Pubblicato da: luigivassallo | 29 gennaio 2011

Il diritto di ricordare. Il dovere di ricordare

MEMORIA: PERCHE’?    MEMORIA: QUALE?

Scrive Aristotele, nel primo dei libri raccolti sotto il titolo “Metafisica”,

Dunque per natura gli animali nascono con la sensazione, ma da questa ad alcuni si ingenera la memoria, ad altri no. E perciò quelli che ricavano il ricordo dalla sensazione sono più saggi e più capaci di apprendere di quelli che non hanno la capacità di ricordare (…)

Gli altri animali orbene vivono sulla base di rappresentazioni e di ricordi, ma partecipano poco all’esperienza; il genere umano invece vive sulla base di calcoli e di ricordi. E dal ricordo deriva agli uomini l’esperienza: infatti più ricordi della stessa cosa producono la capacità di un’unica esperienza (…)

Aristotele prosegue indicando le due strade che derivano da questa specificità umana fondata sulla qualità della memoria: la strada del sapere pratico (empirico), di quelli che sanno fare ma non sanno perché e sono capaci solo di ricordare una sequenza di azioni (potremmo dire conoscono codici operativi e applicativi); la strada del sapere vero, di quelli che a volte non sanno fare ma sanno perché e ricordano i fondamenti del sapere.

E’ evidente che per Aristotele, come per chiunque ragioni su queste cose, è il sapere dei fondamenti che può dirigere la storia umana, non il sapere pratico che può solo ripeterla. Ed è evidente che alla memoria dei fondamenti è legata la sopravvivenza di una determinata civiltà.

 

Di cosa parliamo quando parliamo di memoria?

A livello di individuo ricordare è un’attività che in parte compiamo volontariamente, in parte no. Ci arriva un’informazione al cervello e la registriamo. Poi ne arriva un’altra, un’altra ancora, tante altre e le registrazioni si accumulano sulle registrazioni. Dobbiamo selezionarle per muoverci tra loro e la selezione la facciamo secondo criteri che talvolta sono nostri, altre volte ci sono suggeriti o imposti dall’esterno.  I ricordi selezionati li consolidiamo richiamandoli di tanto in tanto. Alcuni ricordi li perdiamo: perché col tempo certe facoltà si indeboliscono; perché una nuova informazione non riesce a consolidarsi a causa della forza di precedenti ricordi che ci tiene prigionieri oppure accade che una nuova informazione è così forte da riuscire a cancellare un ricordo precedente. Certe volte siamo noi a cancellare i ricordi, perché sono troppo scomodi o troppo dolorosi per noi, e allora li rimuoviamo.

Tutto questo vale anche per la memoria a livello sociale, perché anche la memoria sociale (la memoria di una civiltà) si nutre di riconoscimento, consolidamento, recupero ecc. e anche la memoria sociale è a rischio di oblio e di rimozione.

 

In particolare, a livello di società, la conservazione della memoria assume sostanzialmente queste manifestazioni:

