Pubblicato da: luigivassallo | 18 aprile 2010

25 aprile: il dovere di ricordare la Resistenza come fondamento della nostra democrazia, fuori da ogni retorica

Il giorno 8 febbraio 2009, su richiesta dell’ANPI e del Comune di Finale Ligure, ho tenuto questo discorso di commemorazione dei partigiani del Finalese uccisi a Pian dei Corsi nel 1945. La poesia con cui si conclude il mio discorso me l’aveva fatta conoscere il mio amico Pino De Stefano.

Nella fredda notte del 2 febbraio 1945 i fascisti della “San Marco”, con l’aiuto di un traditore, attaccano un distaccamento di partigiani a Pian dei Corsi. Sono venuti per uccidere. E per uccidere usano anche le bombe a mano. Diversi partigiani si salvano fuggendo nella neve. Undici restano uccisi.

 Siamo qui, oggi, per COMMEMORARE i caduti di Pian dei Corsi.

COMMEMORARE  dal latino cum + memorare dove cum ci dice che qui non si celebra un ricordo privato, ma un ricordo pubblico, che qui non si pratica il ricordo di singoli, ma il ricordo di una collettività, che qui non si dà spazio al ricordo di un individuo, ma al ricordo di un popolo. Perché qui, oggi, con quest’azione di cum + memorare noi ci scambiamo un ricordo, noi condividiamo un ricordo, noi ci riconosciamo in un ricordo.

E  memorare ci rimanda ad un’azione che è più forte di quello che abitualmente chiamiamo ricordo. Non è un ricordo del passato nel quale i contrasti e le miserie della vita possano sbiadire fino a illuderci, di fronte allo squallore del presente, con immagini mitizzate dei tempi che furono. Non è un ricordo del passato nel quale le tragedie possano sublimarsi  in un’aureola di eroismo. Non è un ricordo che abbellisce ciò che fu trasferendolo nella cerimonia festosa che fa dimenticare a chi festeggia di quante lacrime grondi e di quanto sangue la festa che si celebra. Credete voi che sia noto a tutti quanto è costato in sofferenze umane la festosa tranquillità con la quale oggi milioni di persone in Italia vivono la vacanza dalla scuola o dal lavoro di  ricorrenze come il 25 aprile o il 1° maggio? Noi facciamo festa in quei giorni (e a volte non sappiamo neppure perché facciamo festa), ma la nostra festa di oggi è il frutto di lotte, sacrifici, sudore e sangue di quanti ci hanno preceduto.

Il ricordo che celebriamo oggi non è un ricordo che abbellisce, non è un ricordo che tranquillizza, non è un ricordo che rappacifica, non è un ricordo che predispone alla festa. E’, al contrario, un ricordo pericoloso, perché in mezzo alla gioia della festa ci getta in faccia la sua richiesta di fare i conti con i terrori e le speranze che esso evoca: i terrori di ciò che è stato e avrebbe potuto continuare ad essere, le speranze di ciò che avrebbe dovuto essere.

E’ un ricordo inquietante, che non ci lascia in pace. E’ un ricordo sovversivo che strattona la nostra coscienza di fronte alla tentazione di accettare che ormai è cosa passata e che dobbiamo serenamente guardare avanti. E’ un ricordo che pretende di non essere dimenticato o scolorito, a pena della perdita del senso del nostro essere popolo di cittadini.

MEMORARE vuol dire in latino far ripensare a qualcosa, attraverso una narrazione. Ci sono narrazioni che sfumano nella favola, ci sono narrazioni che si cimentano con la perfezione dei dettagli, ci sono narrazioni che fondano il senso del nostro stare insieme. Da sempre gli esseri umani fanno la storia e se la raccontano: che sia piccola storia di vicende quotidiane o familiari o che sia tragica storia di vicende epocali, è il nostro raccontarci la storia che dà senso e valore a quelle vicende.

In questo raccontarsi una storia, che è azione tipica dell’essere umano in quanto “animale sociale” che partecipa di una collettività (famiglia, gruppo di amici, associazione, stato ecc.), i livelli del racconto possono avere qualità e impatti diversi. C’ è un livello del  “raccontare storie” in cui predomina l’immaginazione o il piacere dell’affabulazione, sicché la storia raccontata sfuma nella favola e talvolta nella fandonia. Al capo opposto c’è il livello del  “fare storia” che consiste in  una ricerca scientifica volta a  ricostruire i fatti della cronaca in una ragnatela di significati e in un tessuto di rapporti di causa – effetto. In mezzo a questi due livelli (quello  del raccontare storie come favole e quello del fare storia come disciplina scientifica)  c’è il terreno del racconto della storia come “mito fondante” cioè del racconto di una storia particolare senza la quale noi non saremmo quello che siamo.

