Pubblicato da: luigivassallo | 3 ottobre 2009

Bisogna pagare di più un insegnante o un atleta?

BISOGNA PAGARE PIU’ UN INSEGNANTE O UN ATLETA?

A che sono ridotti gli intellettuali romani oggi? Se lo chiede Giovenale (poeta latino del I-II secolo dopo Cristo) nella satira VII. A pensare di prendere in affitto uno stabilimento balneare o una panetteria o di accettare un lavoro da banditore pubblico (da pubblicitario, diremmo oggi). Certo, per campare, meglio un lavoro del genere che ridursi a fare il falso testimone in tribunale per danaro (oggi magari spacciare calunnie o lodi sperticate a beneficio dei potenti su un giornale). Che nessuno speri di trovare un ricco mecenate che ne sostenga disinteressatamente le ricerche e gli studi: invece di illudersi è meglio buttare nel fuoco i propri appunti. Che pensano degli intellettuali quelli che hanno i soldi oggi? che sono una razza di fannulloni che pensano solo a dormire e a stare in ozio (Sed genus ignavum, quod lecto gaudet et umbra).

Certo gli arricchiti di oggi – osserva Giovenale – non evitano di mandare i figli a lezione da grandi maestri di declamazione, perché imparino a fare bei discorsi. Ma quando è il momento di pagare? Mercedem appellas? Quid enim scio? (Vuoi essere pagato? Ma io non ho imparato niente). Come se fosse colpa dell’insegnante se a questo giovincello che si gloria dei soldi di papà il cervello (ma Giovenale parla di cuore “sotto la mammella sinistra”) fa un po’ difetto: Culpa docentis scilicet arguitur, quod laevae parte mamillae nil salit Arcadico iuveni.

Chi non bada a spese per una villa ricca di bagni e di portici e per uno stuolo di camerieri sta attento quando si tratta di pagare un bravo insegnante per suo figlio, fosse pure un maestro del calibro di Quintiliano: Hos inter sumptus sestertia Quintiliano, ut multum, duo sufficient; res nulla minoris constabit patri quam filius (Tra tutte queste spese, per Quintiliano saranno sufficienti duemila sesterzi al massimo; niente costerà a un padre meno di un figlio).

Eppure, quando si parla di insegnanti, questa stessa società, così avara nel pagarli e nel riconoscerne i meriti, non tiene a freno le proprie pretese. L’insegnante deve conoscere a menadito le regole della lingua, la storia, tutti gli autori, al punto da saper rispondere, mentre se ne va (per i fatti suoi) alle terme o ai bagni, a qualsiasi domanda, ad esempio sulla nutrice di Anchise, sul nome e la patria della matrigna di Anchemolo, su quanti anni è vissuto Aceste, quanti barili di vino siciliano donò ai Frigi (ut praeceptori verborum regula constet, ut legat historias, auctores noverit omnes tamquam ungues digitosque suos, ut forte rogatus dum petit aut thermas aut Phoebi balnea, dicat nutricem Anchisae, nomen patriamque novercae Anchemoli, dicat quot Acestes vixerit annis, quot Siculi Phrygibus vini donaverit urnas).

E le pretese nei riguardi degli insegnanti non finiscono qui. Devono essere capaci di formare i caratteri dei loro allievi, devono fare da padre alla classe (insomma, devono sostituire la famiglia nella funzione educativa), devono vigilare che i ragazzi non si lascino andare a comportamenti vergognosi. Per usare termini di oggi, si pretendono dagli insegnanti competenze disciplinari, metodologiche, didattiche e pedagogiche. E in cambio cosa si offre agli insegnanti, che, giustamente, obiettano che non è facile tenere sotto controllo mani e occhi di tanti ragazzi (classi numerose anche ai tempi di Giovenale!!!)? Uno stipendio annuale che forse non arriva al guadagno di un solo giorno che gli stessi che sono tirchi congli insegnanti giustificano per chi si esibisce nel circo (o, per dirla in termini di oggi, per chi gioca al calcio): “Non est leve tot puerorum observare manus oculosque in fine trementis”. “Haec, inquit, cura, sed cum verterit annus, accipe, victori populus quod postulat, aurum”.

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Responses

  1. Bene. Mi hai convinta, quest’anno leggerò Giovenale. Grazie.

    • Io, invece, sto valutando l’opportunità di mettermi a fare l’atleta! :-))
      Domingo


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