Pubblicato da: luigivassallo | 3 febbraio 2010

Quando il padrone preferisce un prodotto di bassa qualità

Quando il padrone preferisce un prodotto di bassa qualità

In alcuni commenti alla mia nota Che sta succedendo alla scuola italiana?è stato sollevato il problema delle insufficienze degli insegnanti. E’ un problema da non ignorare, che, però, non deve essere svincolato dal quadro complessivo che ho cercato di delineare nella precedente nota.

Ho un po’ di pudore a intervenire su questioni complesse, mentre me ne sto … fuori della mischia (grazie al mio pensionamento): non vorrei essere percepito come uno di quelli che guardano la partita (di cui ho parlato in altra mia nota). Tuttavia, forse una legittimità a intervenire ce l’ho, non solo per il mio passato di “militante” della scuola, ma anche per il mio presente di nonno di tre nipotine che con la scuola dovranno prima o poi fare i conti. E allora, continuo a parlare.

La disgregazione della nostra società (di cui il berlusconismo è effetto e concausa a un tempo) ha fatto emergere con forza una polarizzazione nella scuola tra chi cerca di “essere” insegnante e chi si limita a “fare” l’insegnante: degli uni sono oggettivi alleati quei genitori (forse la minoranza) che chiedono più formazione per i loro figli (e, quindi, una scuola più esigente con quadri orari curricolari ed extracurricolari arricchiti); degli altri sono oggettivi alleati quei genitori (forse la maggioranza) ai quali sta bene una promozione qualsiasi alla classe successiva e che chiudono gli occhi sul fatto che scuola scadente (per quantità e qualità) significa per i loro figli minori possibilità di trovare lavoro in futuro e minore inclusività nella società moderna.

Questa polarizzazione, che oggi emerge con forza, c’era già quando io ero studente e quando ero insegnante, e con essa ho dovuto fare i conti da preside. Il fatto è che eccellenze e miserie della scuola italiana sono sparpagliate in ogni territorio, in ogni scuola e, forse, in ogni classe, senza che i vari governi abbiano adottato provvedimenti strutturali per potenziare le une e deprimere le altre. Anzi non è raro che l’Amministrazione scolastica centrale e periferica tolleri e protegga di fatto patologie nella scuola, come hanno potuto sperimentare di persona tutti i dirigenti scolastici che hanno cercato di rimuovere le patologie dalla propria scuola.

Così l’attuale governo ha buon gioco a fare accettare all’opinione pubblica come giusti e doverosi i tagli alla scuola, sbandierando le patologie come se fossero la normalità della scuola e tacendo sulle proprie inadempienze per eliminarle. Ma voi ve la immaginate una fabbrica il cui padrone preferisca un prodotto di bassa qualità e che provi fastidio per gli operai più impegnati e responsabili che vorrebbero innovazioni per migliorare il prodotto e intanto sono costretti a litigare anche con i loro colleghi ai quali sta bene produrre poco e male perché così non ricevono fastidi dal padrone? Un padrone del genere sta pilotando la fabbrica verso il fallimento: o è pazzo o ha trovato modo di guadagnare sul fallimento. In tutt’e due i casi deve essere fermato: per il diritto al lavoro degli operai e per il diritto dei consumatori alla qualità del prodotto. E i due diritti sono strettamente intrecciati: non si difende il posto di lavoro se non si migliora la qualità, non si migliora la qualità se non si mette al centro della produzione il rinnovato orgoglio professionale di chi lavora.

Su un progetto del genere bisogna fare incontrare la parte migliore dei professionisti della scuola e la parte migliore della società civile. So bene che è difficile; ho provato a costruire quest’alleanza quando ero dirigente scolastico, continuo a suggerirla ora. Tra qualche giorno andrò a dire cose del genere nel mio primo congresso del sindacato pensionati, perché noi pensionati non possiamo restare indifferenti (non fosse altro che per i nostri nipoti) al massacro che chi governa sta facendo dei pubblici servizi, a partire dalla scuola.

Concludo con un appello agli insegnanti (a quelli che cercano, nonostante tutto, di “essere” insegnanti): RESISTETE!!! PER CONTINUARE AD ESISTERE.

