Pubblicato da: luigivassallo | 30 settembre 2009

Meno male che Trimalcione c’è!!!

Chi è Trimalcione o Trimalchione? È un personaggio che riempie gran parte (con la sua mole e con le sue performances) del SATYRICON, opera  latina “strana”, che ci è arrivata incompleta, di cui la parte più consistente è costituita proprio dalla Cena Trimalchionis (“Il pranzo a casa di Trimalcione”).

L’autore è Petronio, forse l’intellettuale che Nerone costringe al suicidio o forse no: la questione dell’attribuzione è soprattutto di natura linguistica; si tratta di decidere se il latino del Satyricon, molto vicino a quello popolare e volgare e di certe iscrizioni trovate a Pompei, è del I secolo dopo Cristo ed è volutamente modellato dall’autore sulla parlata popolare o è di qualche secolo posteriore. Qui, però, non ci impegoliamo in questioni filologiche, ma ci limitiamo a ricostruire l’atmosfera della Cena, per vedere se ci dice anche qualcosa di noi e dei nostri giorni.

Chi  è, dunque, Trimalcione? Uno che è stato schiavo, poi è diventato  ricchissimo in modo non troppo pulito, si è comprato la sua attuale condizione di liberto (cioè di schiavo liberato) e ora tiene nella sala da pranzo un orologio e un suonatore di tromba per ricordarsi di volta in volta quanto ha già consumato della sua vita (lautissimus homo, horologium in triclinio et bucinatorem habet subornatum, ut subinde sciat, quantum de vita perdiderit). E da questo Trimalcione Encolpio, con i suoi amici avventurieri con i quali attraversa le vicende del  Satyricon, se ne va a mangiare in mezzo a una folla di commensali, che Trimalcione generosamente accoglie a tavola senza nemmeno conoscerli tutti e ai quali offre lo spettacolo della sua ricchezza, di cui la sua persona e le sue “invenzioni” per l’intrattenimento sono parte integrante.

Si comincia dall’ingresso nella casa di Trimalcione, sul quale compare un avviso minaccioso che rivela la vera natura di Trimalcione: Quisquis servus sine dominico iussu foras exierit, accipiet plagas centum (Qualunque servo esca senza il permesso del padrone riceverà cento frustate). Subito dopo sulle pareti un tripudio di immagini dipinte: un cane enorme alla catena, un mercato di schiavi e poi una celebrazione della biografia di Trimalcione (una specie, diremmo oggi, di fotoromanzo patinato) da quando arriva a Roma, guidato dalla dea Minerva, a quando impara a fare i conti a quando diventa tesoriere fino alla sua consacrazione da parte di Mercurio (che – si ricordi – è, tra l’altro, dio protettore dei commerci e, in qualche modo, anche dei ladri) e della Fortuna che dà a Trimalcione ogni abbondanza. In un angolo, in una pisside d’oro disposta in mezzo a tanti altri oggetti preziosi, si conserva (a mo’ di reliquia) la prima barba di Trimalcione.

Nella sala da pranzo Trimalcione fa il suo ingresso trionfale accompagnato dalla musica: ha al collo un fazzoletto da senatore, al mignolo della mano sinistra un grosso anello d’oro, al dito seguente un anello più piccolo, al braccio destro un braccialetto d’oro e un cerchio d’avorio intrecciato con una lamina di smalto.

Ora il banchetto può avere inizio. Ed è il trionfo dell’eccesso nel quale la ricchezza di chi si è fatto dal nulla viene esibita senza sconti e senza moderazione. Si mangia (meglio, ci si abboffa) con la gola, ma prima ancora con gli occhi, perché ogni pietanza è presentata dai cuochi al servizio di Trimalcione travestita sotto altre sembianze.

