Pubblicato da: luigivassallo | 30 gennaio 2010

Quelli che giocano la partita e quelli che la guardano

Quelli che giocano la partita e quelli che la guardano e … sanno come giocarla meglio

Gli atleti sono sul campo, reduci da giorni di allenamento impegnativo e da studi di schemi tattici sotto la guida del loro allenatore. Ora sono pronti a una sfida che non è più simulata come durante gli allenamenti; una sfida che affrontano col caldo o il freddo o la pioggia e, insieme, col tifo appassionato o scontento del proprio pubblico e col fiato dei commentatori sportivi sul collo.

Il pubblico sugli spalti intona cori a sostegno della propria squadra o, se le cose non sono andate bene negli ultimi tempi, rumoreggia contro gli insuccessi della squadra. Condivide, comunque, con la propria squadra la sopportazione delle condizioni meteorologiche, caldo o freddo o pioggia, senza poter neppure correre avanti e indietro per il campo.

A casa (sul divano) o al bar c’è un altro pubblico davanti alla TV, un pubblico che segue con attenzione la partita e che, grazie anche ai “replay” alla moviola, è in grado di sezionare ogni azione e di cogliere ogni incertezza o errore dei propri beniamini. “Guarda quello come arriva in ritardo sul pallone”. “Portiere, ma che acchiappi, le farfalle?”. “Ma vaffa … s’è mangiato un goal che avrebbe fatto anche un cieco”.

Ce n’è anche per l’arbitro, l’unico che – negli insulti che riceve – riesce a mettere d’accordo i tifosi di entrambe le squadre e ciascuna squadra con i propri tifosi.

Infine c’è un certo tipo di pubblico, in genere femminile, che segue distrattamente la partita, perché impegnato in altre faccende (ad esempio in cucina), ma che non disdegna qualche commento, magari per solidarietà col pubblico che siede davanti alla TV, e qualche suggerimento “sapiente” all’allenatore che, però,  non dà segni di ascoltarlo.

Di solito chi ha smesso di giocare non fa parte di nessuna di queste tipologie di pubblico, perché o, in qualche modo, è rimasto in una squadra (con funzioni di consigliere, manager, allenatore ecc.) o è uscito definitivamente di scena, ritenendo che quando si smette si smette veramente e non si fa (come capita a chi lascia la scuola, per esempio come capita a me) che si continua a “mettere becco” in un’attività o in un lavoro che più non ci tocca.

Così, chi gioca qualche sbaglio lo commette. Chi guarda giocare non sbaglia mai e si incazza degli sbagli degli altri e dell’ “incompetenza” dell’allenatore.

Se alla partita (con squadra, allenatore e pubblico) sostituite altre scene di vita, il risultato non cambia. Troverete sempre che c’è chi fa e chi, senza fare, è prodigo di critiche agli errori ( o a quelli che lui crede errori) altrui.

Quando avevo 18 anni e cominciavo a criticare la società nella quale vivevo, mio padre mi diceva “T’aggia vedé ‘nzurato e mast’ ‘e puteca” (= Ti devo vedere sposato e maestro di bottega), come dire “Voglio vedere che saprai fare tu quando giocherai la partita, quando avrai una famiglia tua e avrai un lavoro tuo”. Mio padre non aveva studiato il latino, ma possedeva per istinto popolare il senso di “Hic Rhodus, hic salta” (= Qua è Rodi, fallo qua il salto) e cioè la diffidenza verso chiunque, a parole, proclamasse di saper fare meglio degli altri, sfuggendo poi alla prova dei fatti.

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