Ma fu plurale la Resistenza anche e soprattutto per le idee politiche che attraverso di essa ripresero a circolare e a confrontarsi: le vecchie idee liberali; le idee degli azionisti di Giustizia e Libertà, con forte sottolineatura etica; le idee democristiane che volevano coniugare i principi sociali del cristianesimo con una laicità non subalterna a visioni clericali; le idee dei socialisti e dei comunisti, che insistevano sul riscatto dei lavoratori in una società a forte connotazione democratica.

Fu merito dei dirigenti antifascisti far sì che la coralità e la pluralità della Resistenza non deflagrassero (a parte singoli e marginali episodi) in scontri intestini tra le diverse bande partigiane e che la diversità delle idee e delle opzioni politiche restasse sempre ancorata – anche nei momenti di più aspro confronto – al comune fondamento dell’antifascismo.

E così nel dopoguerra il leader democristiano De Gasperi seppe resistere alle pressioni del Vaticano che suggerivano un’alleanza con gli eredi del fascismo in funzione anticomunista. E così il Partito Comunista diede un suo forte contributo, con gli altri partiti, alla difesa della democrazia nella stagione dei terrorismi.

Segno questo che la Resistenza non fu un evento tra i tanti nella storia d’Italia ma fu il fondamento della nuova Italia, alla quale consegnò, nella Costituzione, il suo testamento di partecipazione corale e plurale.

Come ebbe a dire Piero Calamandrei, la nostra Costituzione, a partire dai suoi principi fondamentali, è una dichiarazione polemica contro il passato ma anche contro il presente.

Una dichiarazione polemica contro il passato perché in ogni articolo della Costituzione si sente l’eco della condanna per ciò che il fascismo è stato.

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzioni di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali (art.3).

E’ il ripudio del fascismo:

  • che non riteneva donne e uomini uguali davanti alla legge;
  • che aveva deciso per legge l’inferiorità di certe razze e aveva perseguitato gli ebrei;
  • che aveva proibito alle minoranze linguistiche l’uso della loro lingua imponendo finanche l’italianizzazione dei cognomi e creando la premessa di feroci rancori e feroci vendette nei territori della Jugoslavia;
  • che aveva riconosciuto la supremazia della religione cattolica;
  • che non aveva riconosciuto il diritto ad un’idea politica diversa da quella fascista.

Ed è il ripudio di tutte le tentazioni che potrebbero presentarsi oggi o domani di ripristino di situazioni di disuguaglianza o di privilegio davanti alla legge.

 

E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese (art.3, 2° comma).

E qui la polemica della Costituzione, nella quale è stato depositato il testamento della Resistenza, si fa denuncia dei ritardi attuali rispetto all’orizzonte di piena democrazia e piena cittadinanza.

Perché la libertà e l’uguaglianza dei cittadini sono limitate da ostacoli di ordine economico e sociale:

  • Se alcuni o molti non hanno un lavoro che gli garantisca l’autonomia economica, per loro non c’è libertà e non c’è uguaglianza.
  • Se alcuni pagano le tasse e altri no, per chi le paga non c’è libertà e non c’è uguaglianza.
  • Se i lavoratori non trovano per sé e per i loro figli scuole efficienti che forniscano una formazione critica e la capacità di fare scelte consapevoli e responsabili, per loro non c’è libertà e non c’è uguaglianza.
  • Se ci sono cittadini che non fruiscono di una sanità adeguata ai loro bisogni, per loro non c’è libertà e non c’è uguaglianza.
  • Se in alcune Regioni la vita dei cittadini è pesantemente condizionata dai clan criminali, per quei cittadini non c’è libertà e non c’è uguaglianza.
  • Se ad alcuni o a molti non è dato di accedere in condizioni di parità alla fruizione di beni primari come l’acqua, l’energia, l’ambiente, per loro non c’è libertà e non c’è uguaglianza.

Allora è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli e ripristinare condizioni di libertà e uguaglianza tra i cittadini. E’ la Resistenza a chiederlo, attraverso gli articoli della Costituzione.

Una Resistenza che non si è interrotta nel 1945, con la fine dei combattimenti, ma ha continuato – come forte testimonianza morale – ad operare in difesa della Costituzione e della democrazia.