  • Memoria d’archivio o di museo. Raccolta di documenti e reperti di epoche diverse della storia di una specifica civiltà o dell’intera umanità. Tale raccolta sviluppa in chi ne fruisce la percezione della distanza temporale, suscita curiosità, ma difficilmente coinvolge in un sentimento di comune appartenenza, anzi di solito fa affiorare una sensazione di estraneità e lontananza.
  • Memoria retorico-celebrativa. Consiste nell’assunzione e nella ritualizzazione, a scadenze fisse, di un evento che dovrebbe catalizzare il coagulo dell’identità sociale. Come in tutte le ritualizzazioni, si corre il rischio dell’esaurimento di tale memoria all’interno del recinto della cerimonia, senza che la vita reale ne sia segnata. Si pensi, a titolo di esempio, alla chiusura della messa cattolica “Andate in pace, la Messa è finita” e alla guerra, metaforica o reale, che continua fuori dalla chiesa.
  • Memoria fabulosa. Proiezione di valori socialmente accettati e di disvalori socialmente rifiutati in un racconto favoloso che esaurisce la sua possibilità formativa nell’età infantile.
  • Mito fondante. Il “mito” non è una favola, è molto più di una favola. E’ un racconto che racchiude in un involucro magari fabuloso o, comunque, enfatizzato, elementi di verità, di interpretazione del mondo, di lettura delle relazioni umane, elementi che sono organizzati in una trama che non è soltanto tecnicamente significativa ma è soprattutto dotata di senso valoriale cioè è eticamente fondante per una determinata identità comunitaria. Il mito fondante del Risorgimento. Il mito fondante della Resistenza. Mito perché il racconto è una trama di valori (valore dell’unità di patria, ad esempio, valore della libertà, della giustizia) celebrati attraverso la personificazione di uomini e donne di età, regioni, culture diverse e intessuta di eventi significativi che a quei valori danno corpo e da quei valori acquistano anima. Mito dunque per queste ragioni. Ma mito fondante, perché su di esso si costruisce l’unificazione dell’Italia, prima, e la sua liberazione (dall’oppressione e dalla dittatura) dopo.

 

Come si trasmette la memoria?

A livello biologico la memoria della specie, la memoria del suo patrimonio genetico, si trasmette col processo della generazione e, talvolta, con l’intervento della selezione naturale.

Ma a livello culturale la memoria (in particolare la memoria del mito fondante) si trasmette solo con un processo intenzionale col quale intenzionalmente si affida alle nuove generazioni  il nucleo identitario di una specifica civiltà: le forme, cioè, dell’economia, le forme della famiglia, le forme delle istituzioni, le forme dei saperi, le forme dello stare insieme nei diritti e nei doveri, infine i miti fondanti di tutto questo. Senza questa trasmissione intenzionale, una specifica civiltà non può sopravvivere a lungo: possono sopravvivere involucri vuoti di forme preesistenti, che seppure ancora tecnicamente significativi (cioè analizzabili e giustificabili sui piani della grammatica e della sintassi), sono privi di senso sul piano semantico perché hanno perso il loro mito fondante.

 

Dove si trasmette la memoria sociale?

I luoghi della PAIDEIA, cioè della formazione dell’identità culturale, che hanno fatto la storia del ‘900 oggi sono in crisi o fuori del gioco.

