Pubblicato da: luigivassallo | 25 ottobre 2010

Storia e punti di vista

Storia e punti di vista

Gli uomini (e le donne) fanno la storia e poi se la raccontano e la raccontano ai posteri. L’organizzazione del racconto può produrre in chi ascolta effetti diversi a seconda di come i “fatti” vengono sottolineati e messi in relazione tra loro. La scuola non deve ignorare tali processi e deve fornire gli strumenti critici per un orientamento consapevole delle proprie parzialità e sempre aperto a mettere in discussione le proprie conclusioni.

Intorno a noi accadono tante cose e si muovono tante persone: cose e persone varie e diverse, come vari e diversi sono i punti di vista da cui possiamo osservarle. L’importante è proprio osservare, non già giudicare, perché giudicare non è altro che un osservare da un particolare punto di vista con la pretesa, però, che questo punto di vista sia l’unico valido.

Osservare, invece, è un guardare attraverso gli occhiali (il punto di vista particolare) con la consapevolezza che gli occhiali di cui si fa uso non sono gli unici possibili, ma se ne possono usare altri, forse migliori, anche se sono sempre occhiali, cioè punti di vista particolari.

Abituarsi ad osservare intorno a noi, senza pretendere di emettere giudizi validi per sempre, è utile per abituarsi a riconoscere i propri limiti e a riscoprire negli altri la dignità e il valore dei loro limiti.

Una guerra, ad esempio, può essere osservata dal punto di vista del soldato che la combatte materialmente, ma anche dal punto di vista dei generali, che stilano i piani di battaglia, o dal punto di vista dei venditori di armi, che calcolano profitti e perdite nei loro traffici, o dal punto di vista delle donne rimaste a casa ad attendere i loro uomini o dal punto di vista dei civili che diventano vittime inermi dei bombardamenti, o dal punto di vista della guerra giusta contro l’invasore o dal punto di vista dei nostri oppure dei nemici ecc.

La guerra, infatti, è tutto questo: ragazzi disperati costretti a uccidere e a farsi uccidere, generali attenti ai loro grafici, trafficanti preoccupati dei propri guadagni, donne ansiose per la sorte dei loro cari (ma oggi anche uomini le cui mogli sono inquadrate negli eserciti), massacri di cittadini inermi, voglia di liberare la patria, voglia di conquistare la patria altrui, ecc.

A leggere un libro di storia, si ha la sensazione che la storia umana, cioè la vita dell’umanità dalle origini ad oggi, l’abbiano fatta solo o soprattutto i Cesari, i Carlomagni, i Napoleoni ecc. Gli  altri compaiono tutt’al più come popolo, massa, gente.

Così sappiamo cosa pensasse Napoleone prima della battaglia di Waterloo, ma ignoriamo (e non c’importa neppure) che cosa pensasse quel soldato della 3^ fila con un brutto sfregio sulla guancia o quel ragazzotto biondo sempre sorridente e fiero che si sarebbe preso la prima palla di cannone in pieno petto.

È giusto che i libri di storia siano scritti in questo modo, perché essi seguono un particolare punto di vista per spiegare i fatti del passato e del presente: gli uni riconoscendo un ruolo essenziale alle singole personalità e mettendo in rilievo individui particolari; gli altri interpretando i fatti come prodotto soprattutto di ragioni economiche e sociali e parlando in modo particolare di interessi e di lotte di classe. Ma, nell’uno e nell’altro caso di libri di testo, degli uomini qualunque che hanno fatto, magari senza saperlo, la storia o che l’hanno vista fare, non sappiamo nulla o quasi.

Eppure anch’essi fanno parte della grande storia umana e, se è vero che per la società occidentale nella quale vivo, la battaglia di Maratona ha avuto un significato particolare, è anche vero che oggi mi sento vicino al vecchio contadino dell’Attica che vide impotente devastare il suo campo dall’una e dall’altra parte, condividendo la sua impotenza di fronte agli eventi mondiali ed entrando di diritto nella storia umana con la mia impotenza violentata e mortificata dai Grandi di ogni Paese.

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