Pubblicato da: luigivassallo | 30 ottobre 2010

Dirigere una scuola

Dirigere una scuola

Hanno ragione quelli che credono che un dirigente scolastico faccia la differenza o quelli che credono che un dirigente valga un altro e che non sia particolarmente significativo per la propria scuola?

Come insegnano i manuali per la preparazione di un concorso a preside (oggi dirigente scolastico) gli stili di direzione sono diversi, collegati alla personalità o al bagaglio culturale dell’interessato o, meglio ancora, collegati all’aspetto che si intende privilegiare nel complesso lavoro di dirigente scolastico.

Si può privilegiare l’aspetto amministrativo, con una particolare attenzione al puntuale rispetto delle norme (purché non si scada nella minuteria della casistica o nella pratica dei quesiti all’Amministrazione che sono la negazione della dirigenza responsabile); si può privilegiare la gestione contabile, con una particolare attenzione alle questioni di bilancio (in cui peraltro la maggior parte dei dirigenti scolastici è poco ferrata); si può privilegiare la tematica delle relazioni sindacali ecc.

Personalmente, per quanto ne sono stato capace, ho privilegiato l’aspetto formativo o ho creduto di privilegiarlo, subordinando a tale aspetto le risorse e gli strumenti a mia disposizione, incluse le competenze amministrative e contabili che ho maturato sul campo.

Così ho cercato di avere come bussola orientativa nella mia azione di dirigente scolastico la specificità formativa della scuola e ho cercato di trasferirla nei miei atti, sia in quelli che coinvolgevano gli “utenti” (studenti e famiglie) sia in quelli che coinvolgevano gli “operatori” scolastici (docenti e personale ATA) sia in quelli che coinvolgevano le “istituzioni”, interne o esterne al sistema scolastico.

Questo perché – nel rispetto delle diversità di ruolo tra dirigente scolastico, docenti, ATA, genitori e, ovviamente, studenti – sono convinto che il processo di formazione non può funzionare solo con una forte dimensione tecnico-professionale ma ha bisogno di un’ “anima” che a questa dimensione tecnico-professionale dia senso e significato.

Dirigere significa indicare una direzione scartandone altre e, ovviamente, scontentando quelli che avrebbero preferito un’altra o nessuna direzione. Se con le mie decisioni non ho mai fatto “incazzare” nessuno, vuol dire che non ho scelto una direzione e allora non ho saputo dirigere.

Dirigere significa anche far scoprire alle persone le proprie risorse affinché possano camminare da sole ed arrivare ad autodirigersi. Se quello che abbiamo costruito insieme (i lavoratori della scuola da me diretta ed io) dovesse svanire con me, sarebbe la prova che non sono stato capace di valorizzare gli altri  e di renderli capaci di autodirezione e che, quindi, non sono stato un buon dirigente.

 

 

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Responses

  1. dirigere ed autodirigersi..parole essenziali e fondamentali, da non fraintendere mai..si rischiano pericolosi scivoloni, si rischia di rovesciarne il senso vero.

  2. l’assenza di “un’anima” con cui confrontarsi, con cui anche litigare, se è il caso, è una grande assenza,a prescindere anche dalla corretta interpretazione delle due parole-chiave di prima; e l’anima nessuno puà darsela o costruirsela o inventarsela, neppure il dirigente migliore, tecnicamente parlando.
    magari poi i meccanismi funzionano perfettamente, ma rimangono meccanismi, senz’anima per default.

  3. Il mio amico Max Manfredi canta che il capitano Blif guidava il suo equipaggio “con gli occhi in un miraggio e una bussola nel culo”.
    Una bella metafora per il tema su cui ci hai invitato a riflettere: il miraggio, che evoca la forza motrice dell’utopia, quella che dà “anima”; la bussola “incarnata” che evoca l’opportunità di fare i conti con le risorse disponibili e il contesto in cui si opera.
    Ho conosciuto, per motivi di lavoro, diversi dirigenti, assumendo vari ruoli nelle mie collaborazioni (come docente, come formatore, come esperto, come progettista). Luigi Vassallo ha sempre dato alla sua azione di dirigente un significato, un senso, talvolta costruendolo dove ancora non esisteva, era latente o faticava ad emergere.
    Significato e senso evocano, almeno, in alcune lingue, per esempio nella versione danese (mening = direzione) e in quella affine inglese (meaning), un processo di conquista, una meta di un’attività di ricerca, una direzione ben precisa che, appunto, richiede sempre scelte. Quelle che magari fanno incazzare, ma che consentono di navigare e di non perdersi per sempre nelle nebbie delle paludi.
    Ciao Luigi, con affetto e stima
    Domingo


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