MITO è parola che deriva dall’antica lingua greca: mythos. In greco antico mito non vuol dire “favola” o “fantasticheria”. Vuol dire “racconto”, un racconto che trasmette alle generazioni future idee, sentimenti, valori. Tutto quello che va al di là del logos, cioè del discorso strettamente razionale concatenato nella logica di causa ed effetto, questo è mito. Il mito si fa intendere anche da coloro che non sono abituati all’esercizio del logos.

Certo il mito contiene abbellimenti ed elementi di favola e fantasia, ma conserva e trasmette un nucleo di verità ed è questo che conta nel mito, la capacità, cioè, di trasmettere un nucleo di verità che fonda la coscienza comune.

È come nella canzone di Guccini, nella quale “gli eroi son tutti giovani e belli”. Ma noi sappiamo che non è sempre così. A volte gli eroi non sono né giovani né belli, a volte non volevano neppure essere eroi, ma comunque siano stati (belli o brutti, giovani o vecchi, eroi per scelta o eroi per caso o eroi per costrizione) quello che hanno fatto il mito ce lo racconta perché è quello che hanno fatto che non deve essere perduto.

Quando gli antichi Ateniesi ricordavano la battaglia di Maratona, lo facevano per rivendicare il fatto che essi soli, o quasi, avevano avuto il coraggio di opporsi all’invasione della Grecia da parte dei Persiani e in questo ricordo trovavano la legittimazione della loro pretesa superiorità nei riguardi delle altre città greche. E in questo “mito fondante” di un’Atene inseparabile dalla libertà e dalla lotta per la libertà in difesa anche degli altri greci si riconoscevano tutti gli Ateniesi,  sia quelli che avevano simpatia per la “fazione aristocratica” sia quelli che avevano simpatia per la “fazione democratica”. Nessuno ad Atene, e nemmeno nelle altre città greche, per quanto potesse essere infastidito dalla pretesa superiorità degli Ateniesi nei confronti degli altri Greci, avrebbe negato valore alla battaglia di Maratona o avrebbe osservato che era una storia di tanti anni fa o ne avrebbe rivendicato una nuova lettura per arrivare ad una presunta storia condivisa. Questa era la storia condivisa in Atene e, sostanzialmente, nelle altre città greche: che a Maratona gli Ateniesi, anche se alcuni di loro lo avevano fatto solo per paura o per interessi personali o perché speravano di trarne vantaggi in seguito o per altre motivazioni poco nobili, anche se gli eroi di Maratona non erano tutti giovani e belli e non erano tutti eroici, a Maratona gli Ateniesi avevano affrontato le soverchianti forze persiane e avevano salvato la libertà di tutta la Grecia.

In questo “mito fondante” (come in tutti i miti fondanti delle società umane e, attenzione, non c’è società umana senza mito fondante cioè senza coscienza comune del proprio passato e del proprio orizzonte futuro nel quale iscrivere un presente che abbia un senso) la vicenda dei singoli incontrava la storia, diventando – al di là della consapevolezza di ognuno, che poteva anche non esserci – parte integrante della storia.

 Allo stesso modo la vicenda di Siri Giuseppe (ucciso a 23 anni), Benoli Renzo (ucciso a 30 anni), Risposi Cesare (ucciso a 21 anni), Bussolati Camillo (ucciso a 20 anni), Varisco Franco (ucciso a 20 anni), Del Monte Giobatta (ucciso a 20 anni), Barsotti Renzo (ucciso a 26 anni), Biagi Ivo (ucciso a 19 anni), Stella Pietro (ucciso a 19 anni), Noceto Davide (ucciso a 20 anni), Isnardi Giobatta (ucciso a 20 anni), la vicenda di questi giovani incontra la storia tragica di quegli anni, la storia inquieta del presente, la storia possibile del futuro.

Poco importa alla nostra narrazione il cammino che ognuno di loro fece per approdare al tragico appuntamento con la morte a Pian dei Corsi; poco importa la misura della loro consapevolezza; poco importa la fondatezza delle loro motivazioni. In ogni caso essi, come tutti coloro che vissero – da attori più o meno consapevoli o da spettatori passivi – le vicende di quegli anni, hanno contribuito a fare la nostra storia più ancora che la loro.

