Pubblicato da: luigivassallo | 9 gennaio 2011

Chi l’ha detto? (n. 23)

CHI L’HA DETTO? (n.23 e soluzione del n.22)

La soluzione del n.22 è: un passo del Trattato teologico-politico di Baruch  Spinoza, filosofo olandese ebreo (1632 – 1677).

N.23. Stavolta parliamo di innamoramento e del fascino di una straniera rispetto a un’italiana: la tesi del passo qui citato sembra capovolgere il detto popolare “Mogli e buoi dei paesi tuoi”.

Se fosse possibile che io mi innamorassi, ciò potrebbe accadere piuttosto con una straniera che con un’italiana. Quel tanto o di nuovo o d’ignoto che c’è nei costumi, nel modo di pensare, nelle inclinazioni, nei gusti, nelle maniere esteriori, nella lingua di una straniera, è molto a proposito per far nascere o per mantenere in un amante quella immaginazione di mistero, quella opinione di vedere e di conoscere nella persona amata assai meno di quello che essa nasconde in se stessa, di quello che ella è, quella idea di profondità, di animo recondito e segreto, che è il primo e necessario fondamento dell’amore più che sensuale. Oltre alla grazia che accompagna naturalmente ciò che è straniero, come straordinario.

N.B. Mi sono permesso qualche piccola “correzione” per ammodernare la lingua italiana del passo.

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Responses

  1. Questo “desiderio” è intriso di poetica dell’indefinito. Mi sembra che sia “vagheggiato” da colui che su ciò che è a noi “arcano”, “lontano”, “vago” (e ora, grazie a te, Luigi, aggiungo, “nuovo” e “straniero”) ha modulato i suoi “canti”. Il poeta tra tutti amatissimo. Non lo nomino. Segno qui la sua lirica più gelidamente appassionata.

    A se stesso

    Or poserai per sempre,
    Stanco mio cor. Perì l’inganno estremo,
    Ch’eterno io mi credei. Perì. Ben sento,
    In noi di cari inganni,
    5 Non che la speme, il desiderio è spento.
    Posa per sempre. Assai
    Palpitasti. Non val cosa nessuna
    I moti tuoi, né di sospiri è degna
    La terra. Amaro e noia
    10 La vita, altro mai nulla; e fango è il mondo.
    T’acqueta omai. Dispera
    L’ultima volta. Al gener nostro il fato
    Non donò che il morire. Omai disprezza
    Te, la natura, il brutto
    15 Poter che, ascoso, a comun danno impera,
    E l’infinita vanità del tutto.


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