  • La scuola. La sua funzione di strumento di liberazione di massa e di realizzazione della persona nelle sue possibilità di individuo e di cittadino tra gli altri individui e cittadini (funzione conquistata faticosamente con le lotte delle masse che si affacciavano a un’istruzione una volta riservata a una minoranza) vacilla fortemente sotto l’attacco intenzionale di chi mira a depotenziare la scuola nella sua missione di formazione critica per tutti e per ognuno: attacchi sul piano delle risorse finanziarie, strumentali e umane ma anche sul piano dei contenuti da privilegiare sempre più orientati ad essere funzionali non a una coscienza civile libera e critica ma a un ruolo di consumatore passivo etero-diretto dalla pubblicità invasiva sia quando compra che quando vota. Ma la scuola ha anche subito l’attacco (probabilmente non intenzionale) di una parte di docenti e di genitori che hanno confuso democrazia e faciloneria, libertà e impunità, diritti e arbitri, promozione sociale dei deboli (attraverso la conquista di strumenti che li mettessero a riparo dall’essere turlupinati dalla pubblicità commerciale o pseudopolitica) e promozione sulla carta alla classe successiva, e che, facendo questa colpevole confusione (colpevole nei riguardi dei giovani lasciati senza gli strumenti di liberazione che solo a scuola avrebbero potuto conquistare) hanno finito per allevare galline mentre si illudevano di allevare aquile.
  • I partiti di massa. PCI, DC, MSI consentivano ai giovani un apprendistato politico, partendo dalla gavetta dell’attacchinaggio e del volantinaggio e passando attraverso l’ascolto dei “vecchi” della sezione, che certo (tra comunisti, democristiani, socialisti, neofascisti) divulgavano narrazioni diverse ma si trattava sempre di narrazioni in cui la vita del singolo aveva il suo valore all’interno dell’esperienza corale. I partiti di massa sono scomparsi. Quel paziente e faticoso apprendistato politico non si fa più. Oggi si corre, anche nella carriera politica, vincono i principi dell’aziendalismo, del giovanilismo, del rampantismo, con le loro inevitabili degenerazioni – ove si trovi un terreno fertile e una richiesta di chi comanda – nella propria svendita al capo di turno (e non sto pensando solo alla svendita di carni giovani agli utilizzatori finali).
  • L’oratorio della Chiesa. Trasmetteva una visione del mondo che non tutti condividevano o condividono ma in quella visione c’era un forte richiamo alla responsabilità individuale (sia pure passando per la drammatizzazione di alcuni peccati, specie di carattere sessuale) e c’era un altrettanto forte richiamo alla solidarietà con gli altri esseri umani (dalla comune discendenza da Adamo ed Eva che ci faceva eredi del peccato originale alla pratica della carità anche spicciola verso il prossimo). Anche l’oratorio appartiene al tramonto del ‘900.
  • La TV, quella che Pasolini avrebbe voluto chiudere insieme con  la scuola dell’obbligo, perché colpevoli, secondo lui, l’una e l’altra di aver unificato linguisticamente e culturalmente le cento e più differenze territoriali d’Italia cancellandone le specifiche e vitali diversità. Non c’è bisogno di molte parole per marcare la distanza incolmabile dalla TV di oggi di trasmissioni come “Non è mai troppo tardi”, la TV dei ragazzi (benché non priva di tentazioni bigottistiche), sceneggiati che avvicinavano ai classici e alla grande letteratura masse non abituate alla lettura, dibattiti fra uomini politici profondamente diversi per idee ma capaci di interloquire e discutere senza sbracare in urla scomposte. E dalla parte di oggi violenza e volgarità in tutte le salse e uno spudorato uso della TV (salve poche eccezioni) per spegnere la capacità critica degli utenti, la quale andrebbe invece alimentata con trasmissioni che favorissero l’acquisizione consapevole di ciò che è bello e ciò che è brutto, di ciò che è vero e ciò che è falso, di ciò che è giusto e ciò che è ingiusto, insomma attraverso l’opportunità di spazi di riflessione per acquisire e consolidare la propria dimensione estetica, la propria dimensione conoscitiva, la propria dimensione etica.

La TV è stata, nell’ultimo quarto del XX secolo, sostanzialmente l’unico luogo della PAIDEIA pubblica, l’unico luogo della trasmissione della memoria sociale. Ma quale memoria ha trasmesso?

 

Una sorta di contro-memoria

La PAIDEIA di oggi, per la quale la TV commerciale e commercializzata è, al tempo stesso, soggetto di produzione e cassa di risonanza, si caratterizza per la negazione del mito fondante della nostra storia di italiani (che ha i suoi due pilastri nel Risorgimento e nella Resistenza) e per la proposta (ancora parziale e non completamente organica) di un altro mito, un contro-mito, che ai valori dell’art.3 della nostra Costituzione oppone il tentativo (attraverso la denigrazione di chi in quell’articolo riconosce la propria identità di cittadino) di far passare per moderni i richiami all’individualismo, all’egoismo, alla chiusura nei propri interessi, al rifiuto di ogni diversità, alla vita che vale solo se ti arricchisci in fretta e senza fatica, al disprezzo delle regole, richiami questi che, in realtà, non aprono alla modernità ma rimandano ad un passato in cui sulla carta si poteva anche essere tutti uguali ma nella vita reale c’erano sempre “alcuni animali più uguali degli altri”. C’erano e vogliono continuare ad esserci. Ecco perché hanno bisogno di distruggere i miti fondanti di una civiltà che non lascia spazio alle loro concupiscenze.

 

Che fare allora?

A questa contro-paideia che ci assedia con arroganza non basta contrapporre la caparbietà e l’ostinazione della celebrazione dei nostri miti fondanti. Certo, dobbiamo continuare a celebrarli i nostri miti fondanti, ma liberandoli dal rischio della memoria retorico-celebrativa e riscoprendoli nella loro attualità vitale.