E allora noi oggi, per commemorarli come è conveniente per loro e per noi, ci comunichiamo il ricordo di ciò che fu il loro passato per provare l’orrore di ciò che avrebbe potuto essere il nostro presente e per avvertire l’inquietudine che, se ce ne stiamo inerti a guardare la storia fatta dagli altri, potremmo trovarci a vivere un futuro che non ci auguriamo.

Questi giovani si avviarono alla morte camminando sul sentiero tracciato dal fascismo con i suoi atti politici funzionali alla sua idea di società e umanità, alla quale molti italiani (a cominciare dal re e dai suoi collaboratori) guardarono per troppo tempo con indifferenza o tolleranza o complicità:

la libertà di stampa fu abolita; i partiti e le organizzazioni di opposizione furono messi fuori legge; i deputati dell’Aventino furono dichiarati decaduti; gli organi elettivi delle amministrazioni locali furono aboliti e sostituiti con funzionari nominati dal governo; dalla pubblica amministrazione furono espulsi quelli che non davano  garanzia di piena obbedienza; i professori universitari furono obbligati a giurare fedeltà al fascismo; lo sciopero fu giudicato reato penale; qualsiasi forma di opposizione al fascismo fu ritenuta reato penale; fu ripristinata la pena di morte; fu costituito un Tribunale speciale per la difesa dello stato contro gli antifascisti; fu stabilito il potere del capo del governo di fare leggi senza l’approvazione del Parlamento; furono abolite le  commissioni interne delle fabbriche; furono sciolte le  organizzazioni sindacali non fasciste; attraverso la scuola, attraverso i giornali e la radio,attraverso le rituali adunate di piazza, attraverso l’associazionismo giovanile obbligatorio si diffuse il pensiero unico che “il duce ha sempre ragione” perché è l’uomo della provvidenza; furono emanate le leggi razziali e fu avviata la persecuzione degli ebrei; l’Italia fu trascinata in guerra; si praticò una subalternità progressiva al nazismo. Questo è stato il fascismo.

Su questo sentiero, che nella retorica dei fascisti avrebbe dovuto proiettare l’Italia e la cosiddetta superiore razza italiana verso un luminoso avvenire, quei giovani avrebbero potuto trovare poche occasioni per mettere in discussione la voce del duce: la protesta morale dei deputati antifascisti che abbandonarono il Parlamento dopo l’uccisione di Giacomo Matteotti; l’emigrazione politica (con l’esilio volontario di uomini come Sturzo, Turati, Nenni, Saragat, Togliatti, Salvemini, Gobetti, Amendola, i fratelli Rosselli); l’opposizione clandestina in condizioni di grandi difficoltà e rischi (in particolare quella di Giustizia e Libertà o quella del Partito Comunista); il carcere e il confino a cui furono condannati, tra gli altri, uomini come Gramsci e Terracini; il rifiuto di pochi docenti universitari di giurare fedeltà al fascismo; la partecipazione di tanti volontari nella guerra civile in Spagna dalla parte dei repubblicani contro i fascisti e i nazisti alleati di Franco; il boicottaggio contro le leggi razziali da parte di famiglie e di pochi funzionari pubblici; i primi scioperi operai negli ultimi anni della guerra, contro la fame prima e per la pace poi; la ricostruzione di un’unità antifascista delle organizzazioni di opposizione ai fascisti e ai nazisti, capace di superare divisioni anche profonde e di approdare ad un’idea di società fondata sul ripudio di tutto ciò che il fascismo era.

Dopo l’8 settembre 1943 quei giovani avrebbero visto un armistizio dell’Italia con gli anglo-americani annunciato senza cautele per le conseguenze per la popolazione (ingenuamente illusa della fine della guerra), l’occupazione dell’Italia da parte delle truppe tedesche, il re in fuga da Roma col nuovo governo, il Sud separato dal Nord, la costituzione della Repubblica di Salò sotto il controllo nazista, l’avvio della lotta armata di liberazione.

Cosa hanno capito quei giovani, prima di morire, della lotta di liberazione?

C’è chi ha combattuto contro i tedeschi una guerra di liberazione: militari che si organizzarono spontaneamente (come il reggimento di fanteria Acqui che a Cefalonia non volle arrendersi ai tedeschi facendosi massacrare) o rifiutarono di aderire alla Repubblica di Salò e di collaborare con i tedeschi, con conseguente deportazione in Germania, o combatterono al fianco degli anglo-americani inquadrati in un rinnovato esercito italiano; civili che animarono insurrezioni di città (ad esempio le “quattro giornate” di Napoli) o costituirono bande partigiane al Nord o appoggiarono i partigiani con azioni organizzate di sabotaggio nelle città o scioperi nelle fabbriche.