E i commensali vengono via via incantati con: una gallina di legno che cova grosse uova di pavone, ma, una volta aperte, le uova rivelano un beccafico avvolto in una fettina di vitello al pepe; vino per lavarsi le mani (perché l’acqua qui è bandita); vino di pregio da bere portato in giro  in contenitori le cui etichette proclamano che si tratta di vino di 100 anni; uno scheletrino d’argento snodato che fa recitare a Trimalcione versi (che lui ritiene un capolavoro) Così ci ridurremo tutti (…) Viviamo, dunque, sinché ci è permesso star bene; un grosso disco con i dodici segni dello zodiaco e per ognuno di essi una portata che (come spiegherà brillantemente Trimalcione stesso) richiama il singolo segno; quando si solleva il disco, sotto appaiono volatili, ventresche di scrofa e una lepre ricoperta di penne, mentre agli angoli del vassoio quattro statuette versano una salsa pepata su dei pesci che sembrano, così, nuotare in un canale; intanto su un fornetto d’argento viene portato in giro del pane; mastini vivi irrompono latrando nella sala da pranzo e con loro un vassoio con un cinghiale di eccezionale grandezza che ha tra le zanne una sporta piena di datteri freschi e un’altra piena di datteri secchi; intorno al cinghiale dei porcellini di pasta croccante, ma, sorpresa!, quando il cinghiale viene sventrato, ne schizzano fuori dei tordi; un maiale ammazzato sul momento, che il cuoco finge d’aver dimenticato di sventrare (e Trimalcione finge di rimproverarlo per la dimenticanza) e che, una volta sventrato, fa uscire involtini e salsicce; un vitello lesso agghindato con un cimiero; un vassoio ricolmo di focacce con in mezzo un Priapo che ha il grembo pieno di frutta di ogni genere spruzzata di zafferano; una gallina ingrassata e, insieme, uova di papera incappucciate; un gran piatto di tordi di farina di segala farciti di uva passa e noci e, inoltre, mele cotogne; un’oca ingrassata contornata di pesci e uccelli, che – svela Trimalcione – sono tutti di carne di porco; da due anfore, che due servi – fingendo di litigare – fanno rompere, escono ostriche e datteri; lumache su graticole d’argento.

Ogni tanto – per fortuna! – ci sono pause tra una portata e l’altra, che vengono riempite da balli, canzoni composte dallo stesso Trimalcione ed eseguite dai musicisti, approcci e prestazioni sessuali alla rinfusa, discorsi di Trimalcione, chiacchiere tra i commensali, regali che il padrone di casa distribuisce all’improvviso e a sorpresa ai commensali.

A un certo punto Trimalcione si allontana per andare al bagno e i commensali si mettono a chiacchierare in libertà su faccende di soldi, di sesso e di adulteri, sui prezzi che aumentano sempre più, sul popolo che di fronte alla carestia si ribella a parole (quando sta in casa) ma fuori fa il furbacchione (domi leones, foras vulpes). Sui prezzi e sulla carestia c’è anche chi la pensa diversamente e che ritiene che, se le cose vanno male oggi, andranno meglio domani, e poi, per consolarsi, basta pensare allo spettacolo di tre giorni di festa che è in preparazione: et ecce habituri sumus munus excellente in triduo die festa. C’è chi racconta che spende soldi per far studiare il figlio ma è pronto a fargli imparare un buon mestiere se non ha voglia di studiare, perché va bene la letteratura ma un mestiere non lo perdi mai: litterae thesaurum est, et artificium numquam moritur.

Encolpio riceve anche, dal suo vicino di posto, informazioni sugli altri commensali. Tutti liberti come Trimalcione, gente da non disprezzare, pieni di soldi. C’è quello, ad esempio, che dal nulla (de nihilo crevit) si è fatto un patrimonio di tutto rispetto. Certo c’è anche uno che il suo patrimonio se l’è fatto scialacquare dagli amici.

Trimalcione torna dal bagno e mette a parte i commensali dei problemi che ha avuto col suo intestino. Proprio perché li ha vissuti in prima persona, invita i commensali a non trattenersi per i loro bisogni corporali ma a darvi libero sfogo, visto che anche i medici dicono che è pericoloso trattenersi: et medici vetant continere.