Una Resistenza che ha continuato a contare i suoi martiri:

  • L’avvocato Giorgio Ambrosoli, ucciso perché nella truffa di Sindona ritenne suo dovere servire lo Stato.
  • L’operaio Guido Rossa, ucciso perché testimoniò ai terroristi la loro estraneità rispetto alle lotte operaie.
  • I giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, uccisi perché credettero che i magistrati devono avere riguardo solo per la Costituzione e per le leggi.
  • Padre Giuseppe Puglisi e Don Giuseppe Diana, uccisi perché credettero che la Chiesa è Chiesa non quando va a braccetto con i potenti, ma quando sta con i poveri e gli oppressi.
  • Tanti altri nostri concittadini che con la vita hanno testimoniato la loro idea di legalità, di moralità, di solidarietà

Gli italiani perbene sono fieri di essere concittadini di questi martiri. Ma non basta perché la difesa della democrazia non deve essere delegata a singoli eroi. Brecht diceva “Beati i popoli che non hanno bisogno di eroi”. La difesa della democrazia riguarda ognuno di noi e passa attraverso piccoli gesti quotidiani, come ci ricorda il padre del pool antimafia di Falcone e Borsellino, Antonino Caponnetto, il quale così parlava ai giovani nei suoi ultimi anni:

Rifiutate i compromessi. Siate intransigenti sui valori (…) Non chiedete mai favori o raccomandazioni (…) La Costituzione e le leggi vi accordano diritti, sappiateli esigere. Esigete i vostri diritti sempre con fermezza, con dignità. Non chiedete mai come elemosina quello che le leggi vi accordano come diritti. Chiedeteli, esigeteli con fermezza, con dignità, senza piegare la schiena, senza abbassarvi al più forte, al più potente, al politico di turno. Dovete esigerli! Questo è un imperativo che deve sorreggere tutta la vostra vita. E’ un imperativo di dignità, di dignità umana.

Se faremo nostre queste parole di Antonino Caponnetto, allora la nostra celebrazione del 25 aprile avrà un senso e non sarà vuota retorica, ma fedeltà concreta agli insegnamenti morali che la Resistenza ci ha trasmesso col sangue dei suoi martiri, del quale continua ad esigere il nostro rispetto.

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Responses

  1. Il termine “celebrare” implica il “ricordare” da parte di molti, di un popolo, avvenimenti accaduti nel passato.

    Il “ricordare”, invece, può essere appannaggio di una singola persona.

    Bene, io non posso “non ricordare-celebrare” il 25 aprile, perchè il suo oblio, ammesso che, “volontariamente” potessi cancellare i miei ricordi, coinciderebbe con l’ “annullamento” (impossibile) dell’educazione morale e civile che mio padre, (partigiano nelle Brigate Garibaldi, sui monti tra La Spezia e Forte dei Marmi) mi ha inculcato, partendo proprio da quei drammatici fatti. In altre parole, “ammazzare” la celebrazione di quei drammatici accadimenti, sarebbe, perlomeno per la mia generazione (anni 50), rinnegare l’educazione ricevuta: Rinnegarci!

    Questo, per quanto riguarda me singolo.

    Ma, in quella Morale, trasmessami da mio padre, era implicito il mio DOVERE di trsmettere, anche alle generazioni successive alla mia, il Principi su cui essa si fondava : LIBERTA’, GIUSTIZIA ! EGUAGLIANZA !
    Principi, che , se oggi fossero stati acquisiti: “INDISCUTIBILMENTE E PER SEMPRE”, sembrerebbero “retorici”; ma, per chi sa “vedere” così non è.
    Allora, la Celebrazione del 25 Aprile, OGGI, è diventato un DOVERE, non annuale, ma quotidiano.
    Mario Rosario Celotto

    • Mio Nonno era uno dei ragazzi del ’99 aveva 16 anni quando l’italia è entrata in guerra era un ardito ed ha salvato i suoi compagni guadagnandosi la croce di ferro sul campo. Mi ha insegnato le canzoni che cantavano i soldati e mi ha insegnato che i soldati sono tutti uguali e quando al Piave la notte calava e gli italiani cantavano nelle trincee sull’altro lato gli austriaci rispondevano alla stessa canzone. Quando sento il Piave mormorava non reggo al pensiero di quanti non sono sopravvissuti, e piango di un dolore sordo per tutte le madri che non hanno visto ritornare i loro figli, per chi non ha potuto vivere ed invecchiare si lui mi ha insegnato la fratellanza l’amore per la patria ma soprattutto il rispetto umano. SI deve ricordare SI perché quelle vite sconosciute possano avere ciò che è stato loro tolto.
      Floriana Spreafico


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