Pubblicato da: luigivassallo | 10 febbraio 2010

Quanto vale un pensionato?

 

Il valore di un pensionato

Se chi governa, magari per sollecitare la reazione istintiva dei governati contro il “nemico” (di volta in volta scelto per catalizzare il malessere e il malumore diffuso nella società), fa credere che, se si tagliassero un po’ di pensioni, ci sarebbero i soldi per favorire l’inserimento dei giovani nel mondo del lavoro e in un percorso di autonomia personale e, con questo messaggio, diffonde un’immagine di “inutilità” se non addirittura di “dannosità” dei pensionati, cosa può rispondere un pensionato che non ci sta a camminare furtivamente lungo i muri per non essere additato dai non pensionati come uno che senza produrre spreca i soldi pubblici?

L’unica risposta sensata e ragionevole è rivendicare la specificità del valore del pensionato, un valore che va riconosciuto e affermato in una triplice dimensione:

  1. Valore economico

 Con la loro pensione molti pensionati integrano o sostituiscono (quando non c’è) il reddito di figli e nipoti. Quindi, la pensione se la riducono già da soli e contribuiscono all’inserimento d ei giovani, senza correre il rischio che chi governa ne faccia altri usi.

  1. Valore culturale

 Con la loro esistenza i pensionati, soprattutto se sono riusciti ad arrivare alla pensione senza essere stati ridotti in condizioni tali da “essere rottamati”, testimoniano che la vita umana è un bene prezioso che non può essere ridotto solo al riconoscimento che ne fa il mercato capitalistico all’interno dei parametri della produzione e del consumo, per cui vali nella misura di quanto produci e consumi e sei inutile se non produci più o consumi di meno. Il pensionato, invece, testimonia un altro valore della vita, che consiste nella possibilità di attività volontarie (che, in quanto gratuite, sono svincolate dalla logica del profitto) e nella possibilità di fruire del tempo libero per la propria crescita personale (al di là e al di fuori, quindi, della logica dell’accumulo di beni materiali.

  1. Valore di memoria storica

 Infine i pensionati sono un serbatoio di “memoria” (storico – politica) di cui la società civile ha bisogno per valutare se le innovazioni della modernità e i provvedimenti del governo si inseriscano in un quadro di progresso storico o finiscano di fatto col costituire un regresso rispetto a conquiste democratiche. Nel passato, almeno fino al secolo scorso, agli “anziani” è stato riconosciuto il ruolo di garanti della “sapienza” o “saggezza” di un popolo: col trionfo della tecnologia gli anziani sono stati scavalcati dai giovani nel sapere tecnologico, per cui non hanno più niente da testimoniare o insegnare alla società sotto il profilo delle competenze tecnologiche (pensiamo allo scarto che c’è tra anziani e giovani rispetto all’utilizzo di computer e di internet), ma hanno conservato i privilegio di custodire la memoria storica della società. Sono gli anziani, infatti, e quindi i pensionati che possono testimoniare col loro vissuto (al di là di libri che spesso le nuove generazioni non leggono) cosa ha significato (in termini di lotte e sacrifici, personali e di gruppi) avviare in Italia un processo di costruzione della democrazia. Cosa ha significato far passare dalla proclamazione scritta dei valori della Costituzione (penso al formidabile art.3 ad esempio) alla pratica attuazione degli stessi, in termini di accesso ai diritti di tutti. Ad esempio in termini di accesso a una scuola per tutti e di tutti, gli anziani ricordano quando i figli degli “operai” e quelli dei “dottori” accedevano a scuole diverse, gli uni all’avviamento professionale per continuare la tradizione familiare di lavoratori manuali, gli altri al percorso che li avrebbe portati alla laurea per continuare la tradizione familiare di appartenenti alla classe dirigente. E, quindi, la loro testimonianza è preziosa per aiutare la società civile (e soprattutto le nuove generazioni) a comprendere se – per restare al problema della scuola – la cosiddetta riforma Gelmini (cioè la scelta di ridurre le ore di lezioni, di ridurre le cose da studiare, di ridurre il personale occupato, di ridurre le risorse finanziarie delle scuole) serve a potenziare o a smantellare la scuola democratica, faticosamente conquistata con lotte operaie e studentesche, scuola la cui necessità è sintetizzata nel monito di don Lorenzo Milani “Il padrone sa 1000 parole, tu ne sai 100: ecco perché lui è il padrone”.