C’è chi ha combattuto una guerra civile: antifascisti italiani contro fascisti e filonazisti italiani, italiani gli uni e gli altri mentre si richiamavano a due diverse idee di Italia e di onore.

C’è chi ha combattuto una guerra di classe: una guerra contro i “padroni” e i loro amici per una società nuova fondata su giustizia e uguaglianza.

Qualunque tipo di guerra abbiano combattuto o abbiano creduto di combattere quelli che realizzarono la Resistenza italiana all’interno delle Resistenze europee, essi dovettero misurarsi con la violenza e la sua accettazione. Noi non sappiamo cosa avvenne nella loro coscienza né possiamo escludere che per alcuni di loro la scelta della violenza non costituì nessun problema morale né possiamo chiudere gli occhi su violenze continuate anche dopo il 25 aprile 1945 a danno di chi sotto il fascismo aveva praticato o tollerato violenze contro gli antifascisti. Ci sono anime candide oggi che, parlando della Resistenza, scoprono che anche i partigiani uccidevano, come se si potesse condurre una lotta armata senza uccidere o come se fosse stato possibile scegliere altre efficaci forme di resistenza ai fascisti e ai nazisti senza l’uso delle armi. A queste anime candide potrebbe rispondere Benjamin Franklin, uno dei padri fondatori degli Stati Uniti d’America, che ci ricorda: La democrazia sono due lupi e un agnello che votano su cosa mangiare a pranzo. La libertà è un agnello bene armato che contesta il voto.

E quelli che stavano dall’altra parte, che spesso avevano la stessa età dei giovani partigiani? Che ne sappiamo delle loro motivazioni, del perché stettero con i fascisti e i nazisti e non con i partigiani? Credevano di essere fedeli ad un ideale? Si trovarono per caso da una parte della barricata come per caso avrebbero potuto trovarsi dall’altra parte? Erano stati trascinati alla loro scelta da un percorso obbligato nel quale erano stati formati all’obbedienza acritica? Avevano il loro tornaconto? Avevano paura di dover pagare i torti inflitti agli antifascisti?

Anche loro morirono o contarono i loro morti. Non sarebbe l’ora – insinua una vocina “saggia” – di scrivere una storia condivisa nella quale i morti di una parte e dell’altra siano accomunati nella pietà per tutti i morti e nella quale il passato cessi di proiettare le sue divisioni sul presente di generazioni che nel 1945 non erano ancora nate?

Ed ecco allora – a turbare il clima di una presunta pacificazione – il ricordo inquietante di cui parlavamo all’inizio. Questo ricordo ci dice che è vero: tutti i morti meritano pietà (se non altro perché nessuno di noi nati dopo il 1945 può giurare con sicurezza da che parte sarebbe stato se si fosse trovato a vivere quegli eventi) ed è legittimo immaginare e praticare il perdono verso i propri nemici. Ma con una precisazione ed una consapevolezza.

La precisazione è che il perdono riguarda la coscienza privata e può essere esercitato solo dalla vittima: io non posso perdonare torti che non ho ricevuto, può farlo solo chi quei torti ha subito. Al contrario il giudizio storico e politico riguarda la coscienza collettiva ed ha a che fare col mito fondante della nostra società e con questa domanda provocatoria: che presente e che futuro avremmo avuto noi se a vincere fossero stati i fascisti e i nazisti?

La consapevolezza è che, se avessero vinto gli “altri”, la società nella quale saremmo stati costretti a vivere non sarebbe piaciuta neppure a quelli che oggi vorrebbero essere equidistanti tra fascismo e antifascismo.

E così abbiamo finito col parlare di noi. Perché, quando i testimoni di una storia che ha cambiato il nostro presente e il nostro futuro escono dalla scena per ragioni anagrafiche, restano le nostre coscienze individuali e la nostra coscienza collettiva a fare i conti col ricordo e con la domanda inquietante che esso ripropone: come sarebbe andata se avessero vinto i fascisti e i nazisti?

Avremmo avuto l’articolo 3 della Costituzione della Repubblica?

