Pubblicato da: luigivassallo | 15 dicembre 2009

Appello ai giovani

Ho trovato tra le mie vecchie carte una lettera che indirizzai ai giovani della mia città natale nel maggio 1985. La pubblico sul blog perché potrei averla scritta anche pochi minuti fa.

 

Appello ai giovani

Ho sentito dire tante volte da quelli della mia generazione (e confesso di averlo talvolta pensato anch’io) che i giovani d’oggi non hanno valori, che appaiono apatici, che non sono sensibili ai discorsi di cambiamento ecc.

            Forse è vero, ma, anche se è vero, anzi, soprattutto se è vero, voglio chiedere scusa ai giovani di oggi … e per due motivi:

1)      appartengo ad una generazione che non è riuscita a fare incontrare l’utopia delle grandi speranze col realismo delle miserie quotidiane, l’azzurro del cielo col fango della terra, l’Uomo dell’avvenire con gli uomini in carne ed ossa del presente;

2)      non ho fatto abbastanza nella mia vita per rendere più umano e più degno di essere vissuto il mondo che mi circonda.

Se questi giovani si mostrano apatici, cinici, indifferenti, il loro disinganno, l’amarezza che non di rado spegne i loro guizzi, la tentazione della resa che inquina il loro sorriso e la loro gioia, tutto questo pesa sulla nostra coscienza di adulti e chiama in causa le nostre complicità quotidiane con tutti quegli individui e con quei meccanismi, che – giorno dopo giorno – avvelenano l’esistenza sociale e respingono l’ingenuità e la generosità nel chiuso dell’angoscia o nel buio dell’emarginazione.

Ogni volta che con i nostri comportamenti calpestiamo o lasciamo calpestare i valori universali della giustizia, della solidarietà, dell’uguaglianza – valori sanciti nella nostra Costituzione, valori santificati nel sentimento religioso, valori radicati nel profondo biologico degli esseri umani – ogni volta che calpestiamo o lasciamo calpestare questi valori, noi graviamo la nostra coscienza del delitto di uccidere la speranza, di violentare la fede, di mortificare l’ingenuità.

È scritto che, se il sale diventa scipito, è buono solo ad essere calpestato. Ma cosa accadrà a chi ha tolto sapore al sale, inquinandolo giorno dopo giorno col veleno del suo buon senso, del suo saper vivere, del suo capire che le cose sono andate sempre così e non c’è niente da fare, del suo sentenziare che bisogna trovarsi il santo protettore giusto?

Come potranno i giovani di oggi credere nelle nostre istituzioni democratiche, se un sussulto di coscienza popolare non scuote queste istituzioni, per strapparle ai tentacoli che le stanno soffocando e che si chiamano clientelismo, complicità con la camorra e con la mafia, omertà?

E l’omertà non è solo quella di chi sa e favorisce la corruzione e lo sfruttamento, ma è anche quella di chi preferisce nascondere la testa come lo struzzo, chiudersi in casa dietro una porta blindata, inscatolare il proprio cervello dinanzi al televisore, negandosi ad ogni pericolo di pensare con la propria testa.

E allora lanciamo una parola d’ordine esistenziale: usciamo dal chiuso delle paure, delle pseudo-certezze, delle indifferenze; ritorniamo nelle strade a parlare, a discutere, a confrontarci: e, soprattutto, restituiamo le istituzioni democratiche ai cittadini, affinché il sabato sia per l’uomo e non un mezzo per schiacciarlo.

Cosa posso dire ai giovani dopo questa premessa? Innanzitutto voglio augurarvi di non lasciare mai che vi usino, di riuscire a rompere la trappola del consumismo che è pronto a lusingarvi per spremervi soldi nell’abbigliamento, nelle discoteche, nelle moto, talvolta nelle droghe. E poi voglio dirvi che una società che lascia marcire le energie giovanili, emarginandole nella disoccupazione, infiacchendole nello sperpero delle risorse, nello sperpero del tempo, nello sperpero degli entusiasmi, illanguidendole nell’attesa sempre rinviata, è una società votata alla morte: è una società che ama il travestimento giovanilistico, che idolatra i miti della velocità, dello stare in forma, dell’essere giovani, ma, in realtà, prigioniera com’è del suo presente, non ha il coraggio del futuro, non lascia schiudere dal suo senso la speranza … e così la gioventù, apparentemente carezzata, non esplode col suo bisogno purificatore di rinnovamento, ma c’è solo una maschera stantia di giovanilismo che si scioglie giorno dopo giorno svelando la decrepitezza e l’appassimento.

