Pubblicato da: luigivassallo | 16 ottobre 2010

Insegnare a contestare

Insegnare a contestare

Spesso le scuole diventano palcoscenici di contestazioni: contro i provvedimenti del governo, contro le decisioni di un dirigente scolastico, contro la severità di qualche docente ecc. Contestazioni da reprimere o da “educare”? Perché contestare non è – nonostante quel che si crede – una cosa facile, alla portata di tutti.

Nel mio lavoro di dirigente scolastico ho incontrato diverse persone (non solo studenti, ma anche genitori, docenti, non docenti) che, non sempre apertamente, spesso con mezze parole e con i comportamenti “contestavano” le mie direttive o le mie decisioni. In realtà “credevano di contestare” perché confondevano la “contestazione” con il “rifiuto” di ciò che non gli piaceva: “O presepe nun me piace” dice il figlio scapestrato per fare dispetto al padre nella commedia di Eduardo “Natale in casa Cupiello” (ma alla fine, mentre il padre è sul letto di morte, ammetterà che il presepe gli piace).

Forse non sarebbe male insegnare a scuola la “contestazione”. La nostra società occidentale si fonda sul principio di “autorità” in tutti i campi: un’autorità legittimata non dalla nascita o dal diritto divino, ma dal consenso acquisito con le proprie competenze e le proprie ricerche (pensiamo all’autorità degli scienziati) o dal consenso acquisito con le competizioni elettorali (pensiamo all’autorità di un parlamento democraticamente eletto). L’autorità , dunque, si conquista. In questo senso essa è sempre a rischio di contestazione: i risultati di una ricerca scientifica possono essere smentiti da una ricerca successiva; i risultati di una competizione elettorale possono essere ribaltati da una consultazione successiva. Nella società occidentale (almeno in teoria e a parte qualche degenerazione che può sempre verificarsi) chi esercita l’autorità deve, in qualche modo, sempre meritarsela e farsela confermare con i risultati della sua azione.

Che significa questo all’interno della scuola? Che c’è un’autorità su cui si fonda il funzionamento dell’istituzione scolastica: in particolare l’autorità del dirigente scolastico e l’autorità dei docenti. L’una e l’altra sono garantite dalle leggi in materia scolastica e dagli specifici contratti di lavoro, ma l’una e l’altra devono legittimarsi con i risultati: in particolare, nell’immediato un successo scolastico vero e non truccato e in futuro un successo formativo di tutti o quasi gli studenti. Queste autorità, dunque, possono essere contestate: se contraddicono le leggi in materia scolastica o se non conseguono i risultati per i quali sono state costituite.

“Contestare” però è una cosa impegnativa: la parola “contestare” (che deriva dal latino “contestari”) significa originariamente “chiamare a testimone” qualcuno. Non si può quindi contestare sulla base di un “secondo me è sbagliato” perché “secondo me” non è un testimone attendibile contro l’autorità che si contesta, semmai è parte in causa. “Testimoni” attendibili per una efficace contestazione sono le leggi (se l’autorità le ha violate), i risultati dell’azione dell’autorità (se non si rivelano buoni), gli studi di specialisti (che dimostrano che le azioni intraprese dall’autorità condurranno probabilmente non al successo formativo ma all’insuccesso degli studenti). Insomma “contestare” non è una cosa semplice: bisogna studiare, bisogna documentarsi, bisogna diventare agguerriti per mettere in discussione l’autorità . Se non ci attrae la fatica di una efficace e competente contestazione, ci resta solo la “chiacchiera da bar”.

Niente di personale contro le chiacchiere a tempo perso e contro i bar; solo che il bar è una cosa, la scuola un’altra, la chiacchiera per passare il tempo è una cosa, la contestazione per cambiare ciò che non va bene è un’altra cosa.

E allora – tra gli strumenti che un individuo deve acquisire per partecipare pienamente ai diritti e ai doveri di un cittadino in una società democratica – forse deve avere un posto anche la capacità di contestare consapevolmente e motivatamente e non solo umoralmente.

In fondo facevano qualcosa di simile le scuole di retorica del mondo antico con le suasoriae (esercitazioni per acquisire la tecnica per convincere gli altri della giustezza della propria tesi) e le controversiae (esercitazioni per acquisire la tecnica per controbattere, cioè contestare, la tesi di un altro).

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Responses

  1. Concordo pienamente sul senso attribuito al “contestare” inteso come “testimoniare argomentando alternative possibili a uno stato di cose fissato in un ambito qualsiasi della vita sociale”. Credo tuttavia che sia necessario prima di tutto e…ducare alla partecipazione. In effetti oggi mi sembra che manchi la contestazione perché non c’è partecipazione. Mentre scrivo manifestano i metalmeccanici e testimoniano la disperazione. Quanti cittadini sono consapevoli del dramma dei più deboli? Quanti contestano lo stato delle cose in Italia? Non penso che si tratti di forme della contestazione, ma di inter-esse e di conoscenza profonda, di sentimento del comune destino umano e di fiducia nel pro-gresso civile se la civitas lo elabora con la dialettica di un partecipato cum-testari. Quanto alla scuola, io non vedo “contestazione”, ma solo gruppuscoli di potere generati da un decennio, più o meno, di scuola-azienda voluta da Sinistra e da Destra. La maggioranza tace per stanchezza o per “berlusconizzazione” contratta cronicamente. C’è da sperare proprio nei genitori, che, svegliatisi dal letargo protezionista nei confronti dei loro figlioli, forse cominceranno a ” contestare ” costruttivamente. Quanto alle “scuole di retorica”, sono molto scettica. Sono proprie dei periodi di decadenza (vedi in proposito il pensiero di Tacito, ma anche di Quintiliano). In conclusione credo che l’insegnamento dei contenuti delle materie incarnato nelle parole dei docenti sia di fatto un modello di “contestazione” che passa la mano alla “contestazione” dei discenti, senza perdere d’autorevolezza.
    Vale Aloisi! (è il mio modo di contestare la Riforma Gelmini 😉 ).

  2. Sempre puntuali e opportune le riflessioni sulla scuola del mio amico Luigi…puntuali, partecipi ed accorate…nonostante la…pensione!..beh..se i genitori o i…nonni!…avessero questi sentimenti si potrebbe essere d’accordo anche con Pina…ma forse questo è un tempo… ancora da venire!….molto d’accordo sulla conclusione di Pina. il che significa rscoprire il vero ruolo del sapere e della comunicazione culturale…che dovrebbe sempre mirare a un…risveglio delle “coscienze addormentate”…e offrire l’ opportunità di immaginare un altro mondo!….


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