Pubblicato da: luigivassallo | 18 settembre 2010

Ma cosa si deve insegnare a scuola?

Ma cosa si deve insegnare a scuola?

Quali materie devono essere insegnate a scuola e perché? Questa domanda è, esplicitamente o implicitamente, dietro ogni tentativo dei governi di qualsiasi colore politico di modificare o rinnovare i curricoli o i programmi scolastici. Ma a questa domanda si risponde spesso confondendo o sovrapponendo piani diversi, da quello pedagogico a quello epistemologico a quello (parimenti legittimo) della rivendicazione che le modifiche ai curricoli non comportino cancellazione di cattedre e conseguente perdita di posti di lavoro di insegnanti.

Le scuole, per come la vedo io, dovrebbero favorire un lavoro didattico che, come scrive Howard Gardner, inculchi nei giovani la conoscenza dei modi di pensare delle principali discipline, ossia scienze, matematica, arti e storia. All’interno di queste famiglie disciplinari, l’importante è che gli studenti affrontino in modo approfondito tematiche importanti, non che studino certe discipline o certe tematiche particolari (…) Importante ed essenziale è, invece,che gli studenti esplorino in forma sufficientemente approfondita una serie ragionevole di esempi, così da rendersi conto di quale sia il modo di pensare di agire tipico dello scienziato, del geometra, dell’artista, dello storico. Scopo di tale immersione, giova sottolinearlo, non è di fare degli studenti altrettanti specialisti di una data disciplina, ma di consentire loro di appropriarsi di questi “modi di pensare” e, per tale via, di giungere alla comprensione del proprio mondo. In seguito, se vorranno esplorare più compiutamente queste discipline o eleggerle a campo della propria professionalità, avranno il tempo e gli strumenti per farlo.

Si tratta insomma di incoraggiare i docenti a individuare nelle proprie discipline gli elementi essenziali perché gli studenti passino da una raccolta di conoscenze (sostanzialmente utili solo per il successo scolastico), che, una volta superato l’esame, possono essere dimenticate, a un’educazione al comprendere (utile per il successo formativo), che fornisce agli studenti strumenti validi nel tempo. Questo si ottiene con un approccio, da parte dei docenti, che tenga conto che gli esseri umani (e, quindi, gli studenti) non dispongono di un’unica modalità di intelligenza per capire il mondo e riorganizzare il sapere. Come dice Gardner, rientra nei compiti dell’educatore stabilire quali punti d’accesso siano più promettenti per particolari apprendimenti, valutarne l’efficacia relativa e riflettere sui successi e sugli insuccessi.

In altre parole, fare scuola sul serio è molto più che spiegare, interrogare, assegnare compiti, mettere voti; fare scuola sul serio significa individuare e mettere in atto strategie di apprendimento funzionali al successo formativo di ognuno, variando (a seconda delle necessità rilevate dal docente) tra approccio narrativo, approccio numerico, approccio logico, approccio esistenziale, approccio estetico, approccio interpersonale (per restare alla terminologia di Gardner) oppure combinando sapientemente questi diversi approcci per esaltare le capacità diverse dei singoli studenti.

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Responses

  1. Caro Luigi, come sai leggo sempre con attenzione e molto interesse le tue riflessioni: condividiamo un’idea di scuola che ha forti radici, che giungono bene in profondità nel terreno del tempo, ma che non si sono diffuse in ampiezza.
    Mai.
    Nemmeno quando gli esempi di modalità di innovazioni profonde, tese verso una maggiore equità sociale e alla ricerca di un senso per l’azione di istruzione ed educazione, si moltiplicavano ed erano anche supportate da spinte esterne.
    Mai.
    Nemmeno quando gli insegnanti erano molto più giovani, un po’ più incazzati per il sistema in cui erano costretti a lavorare e un po’ meno per la povera gratificazione economica.
    Ci sono oggi le condizioni perché si possa affermare, diffusamente e non nelle riserve indiane, una prassi di scuola come quella che hai delineato aiutandoti con le parole di Martin Gardner? Nonostante la premessa di questo mio intervento io credo di sì e non soltanto per il necessario esercizio di rifiuto di una posizione pessimistica. Però credo che sia necessario aiutare famiglie, studenti e insegnanti a capire che ciò che è davvero importante è il successo formativo e non quello scolastico. Non si tratta di un compito semplice e diventa improponibile quando si continui a decretare il successo scolastico (la sufficienza) accontentandosi di una raccolta di conoscenze (magari con un modello a dizionario e nemmeno a enciclopedia).
    Quindi io mi permetto di suggerire a tutti noi insegnanti (suggerimento rivolto prima di tutto a me stesso) di far coincidere sempre più successo scolastico e successo formativo. In altri termini, fino a che esisteranno i cosiddetti “voti”, facciamo in modo che le sufficienze decretino il successo formativo, o altrimenti non siano tali. Sarebbe un modo per essere più trasparenti e per aiutare a capire studenti e famiglie che la selezione tacita o implicita (quella che non “boccia”, ma manda avanti sempre e comunque, anche in assenza delle competenze irrinunciabili) è forse ancora più pericolosa di quella esplicita.
    Sarebbe un successo per l’azione di istruzione ed educazione.
    Con affetto
    Domingo

  2. Caro Luigi, senza amore per l’umanità non si va da nessuna parte. E io per Umanità intendo sia gli alunni che le vite umane che sono all’interno di ogni sapere disciplinare della tradizione “umana” appunto. Senza parlare dell’amore per la propria materia che un insegnante non finisce mai di conoscere, neanche se campasse quanto Matusalemme. Non riesco a distogliermi dall’idea che i tagli sulle materie letterarie graveranno negativamente non solo sui posti di lavoro ma anche sulla preparazione degli studenti. Che l’insegnante non addestri semplicemente e non trasmetta nozioni mi pare un “sàpere” di ogni maestro che ami i discepoli uno per uno. Solo un siffatto maestro è capace di dare un senso autentico all’insegnamento della sua materia, che non è inerte ma in metamorfosi perenne proprio nella relazione. Caro Luigi, le materie che insegno mi hanno trasformato sempre. Se un pò di bene è in me lo devo alla bellezza alla gentilezza, al dolore, all’ordine meraviglioso che continuamente scopro in esse. Che per insegnare si debba conoscere il lievito disciplinare non l’hanno scoperto né i “saggi” di Berlinguer (Maragliano, Vertecchi…) né quelli della Gelmini (e forse sono gli stessi). È tristemente inveterata, purtroppo, l’idea che gli insegnanti non capiscono nulla di teoresi didattica. Quello che più mi fa male è il pensiero che questa riforma scellerata sia anche il risultato di una macchinazione complice di tanti micropoteri creatisi da circa un decennio nella scuola, che non poco hanno spalleggiato la politica economica di questo governo. Sempre con stima e affetto
    Pina


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