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Responses

  1. Caro gigiotto è con un certo sentimento di “estraneità” che intervengo nella discussione. L’interesse e la passione che mi spingono a farlo risentono del clima generale che sembra sospingere “fuori” dalla discussione chiunque cerchi di ritornare al “centro” delle questioni facendolo apparire come “estraneo” al contesto un inutile “fuori luogo”.
    Tuttavia, voglio “resistere” alla tentazione dell’estraneamento e provare a ri-portarmi al centro della domanda:dove va la scuola?
    Molto si è scritto sul suo “destino”. Ricordo alcune pagine di Nietzsche scritte nel 1872, quando era ancora professore a Basilea; Sull’avvenire delle nostre scuole contengono alcune delle affermazioni’ più radicali e rivoluzionarie contro il sistema della cultura moderna che mai siano state enunciate. Nel suo tentativo di “indovinare l’avvenire” fondandosi, ” come un augure, sulle viscere del passato”, Nietzsche è riuscito qui a individuare il nesso fra l’educazione scolastica, anche nelle sue zone più apparentemente disinteressate, e l’utilizzazione della forza-lavoro intellettuale da parte della società e ai fini della società stessa, che sono poi quelli di “allevarsi quanto prima è possibile utili impiegati, e assicurarsi della loro incondizionata arrendevolezza”. Di fronte a tale brutale intervento, ogni cultura che non voglia identificarsi con l’ordine costituito dovrà agire contro di esso. Dietro la spinta verso una diffusione sempre maggiore della cultura, in cui riconosceva uno dei “dogmi preferiti dall’economia politica di questa nostra epoca”, Nietzsche vide dunque un proposito di oppressione e di sfruttamento, insomma l’ombra stessa dell'”economia politica” nel suo senso più generale.
    L’asservimento funzionale della scuola al mondo del lavoro, inteso anche nella sua nobile accezione, ha difatto segnato un destino che sottraendo la scuola (luogo di trasmissione e produzione del sapere) alla sua necessaria “inutilità” (ozio operoso) l’ha difatto negata nella sua essenza che è quella di creare le condizioni di sviluppo inteso marxianamente come permanente superamento dello “stato di cose presente”; ridotta a funzione del lavoro, ripiegata sulle utilità del presente, la scuola ha smarrito la sua ” immediata inutilità”; la sua dimensione “avveneristica” che sola la giutifica.
    Quanta responsabilità ci sia in ciò anche da parte della cosidetta “sinistra” è un dato inconfutabile!
    Andrebbe ricostruito un orizzone di pensiero che sappia restitituire la scuola alla sua “attuale inutilità”. Ogni epoca definisce le proprie utilità e in ogni epoca la scuola dovrebbe esser chiamata ad un esercizio di “superamento” come “un’ anomalia selvaggia”, a ricostruire sempre da capo ciò che sembra esser dato una volate per tutte; un continuo esercizio di “negazione” oltre ogni affermazione.
    Ma a chi interessa tutto ciò?
    Siamo rimasti orfani!!!

    • Caro Sebastian, stai sostanzialmente toccando il tema dell’ALTERITA’ come orizzonte dell’uomo, anzi come suo inveramento, e quindi quello della scuola come luogo in cui l’ALTERITA’ possa/debba essere esperita e teorizzata. E’ sostanzialmente questa la mia idea di scuola. Siamo rimasti orfani. E’ vero, quindi non possiamo che camminare con le nostre gambe, ormai avviati all’adultità.

  2. Credo che Sebastian colga il vero affermando che “L’asservimento funzionale della scuola al mondo del lavoro […] ha difatto segnato un destino che sottraendo la scuola […] alla sua necessaria “inutilità” (ozio operoso) l’ha difatto negata nella sua essenza […]”, anche se, probabilmente, questo era un passaggio necessario per colmare il dislivello socio-culturale dell’Italia nel corso del novecento. Io vorrei tuttavia porre l’attenzione sulla responsabilità personale, puntando lo sguardo proprio sulla classe docente. Dalla mia esperienza ho dedotto che la maggior parte di coloro che ne fanno parte ha vissuto la scuola solo in funzione dell’ “utile” inteso come un acculturarsi per compiere un passaggio di classe e per svolgere un lavoro che desse “lustro” anche attraverso un titolo di “dignità” come “professore”, o “dottore”, sebbene abbiano letto quasi tutti “Cesare fui ora son Giustiniano”. Per non dire di quelli che arrotondano lo stipendio con le lezioni private, senza pagare tasse e senza farsi scrupolo di impartirle ad alunni della scuola in cui insegnano, se non della stessa classe a loro affidata. In ogni caso l’”incuria” dei docenti per le sorti della scuola pubblica la si respira nei collegi distratti o proni davanti a qualsiasi comunicazione sulle aberrazione della riforma. Da un anno e più vago tra i gruppi dei colleghi con in mano le tabelle dei nuovi curricoli e quadri orario, chiedendo attenzione alla riduzione nel liceo scientifico dell’ “inutile” latino. Mi tengo gli appellativi di “Don Chisciotte” o di “idealista” che mi vengono da coloro che concordano, ma asseriscono che le cose stanno così e bisogna rassegnarsi. Mi accorgo che molti sperano che dallo Scientifico si passi al Tecnologico. E questi non si preoccupano di dichiarare apertamente che era ora che il latino sparisse dal liceo scientifico, è una lingua morta che non “tira più”. Il berlusconismo “causa ed effetto” si è impossessato ormai anche di chi Berlusconi non l’ha votato. Per questo credo che i consapevoli di questo disastro umano, prima che “culturale” debbano uscire dalle mura scolastiche ed unirsi ai più deboli, i lavoratori sfruttati, gli operai licenziati, i rifugiati, difendendo l’idea di una scuola dove, come dice Sebastian, l’”inutile” è un valore di per sé che io ritengo fondamentale per garantire quel diritto di cittadinanza, di cui parla Luigi, possibile solo nella realizzazione dell’articolo 3 della nostra costituzione.

