Pubblicato da: luigivassallo | 14 gennaio 2010

Con negli occhi il terremoto di Haiti

Con negli occhi le immagini del terremoto di Haiti

Un’altra tragedia devastante (un’apocalisse nei titoli dei mass media).

Anche stavolta cercheremo di capire: dove finisce la violenza cieca e inconsapevole della natura e dove cominciano le responsabilità degli esseri umani? perché certi popoli sanno convivere con le catastrofi naturali riducendo al minimo i loro effetti ed altri popoli no? perché le devastazioni sono più devastanti per i poveri? in che misura lo sviluppo tecnologico ed economico dei Paesi ricchi e di quelli che lo stanno diventando aggrava, potenziandoli, i disastri possibili in natura?

Tutte domande, fondate su frammenti di verità effettuale, con le quali cerchiamo di razionalizzare l’irrazionale cioè di dare un senso all’esplosione delle forze distruttrici della natura, per tenerle, in qualche modo, sotto controllo.

In fondo gli uomini hanno cercato sempre questo, di tenere sotto controllo la potenza distruttrice della natura, per razionalizzare la propria ansia e il proprio senso di sconforto di fronte a tali fenomeni. Hanno cercato di farlo con le pratiche magiche per aggiogare gli spiriti nascosti nella natura, con la fede in divinità provvidenziali  per scongiurare la propria distruzione o per dare un senso di redenzione alle proprie sofferenze, con la fede nel progresso scientifico e nelle invenzioni tecnologiche per controllare, riprodurre, modellare e governare le forze della natura. E ogni volta, all’improvviso, si sono trovati a fare i conti con qualcosa che al loro controllo, al loro scongiuro, al loro indirizzamento era comunque sfuggito. Sfuggito per caso, sfuggito per errore umano, sfuggito perché – come dice Prometeo (che pure aveva cercato di migliorare le sorti umane mettendo gli uomini a parte dei segreti della tecnica)  in una tragedia di Eschilo “La tecnica è di gran lunga più debole della natura”?

Il pensiero corre a Leopardi, alla sua “Ginestra”, alla sua amara ironia sulla pretesa degli umani di vantarsi di progressi inarrestabili e sul suo monito a costruire sulla comune esposizione alla “inimicizia” della natura una solidarietà autentica tra tutti gli esseri umani.

Di solidarietà si parlerà anche di fronte a questa nuova immane tragedia. Ci saranno appelli, ci saranno raccolte di fondi e altri aiuti, magari promosse e sostenute col ricorso alla spettacolarizzazione televisiva. Poi l’emozione svanirà a poco a poco e questa tragedia scivolerà nella dimenticanza come tutte le precedenti.

Il monito di Leopardi a costruire una solidarietà autentica resterà, invece, ancora attuale, per chi vuole ascoltarlo. E con esso il messaggio della ginestra che, dinanzi alla natura che la distrugge, non implora pietà né si vanta di una sua presunta superiorità, ma si limita a rialzare il capo e a continuare a vivere, accettando i propri limiti.

E tu, lenta ginestra,

Che di selve odorate

Queste campagne dispogliate adorni,

Anche tu presto alla crudel possanza

Soccomberai del sotterraneo foco,

Che ritornando al loco

Già noto, stenderà l’avaro lembo

Su tue molli foreste. E piegherai

Sotto il fascio mortal non renitente

Il tuo capo innocente:

Ma non piegato insino allora indarno

Codardamente supplicando innanzi

Al futuro oppressor; ma non eretto

Con forsennato orgoglio inver le stelle,

Né sul deserto, dove

E la sede e i natali

Non per voler ma per fortuna avesti;

Ma più saggia, ma tanto

Meno inferma dell’uom, quanto le frali

Tue stirpi non credesti

O dal fato o da te fatte immortali.

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