Il valore di un pensionato

Se chi governa, magari per sollecitare la reazione istintiva dei governati contro il “nemico” (di volta in volta scelto per catalizzare il malessere e il malumore diffuso nella società), fa credere che, se si tagliassero un po’ di pensioni, ci sarebbero i soldi per favorire l’inserimento dei giovani nel mondo del lavoro e in un percorso di autonomia personale e, con questo messaggio, diffonde un’immagine di “inutilità” se non addirittura di “dannosità” dei pensionati, cosa può rispondere un pensionato che non ci sta a camminare furtivamente lungo i muri per non essere additato dai non pensionati come uno che senza produrre spreca i soldi pubblici?

L’unica risposta sensata e ragionevole è rivendicare la specificità del valore del pensionato, un valore che va riconosciuto e affermato in una triplice dimensione:

 

  1. Valore economico

 Con la loro pensione molti pensionati integrano o sostituiscono (quando non c’è) il reddito di figli e nipoti. Quindi, la pensione se la riducono già da soli e contribuiscono all’inserimento d ei giovani, senza correre il rischio che chi governa ne faccia altri usi.

 

  1. Valore culturale

 Con la loro esistenza i pensionati, soprattutto se sono riusciti ad arrivare alla pensione senza essere stati ridotti in condizioni tali da “essere rottamati”, testimoniano che la vita umana è un bene prezioso che non può essere ridotto solo al riconoscimento che ne fa il mercato capitalistico all’interno dei parametri della produzione e del consumo, per cui vali nella misura di quanto produci e consumi e sei inutile se non produci più o consumi di meno. Il pensionato, invece, testimonia un altro valore della vita, che consiste nella possibilità di attività volontarie (che, in quanto gratuite, sono svincolate dalla logica del profitto) e nella possibilità di fruire del tempo libero per la propria crescita personale (al di là e al di fuori, quindi, della logica dell’accumulo di beni materiali.

 

  1. Valore di memoria storica

 Infine i pensionati sono un serbatoio di “memoria” (storico – politica) di cui la società civile ha bisogno per valutare se le innovazioni della modernità e i provvedimenti del governo si inseriscano in un quadro di progresso storico o finiscano di fatto col costituire un regresso rispetto a conquiste democratiche. Nel passato, almeno fino al secolo scorso, agli “anziani” è stato riconosciuto il ruolo di garanti della “sapienza” o “saggezza” di un popolo: col trionfo della tecnologia gli anziani sono stati scavalcati dai giovani nel sapere tecnologico, per cui non hanno più niente da testimoniare o insegnare alla società sotto il profilo delle competenze tecnologiche (pensiamo allo scarto che c’è tra anziani e giovani rispetto all’utilizzo di computer e di internet), ma hanno conservato i privilegio di custodire la memoria storica della società. Sono gli anziani, infatti, e quindi i pensionati che possono testimoniare col loro vissuto (al di là di libri che spesso le nuove generazioni non leggono) cosa ha significato (in termini di lotte e sacrifici, personali e di gruppi) avviare in Italia un processo di costruzione della democrazia. Cosa ha significato far passare dalla proclamazione scritta dei valori della Costituzione (penso al formidabile art.3 ad esempio) alla pratica attuazione degli stessi, in termini di accesso ai diritti di tutti. Ad esempio in termini di accesso a una scuola per tutti e di tutti, gli anziani ricordano quando i figli degli “operai” e quelli dei “dottori” accedevano a scuole diverse, gli uni all’avviamento professionale per continuare la tradizione familiare di lavoratori manuali, gli altri al percorso che li avrebbe portati alla laurea per continuare la tradizione familiare di appartenenti alla classe dirigente. E, quindi, la loro testimonianza è preziosa per aiutare la società civile (e soprattutto le nuove generazioni) a comprendere se – per restare al problema della scuola – la cosiddetta riforma Gelmini (cioè la scelta di ridurre le ore di lezioni, di ridurre le cose da studiare, di ridurre il personale occupato, di ridurre le risorse finanziarie delle scuole) serve a potenziare o a smantellare la scuola democratica, faticosamente conquistata con lotte operaie e studentesche, scuola la cui necessità è sintetizzata nel monito di don Lorenzo Milani “Il padrone sa 1000 parole, tu ne sai 100: ecco perché lui è il padrone”.

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