Pubblicato da: luigivassallo | 5 dicembre 2009

Siamo nati per collaborare (ci piaccia o no)

SIAMO NATI PER LA COLLABORAZIONE

Marco Aurelio, imperatore romano nel II secolo dopo Cristo, scrive in greco le sue riflessioni filosofiche, tra le quali la seguente:

Dirsi dal mattino: Incontrerai persone occupate in cose inutili, ingrate, prepotenti, false, maligne, insocievoli. Tutto questo capita loro a seguito dell’ignoranza del bene e del male. Ma io, dal momento che ho contemplato la natura del bene e ho visto che è cosa bella e la natura del male e ho visto che è cosa brutta e la natura di chi sbaglia che è mio parente, non perché abbia il mio stesso sangue, ma perché partecipa come me della mente e della scintilla divina, non posso ricevere danno da nessuno di loro: nessuno infatti mi avvolgerà con la bruttezza morale né io posso adirarmi contro chi mi è parente né odiarlo. Noi infatti siamo nati per collaborare, come i piedi, come le mani, come gli occhi, come le file dei denti superiori e inferiori. Opporsi l’uno all’altro dunque è contro natura: adirarsi e disprezzare è un modo di scontrasi con gli altri.

I “cattivi”, dunque, ci sono e ci capita spesso di incontrarli. Tuttavia, anche i “cattivi” partecipano come noi della mente divina. Quindi, come i piedi devono camminare insieme (anche se uno dei due è deforme), come le mani devono prendere insieme gli oggetti (anche se una delle due è infortunata), come i denti devono masticare insieme (anche se alcuni sono cariati), così i “buoni” e i “cattivi” devono collaborare.

Un po’ difficile “digerire” questa riflessione di Marco Aurelio ai giorni nostri. Per questo non possiamo accantonarla, ma dobbiamo accettare la sfida della sua “provocazione”. Se superiamo il primo momento di sbandamento di fronte alla provocazione, possiamo riflettere su alcune questioni poste da Marco Aurelio. Il punto di partenza è che “cattivi” e “buoni” appartengono alla stessa comune umanità: possiamo parlare di “famiglia” comune, di comune origine “divina” o, in termini più moderni, di appartenenza alla stessa specie dell’Homo sapiens, la sostanza non cambia. Insieme con questo riconoscimento, l’altro postulato è che chi è “cattivo” non lo è per fattori genetici o per sua libera scelta, ma solo perché non conosce la differenza tra ciò che è veramente bene e ciò che è solo falso bene e, quindi, è male. Posta così la questione, più che farci arrabbiare, i “cattivi” dovrebbero suscitare la nostra compassione. In ogni caso, arrabbiarci con loro, oltre a essere inutile, è contro natura perché sono parte di noi come una gamba è parte dell’altra. Questo non comporta che condivideremo le azioni dei “cattivi”: essere solidali con loro, se ci deve spingere ad evitare di adirarci, non deve significare approvarne i comportamenti. In altre parole, possiamo contestare le azioni dei “cattivi” senza odiare la loro persona e senza dimenticare che, in quanto parte della nostra stessa umanità, devono essere recuperati anch’essi alla dimensione umana.

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