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Questo articolo non ci sarebbe senza quei giovani che oggi commemoriamo. E questo articolo non ci lascia quieti perché siamo consapevoli che esso è ancora incompiuto nella seconda parte (quella che impegna la Repubblica a rimuovere gli ostacoli all’effettiva uguaglianza dei cittadini) ed è non di rado insidiato nella prima parte (quella che afferma l’assoluta uguaglianza davanti alla legge di cittadini maschi e cittadine donne, di cittadini che parlano italiano e di cittadini che parlano altra lingua, di cittadini che credono nel Dio dei cristiani di confessione cattolica o protestante o ortodossa e di quelli che credono nel Dio di Maometto o nel Dio dei rabbini o di altre religioni o non credono in nessun Dio, di cittadini ricchi e di cittadini poveri, di cittadini che votano a destra e di cittadini che votano a sinistra, di cittadini di pelle bianca e di cittadini con la pelle di altro colore).

Per questo oggi abbiamo commemorato cioè abbiamo condiviso il ricordo con i suoi richiami e i suoi ammonimenti alla nostra coscienza. Per questo continueremo a commemorare cioè a condividere e scambiarci il ricordo tra generazioni perché nella vita del nostro presente ci accompagni sempre severo il giudizio inquietante di chi morì quando appena s’affacciava alla vita, affinché, grazie anche alla sua morte, libertà, giustizia, uguaglianza, pace, solidarietà non fossero più parole da pronunciare di nascosto con la paura di pagarle duramente ma diventassero il modo normale di vivere delle donne e degli uomini che fossero venuti dopo.

A molte persone oggi tocca l’esperienza dolorosa di un familiare anziano affetto dal morbo di Alzheimer: la memoria si spegne a poco a poco, i ricordi scompaiono, la coscienza si riduce alla sola capacità di gestire le funzioni vegetative, finché anche questa capacità si perde e il nostro familiare, già svanito dall’orizzonte dell’umanità che pensa, svanisce dal campo della sopravvivenza.

Questo sarebbe il destino di una società che non sapesse o non volesse più ricordare o riducesse i ricordi ad una melassa di nostalgia per il bel tempo andato. Sarebbe come una società di api o di formiche, perfetta nella sua organizzazione del lavoro e nella sua ripartizione dei ruoli sociali, ma incapace di capire perché fa ciò che fa e perché continua a farlo in maniera ripetitiva da quando esiste.

Perché la differenza tra l’ape e l’architetto consiste nel fatto  che l’architetto sa perché costruisce in quel modo il suo “alveare” ; la differenza tra le formiche e gli esseri umani consiste nel fatto che gli esseri umani   cercano un significato della loro esistenza che vada al di là delle ragioni dell’accumulazione e del consumo, un significato che si nutre di valori e di miti fondanti, un significato che non sarebbe possibile senza una memoria rinnovata e comunicata delle nostre origini e senza una promessa di futuro alla quale restare fedeli per coerenza con la nostra memoria. 

Voglio concludere il mio discorso con i versi di Dorothee Solle, una teologa tedesca del Novecento, morta nel 2003. Dedico questi versi alla memoria dei caduti di Pian dei Corsi e di tutti quelli che sono morti per noi. E li dedico anche a quelle donne e a quegli uomini di oggi che, caparbiamente, anche quando il mondo non va come vorremmo che andasse, continuano a restare fedeli alla memoria di quei morti.

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NON CREDO

di Dorothee Solle

 

Non credo

al diritto dei più forti,

al linguaggio delle armi,

alla potenza dei potenti.

Voglio credere

ai diritti dell’uomo,

alla mano aperta,

alla potenza dei non-violenti.

Non credo alla razza o alla ricchezza,

ai privilegi, all’ordine della forza e dell’ingiustizia:

è un disordine.

Non credo di potermi disinteressare

a ciò che accade lontano da qui.

Voglio credere che il mondo intero

è la mia casa e il campo nel quale semino,

e che tutti mietono ciò che tutti hanno seminato.

Non credo

di poter combattere altrove l’oppressione,

se tollero l’ingiustizia qui.

Voglio credere che il diritto è uno,

tanto qui che altrove,

che non sono libero finché un solo uomo è schiavo.

Non credo che la guerra e la fame siano inevitabili

e la pace irraggiungibile.

Voglio credere all’azione semplice,

all’amore a mani nude,

alla pace sulla terra.

Non credo che ogni sofferenza sia vana.

Non credo che il sogno degli uomini resterà un sogno

e che la morte sarà la fine.

Oso credere invece, sempre e nonostante tutto,

all’uomo nuovo.

Oso credere al tuo sogno, o Dio,

un cielo nuovo, una terra nuova dove abiterà la giustizia.

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