Pubblicato da: luigivassallo | 2 ottobre 2010

Parlare di etica a scuola: sì o no?

Parlare di etica a scuola?

Per alcuni la scuola deve astenersi da qualsiasi prospettiva etica o morale, per evitare di condizionare la libera formazione delle scelte etiche degli allievi; per altri l’esistenza stessa di una scuola, la cui legittimazione si fonda su una  Costituzione che non è indifferente o agnostica sul piano dei valori, comporta l’inevitabilità di uno sfondo etico alle attività scolastiche.

Se l’etica è l’insieme delle norme di comportamento pubblico e/o privato seguite dalle persone, la scuola non può non parlarne, a patto di tenere presenti due “paletti”. Il primo “paletto” è il contesto storico-culturale che legittima l’azione della scuola italiana. Tale contesto è la Costituzione della Repubblica, che con i suoi principi fondamentali disegna un’etica pubblica, nel cui orizzonte le scelte dei singoli italiani si qualificano come coerenti o meno col patto di cittadinanza. Questo contesto costituzionale (o, se vogliamo, questa cultura della cittadinanza) non si trasmette biologicamente alla nascita (e neppure col latte materno) ma richiede una trasmissione culturale: in questo il ruolo della scuola appare insostituibile. Il secondo “paletto” è la riflessione critica che la scuola può e deve sviluppare tra le nuove generazioni, richiamando la loro attenzione sui punti forti e i punti deboli delle etiche storicamente seguite dall’umanità : anche in questo il ruolo della scuola appare insostituibile, affinché i singoli compiano le loro scelte con la consapevolezza della loro portata e delle loro conseguenze.

L’approccio etico che appare di solito più naturale (e che è stato a lungo seguito dall’umanità e viene preferito tuttora da molti studenti) è quello dell’”etica dell’intenzione”: se non l’ho fatto apposta, non sono responsabile (quindi non posso essere punito); se pensavo di far bene, anche se sono venuti fuori dei guai, devo essere giustificato; se non sapevo di far male, non sono responsabile. Quest’etica dell’intenzione (su cui già la saggezza popolare metteva in guardia, ricordando che la strada dell’inferno è lastricata di buone intenzioni) non è più sufficiente, anzi è inaccettabile, dopo le tragedie del secolo scorso. Dopo Auschwitz, ad esempio, nessuno può più cavarsela dicendo che ha solo eseguito degli ordini, che non sapeva, che ha sì aderito a un regime totalitario ma non ha fatto personalmente male a nessuno.

All’etica dell’intenzione si contrappone l’”etica della responsabilità”: sono responsabile delle conseguenze dei miei atti, ovviamente nella misura in cui queste conseguenze siano ragionevolmente prevedibili. Se mi ubriaco o mi drogo e poi mi metto alla guida di un’auto o di una moto e investo una persona, poco conta che non volevo investirla: la mia guida fuori delle regole è la conseguenza del fatto che mi sono ubriacato o drogato ed è ragionevolmente prevedibile che se mi ubriaco o mi drogo la mia capacità di controllo dei miei sensi e della mia relazione con lo spazio e il tempo risulti alterata. Richiamare l’attenzione sulle conseguenze delle nostre azioni e sulla loro ragionevole prevedibilità: ecco un compito forte per la scuola.

Un compito difficile, non solo perché in troppi tra gli adulti e i giovani continuano a preferire gli alibi dell’”etica dell’intenzione” alla scomodità di un’”etica della responsabilità” che ci chiama continuamente in causa, ma anche perché – come sottolinea Umberto Galimberti – la società della tecnologia (trasformando i mezzi in fini e favorendo la produzione e il consumo di prodotti che trovano solo nella loro riproduzione il loro fine) tende a ridurre il confine tra la prevedibilità delle conseguenze e la dipendenza irresponsabile da un processo di cui i singoli rischiano di essere appendici. A maggior ragione allora occorre parlare di etica a scuola, per richiamare tutti ad essere vigili, vigili affinché la capacità umana di decidere dando un senso alle proprie decisioni non sia delegata a procedure automatizzate e affinché l’orizzonte di senso della nostra vita (”è bene o male fare questo?”) non sia assorbito da un altro orizzonte (”si può tecnicamente fare questo?”).