  3. Come si fa a non essere d’accordo con quanto scrivete … però, però … sarebbe bene non dimenticare alcune responsabilità chiare, nette, inequivocabili:
    a) quell'”inutile valore di per sé” (che non è ovviamente una prerogativa del latino, ma della cultura in generale) è stato utilizzato (e talvolta viene ancora utilizzato o vorrebbe essere utilizzato) come strumento di selezione esplicita, quella che allontana dalla cittadinanza e opera contro il dettato dell’articolo 3 (vedere don Milani);
    b) quell'”inutile valore di per sé”, soprattutto quando si tende a evidenziarne l’inutilità, più che il valore, è utilizzato per giustificare la selezione nascosta, tacita, quella che manda avanti sempre e comunque, anche in assenza del conseguimento di conoscenze e competenze essenziali. Tale selezione non fa che confermare la disuguaglianza sociale.
    Penso quindi che il discorso non sia tanto sull’aumentare, ridurre, mantenere o meno l’orario di una materia, quanto una riflessione sulla necessità di modificare profondamente il modo di “fare” scuola. Io insegno matematica e ho sempre sostenuto che se l’insegnamento della matematica non sarà profondamente modificato, allora è meglio che venga abolito. E temo di essere portato a pensarla allo stesso modo per le altre materie.

  4. Caro Domingo concordo senz’altro con le tue conclusioni. Ma mi sembra evidente che gli autori della “riforma” si sono posti solo l’obiettivo dell'”utile” senza andare molto per il sottile. Sono almeno dieci anni che vado affinando la sperimentazione di una didattica nuova delle materie letterarie e in particolare del latino, nella convinzione che la motivazione seduce gli alunni e li induce ad accostarsi anche alle materie difficili. E sono naturalmente convinta che la motivazione non passi per la banalizzazione, ma attraverso una comunicazione che dia senso vitale ai contenuti delle materie. Ma quanti docenti sono disposti a mettersi sulla impervia strada della ricerca metodologica e della stessa comunicazione? Credo che se fossimo stati forti di questa ricerca avremmo fermato una riforma fondata esclusivamente sulla logica dei tagli e priva di qualsiasi seria riflessione pedagogica e culturale .

    • Hai pienamente ragione Pina; d’altra parte la logica che ha guidato la riforma è figlia della logica che guida le scelte politiche in generale e non solo le scelte in termini di politica scolastica. È uscito oggi un saggio di Latouche per i tipi della Bollati Boringhieri (L’invenzione dell’economia). Nella recensione su La Repubblica di oggi sono riportate alcune idee di Latouche: “viviamo ancora in piena apoteosi dell’era economica. Viviamo l’acme della onnimercificazione del mondo. L’economia non solo si è emancipata dalla politica e dalla morale, ma le ha letteralmente fagocitate. Occupa la totalità dello spazio. Il discorso pubblicitario, che invade tutto, diffonde la visione paneconomica e la spinge fino all’assurdo: pretendendo di dare un senso alla vita, ne rivela la mancanza di senso”. Tutto ciò mi sembra strettamente legato alla riflessione che si sta sviluppando in questa sorta di “riserva indiana” (a scanso di equivoci: non mi vanto né mi beo di appartenere alla riserva indiana; questa consapevolezza è, anzi, per me fonte di amarezza e dolore): emerge la necessità di una scuola che riesca a sottrarre i giovani dall’incantesimo del villaggio mediatico, aiutandoli ad acquisire strumenti culturali per l’esercizio di una cittadinanza informata, consapevole, critica e responsabile.
      Le scelte didattiche, gli obiettivi essenziali (in termini di conoscenze e competenze) e le metodologie, non possono non essere una diretta conseguenza della finalità principale che oggi ha un sistema di istruzione ed educazione : aiutare i giovani ad acquisire strumenti culturali per l’esercizio di una cittadinanza informata, consapevole, critica e responsabile.

  5. sono affascinata dall’intervento di sebastian, perchè dice con esatta precisione ciò che la scuola è ed è stata per ogni potere e ciò che la scuola dovrebbe essere in nome della cultura; ho sempre detto ai miei studenti, in modo molto semplice, che il latino è prezioso proprio perchè non immediatamente “spendibile”, perchè li induce alla fatica del pensiero senza vederne subito l’utilità e li sottrae ad un mondo dove esisti solo se consumi.
    ovviamente condivido anche gli interventi di domingo e pina, ma vorrei ancora sottolineare quanto sia importante partire dall’assunto di sebastian e ribadirlo con forza.


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