Si tratta allora di provare a percorrere la strada che viene chiamata della memoria condivisa, che, nelle intenzioni dei revisionisti del nostro villaggio culturale di periferia (che spesso ha più l’apparenza di un pollaio), è una sorta di “tutti colpevoli, nessun innocente”, una specie di media tra torti e ragioni che, come la media scolastica tra un 4 e un 6, annacqua in un 5 le miserie del 4 e le sufficienze del 6. No, non è questa la memoria che possiamo condividere.

Memoria condivisa autentica significa riflessione critica non preconcetta, significa non omettere fatti scomodi, significa dare spazio alla voce dei vinti. Significa, ad esempio, ricordare che furono in tanti al Sud a non applaudire Garibaldi e ad esclamare “Vatti a far fottere tu e Garibaldi”. Significa far parlare i briganti meridionali che furono sbaragliati dal neonato esercito italiano proprio mentre l’alleanza tra borghesia del Nord e agrari del Sud garantiva al Gattopardo di sempre che sarebbe cambiato tutto per non cambiare niente. Significa liberare la Resistenza dalla retorica del vento del Nord e dar conto della sua complessità come intreccio tra guerra di liberazione nazionale, guerra civile e guerra di classe. Significa anche cercar di capire fenomeni irriducibili alla retorica ufficiale come le 4 Giornate di Napoli, la cui tragicità, non priva di venature anche comiche, è efficacemente rappresentata nell’omonimo film di Nanni Loy e evocata nel libretto di Erri De Luca “Il giorno prima della felicità”.

Ma, una volta che avremo pronunciato un giudizio storico sgombro dalle tentazioni retoriche e avremo riconosciuto in ciò che è accaduto il frutto di convergenze storiche, materiali e psicologiche, in cui anche i vinti meritano, per così dire, la nostra “pietà”, cioè la nostra consapevolezza che oggi non siamo in grado di giurare da che parte ci saremmo trovati schierati in quelle circostanze, una volta pronunciato il giudizio storico, dunque, ci resta da pronunciare il giudizio etico.

E il giudizio etico è riconoscere che carnefici e vittime, anche se contestualizzati storicamente, non sono intercambiabili. Giudizio etico è riconoscere che o si è solidali con chi si giustifica dicendo che ha obbedito a un ordine oppure che non sapeva oppure che credeva di essere nel giusto o si è solidali con chi ha subito sulla sua pelle e sulla sua storia la violenza della degradazione, con chi non è stato complice, con chi si è ribellato. Giudizio etico è riconoscere che la possibilità dell’orrore è sempre in agguato ogni volta che le conquiste della tecnica e dell’economia  procedono separate dalle conquiste dell’etica. Giudizio etico è chiedersi come sarebbe andata a finire se nell’Ottocento tanti giovani non si fossero lasciati infiammare dalle parole di Mazzini, se Cavour non avesse saputo giocare diplomaticamente sullo scacchiere europeo, se i soldati borbonici avessero rigettato a mare i garibaldini. Come sarebbe andata a finire per gli italiani di allora e per gli italiani di oggi. Come sarebbe andata a finire nel ‘900 se le armate naziste avessero vinto? oppure se tanti italiani e tante italiane (magari alcuni per caso o senza volerlo) non avessero scritto col loro sangue le pagine della Resistenza e avessero lasciato che sulla nostra terra se la sbrigassero tedeschi e anglo-americani, standosene acquattati in attesa di schierarsi con chi di loro avesse vinto?

Giudizio storico e giudizio etico sanciscono il mito fondante, la cui attualità e vitalità spetta, a tutti quelli che si riconoscono nell’art. 3 della nostra Costituzione, continuare a commemorare, celebrare e trasmettere, anche quando le luci delle celebrazioni ufficiali si saranno spente.

 

Luigi Vassallo

(Finale Ligure 29.01.2011)

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Responses

  1. grazie, luigi.


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