Qualche parola ancora sulla “responsabilità”. In Giappone, se uno si ubriaca e viene sorpreso a guidare un’auto, la legge punisce non solo l’ubriaco ma anche chi non gli ha impedito di ubriacarsi (chi gli ha servito da bere al bar oltre i limiti; chi stava con lui e non lo ha trattenuto dal bere smoderatamente) e chi, stando con lui in auto, non gli ha impedito di guidare l’auto nelle sue condizioni. Questo significa negare la libertà individuale o scaricare su altri responsabilità improprie? Del resto, tra le altre “stranezze” giapponesi, in Giappone uno non può acquistare un’auto se non dimostra di essere proprietario di un garage o titolare di un posto in un parcheggio. Anche questo è contro la libertà individuale?. E allora è preferibile la litania dei morti del “sabato sera” sui nostri giornali accompagnata da appelli alla “responsabilità” rivolti a tutti (e, quindi, a nessuno) privi di qualsiasi deterrente che potrebbe essere costituito da una sanzione? E’ preferibile lasciar libero chiunque di acquistare auto (purché abbia i soldi) per poi lasciare che le nostre strade si trasformino in parcheggi di fatto?

Il sacrificio della libertà individuale in Giappone garantisce il regolare funzionamento di una società complessa: più che sacrificio di libertà è, in effetti, naturale adesione al principio che le cose funzionano se ognuno fa la sua parte e che l’individuo è al servizio del gruppo (un po’ una versione giapponese dell’aristotelico “animale sociale”) e non il gruppo (ovvero la società) al servizio dell’individuo. E – si badi – stiamo parlando di un paese collocato geopoliticamente  nell’orizzonte capitalistico.

Ma è proprio vero che la libertà del cittadino debba sfiorare il libertinaggio e l’impunità e che la responsabilità debba applicarsi solo a quello che faccio e non anche a quello che ometto di fare (come, invece, anche il catechismo imparato da bambini ci insegnava attraverso il peccato di omissione)?

Se poniamo mente alla differenza concettuale tra “individuo” e “cittadino” (per cui il termine cittadino implica anche l’individuo ma non si esaurisce in esso, mentre il termine individuo non implica il cittadino), il “cittadino” (quello che le istituzioni repubblicane, soprattutto la scuola, devono formare per garantire la continuità della società democratica) è, nella nostra Costituzione, titolare sì di diritti, ma anche di doveri tra cui l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale (art. 2 della Costituzione): siamo ben lontano da un’idea di disgregazione sociale e di anomia in cui campeggia l’individuo con i suoi soli diritti e con la sua “alzata di spalle” di fronte a quello che gli accade intorno.

E per quanto riguarda la responsabilità, questa è personale– secondo la nostra Costituzione (art.27) – solo quando si tratta del piano penale, mentre il discorso da costruire nelle scuole, perché si rinforzi o si ricucia la trama del tessuto sociale, è quello della responsabilità sul piano etico, quello – per intenderci – che ritorna di tanto in tanto in celebrazioni retoriche di manifestazioni istituzionali a favore della pace o contro la fame nel mondo, quando si dice che “in qualche modo siamo tutti responsabili”: e – a leggere criticamente queste manifestazioni retoriche – capiamo benissimo che non si sta tentando di introdurre nella nostra anomia la “socialità” giapponese ma si sta solo stemperando nel “tutti responsabili” le responsabilità di chi ha il potere e i mezzi di decidere sulla guerra e sulla fame.

Insomma – e concludo – una riflessione sull’etica di gruppo giapponese non ci farebbe male nelle scuole, magari accompagnata da una riflessione sulla forte valenza etica del motto dei giovani statunitensi degli anni Sessanta I care (Me ne prendo cura, come se fosse cosa mia), motto che, non a caso, era scritto sui muri della scuola di Barbiana fondata da don Milani.

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