Il vecchio uomo sta morendo. Ma il rischio è che, nella sua agonia avvelenata, riesca ad imputridire anche l’uomo nuovo di cui pure si cominciano a sentire i primi vagiti. Vorrei che i giovani non restassero spettatori più o meno distratti di questa lotta secolare tra vecchio e nuovo. Vorrei che, in un ideale affresco michelangiolesco, i giovani potessero sorgere come Adamo al soffio vitale di una vita finalmente liberata.

Che muoia il vecchio: la violenza, l’ingiustizia, la ricchezza dei pochi, la povertà dei tanti (la povertà del Terzo Mondo, la povertà delle nostre città, la povertà della miseria morale), il profitto come unica fede per la quale si può licenziare e condannare una generazione alla disoccupazione, per la quale si può devastare le economie di interi Paesi, per la quale si può vendere armi a popoli che non hanno il minimo nutrimento, per la quale si continua a distinguere tra amici e nemici, per la quale ci si ammazza divisi in bande … Che nasca il nuovo: la pace, la solidarietà, la giustizia, la riconciliazione, la restituzione a tutti gli uomini della dignità di essere umano, l’affermazione dell’uomo come fine e come misura etica di tutte le scelte politiche ed economiche …

Nelle culture precristiane la vita non è altro che ciclica ripetizione: cambiano le apparenze, ma la sostanza resta la stessa; il destino è in gran parte fissato; il sole sorge e tramonta, la primavera scompare e ritorna … Con termine greco si parla di anakyklesis cioè di ritorno al punto di partenza. La cultura cristiana, al contrario, ha innestato nella storia la dimensione nuova della speranza, del futuro che è in buona parte rottura col passato nella misura in cui il passato appartiene ai figli delle tenebre. In greco si parla di anastasis, che vuol dire alzarsi in piedi, insurrezione, resurrezione …

Chi ripete che non si può cambiare, che è stato sempre così e così sarà, chi sorride delle utopie, costui, anche se osserva minuziosamente le prescrizioni rituali e partecipa alle manifestazioni esteriori della religione, è portatore (forse inconsapevole) di una cultura che nega alla radice la speranza cristiana. Chi ha fame e sete di giustizia,  chi impreca contro l’iniquità di un sistema economico-politico che produce emarginazione e disperazione, guerre commerciali e guerre militari, clientelismo e corruzione, chi afferma che è l’ora di risorgere dallo sperpero delle risorse, dall’accumulo di armi fantascientifiche, dalla mortificazione della dignità umana, costui, anche se professa fedi diverse o guarda con diffidenza ogni fede, marcia – anche senza saperlo – sul sentiero della speranza cristiana.

Chi ha ridotto la croce di Cristo a simbolo di parte, chi – peggio – ha mascherato con la croce di Cristo i propri scandali, i propri crimini, i propri saccheggi, ha sulla propria coscienza il fossato che si è scavato tra quella croce e l’umanità dolente per la quale soprattutto essa si è levata.

Da che parte staranno i giovani?

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Responses

  1. quando scrivesti questo appello mi sentii fra i destinatari;rileggerlo oggi e scoprirne la drammatica attualità mi suggerisce la convinzione di non esserne stato all’altezza! e,tuttavia,malgrado l’entusiasmo e l’energia non siano più gli stessi le tue parole mi sollecitano a non cedere alla rassegnazione. con stima e gratitudine da fratello a fratello da compagno a compagno da luigi a luigi

  2. That was some enlightening piece

  3. What a truly fun piece!!


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