Né Trimalcione dimentica la cultura. Ad esempio, a un certo punto, chiede a un retore di esporre una controversia (uno di quei dibattiti con i quali ci si allenava nelle scuole di declamazione), ma questi non fa in tempo a introdurre l’argomento (una controversa tra un ricco e un povero) che Trimalcione lo interrompe: quid est pauper? (che significa povero?).

Va meglio ad un altro commensale, al quale Trimalcione chiede di raccontare la sua avventura con un lupo mannaro, alla quale poi egli stesso risponde raccontando una sua avventura con le streghe.

E Trimalcione fa sfoggio della sua cultura. Anzitutto egli possiede tre biblioteche: una di libri in greco e una di libri in latino (sicché, nella matematica di Trimalcione, 1 + 1 fa 3). Poi ricorda che Troia fu conquistata da Annibale (che visse almeno 8 secoli dopo la caduta di Troia), che Cassandra uccise i suoi figli (ma Cassandra era vergine), che Dedalo chiuse Niobe nel cavallo di Troia (ma Dedalo c’entra col Minotauro, non con Troia), che Agamennone rapì Elena (ma a rapirla fu Paride).

I commensali accolgono pietanze, spettacoli, sorprese e discorsi di Trimalcione con grida di giubilo ed evviva. Qualcuno (uno o due) ride di questa esibita volgarità ignorante, finché un colliberto di Trimalcione lo scopre e lo rimprovera aspramente minacciando anche di passare alle vie di fatto. Ma Trimalcione interviene a mettere pace invitando a pensare a divertirsi.

A un certo punto, scortato da un notevole codazzo, giunge un certo Abinna che si atteggia a pretore ma è solo un sevir Augustalis (membro di un collegio in onore di Augusto), che però ha fatto i soldi facendo l’impresario di pompe funebri. Ovviamente seguono scambi di “eleganti” gentilezze tra lui e Trimalcione e tra le rispettive consorti, a base di allusioni sessuali più o meno esplicite e di sbandieramento di ricchezze e gioielli.

C’è anche una lettura pubblica del bollettino ufficiale delle ricchezze e dei possedimenti di Trimalcione con l’aggiornamento dello stato delle sue sostanze. E Trimalcione non dimentica di raccontare come ha saputo mettere su tanti soldi e come ha finito per possedere più del suo stesso paese: coepi plus habere, quam tota patria mea habet. La verità – conclude Trimalcione – è che tu vali per quello che possiedi; più hai, più sei stimato: Credite mihi: assem habeas, assem valeas; habes, habeberis.

La Cena ha una conclusione imprevista. Trimalcione si mette in testa di inscenare una prova generale del suo funerale, dopo aver dettato l’epigrafe per la propria tomba (la quale tomba dovrà essere, ovviamente, monumentale e immortalare tutte le sequenze della sua biografia): Qui riposa Gaio Pompeo Trimalcione Mecenaziano. Gli fu assegnata la carica di seviro senza che fosse nemmeno presente. Pur potendo essere inserito in tutte le decurie di Roma, non lo volle. Pio, forte, fedele, venne su dal nulla o quasi, lasciò trenta milioni di sesterzi. Non diede mai retta a un filosofo. E dunque Trimalcione fa entrare nella sala da pranzo l’orchestra funebre e questa ci dà dentro a tutto fiato, tanto che i vigili del fuoco, credendo, per il fracasso che si diffonde, che stia andando a fuoco la casa, si precipitano, sfondano le porte e gettano secchiate d’acqua su tutto e su tutti.

C’è qualcuno che in questa Cena riconosce qualcosa dei nostri giorni? Se sì, chi sarà il moderno Petronio, al quale i colliberti del padrone si incaricheranno di chiudere la bocca con le parolacce e gli insulti, se basta, con le vie di fatto, se necessario?

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