Pubblicato da: luigivassallo | 23 settembre 2009

Massimo rispetto per i bambini

Maxima debetur puero reverentia. Massimo rispetto per un bambino

Molti di noi, giustamente, riconoscono l’insostituibilità della scuola, di una buona scuola ovviamente, per la formazione delle nuove generazioni. Eppure le bambine e i bambini che entrano nella scuola per la prima volta sono già stati “segnati” e continuano ad essere segnati da un’educazione familiare che è fatta non di programmi o di lezioni o di compiti in classe o a casa, ma essenzialmente di esempi dati o non dati dai genitori.

La satira XIV di Giovenale (poeta latino del I-II secolo dopo Cristo) è piena di esempi di padri o madri o avi che, mentre proclamano pubbliche virtù, trasmettono ai figli o eredi modelli “affascinanti” di vizi privati. Si va da quello che si danna per la passione del gioco a quello che non si fa mancare nessuna ghiottoneria sulla sua tavola per ingozzarsene; da quello che nega l’uguaglianza tra gli esseri umani e sfoga la sua crudeltà sui deboli a quella che colleziona amanti, incurante della figlia che cresce con la vocazione dell’adultera, anzi facendosene in qualche modo ruffiana; da quello che si ostina a farsi costruire ville tutte di marmo a quello che continua a desiderare di accumulare danari quanto più la borsa è gonfia, a quello che si compiace del proprio disordine sessuale.

Maxima debetur puero reverentia, siquid turpe paras: Se ti accingi a qualcosa di vergognoso, (ricordati che) a un fanciullo si deve il massimo rispetto. Sembra quasi che Giovenale dica “Se proprio non puoi fare a meno di fare schifezze, fa’ in modo che tuo figlio non lo sappia”. Perché è inutile “cadere dalle nuvole” di fronte alle trasgressioni dei nostri figli dopo che li abbiamo indottrinati con i nostri esempi: Sic natura iubet; velocius et citius nos corrumpunt vitiorum exempla domestica, magnis cum subeant animos auctoribus  (E’ una legge di natura: gli esempi di vizi in casa ci corrompono più in fretta perché ci entrano dentro con grande autorità).

E dopo aver insegnato ai propri figli “Unde habeas quaerit nemo, sed oportet habere” (Il primo comandamento è fare soldi: come te li fai non te lo chiede nessuno, l’importante è averli), questo bell’esempio di educatore familiare, di fronte a trasgressioni o delitti del figlio o della figlia (ma solo quando viene colto o colta con le mani nel sacco) ha l’impudenza di esclamare “Haec ego numquam mandavi, nec talia suasi” (Non gli ho mai raccomandato questi comportamenti né gli ho mai consigliato azioni del genere).

Eppure è proprio questo che ha fatto. Mentis causa malae tamen est et origo penes te: La causa e l’origine di (questa) mente malvagia stanno in te. Indicando come valori il fare soldi con qualsiasi mezzo, il trionfare sugli altri, il pensare solo a se stessi, questo “padre esemplare” ha tolto i freni al carro e ora pretenderebbe di fermarlo: Nam quisquis magni census praecepit amorem et laevo monitu pueros producit avaros et qui per fraudes patrimonia conduplicari …dat libertatem et totas effundit habenas curriculo, quem si revoces, subsistere nescit et te contempto rapitur metisque relictis (Infatti chiunque insegna l’amore per una grande ricchezza e chi con sciagurati consigli fa diventare avidi i figli e capaci di accumulare patrimoni con imbrogli… lascia senza freni le briglie del carro e così, se provi a fermarlo, quello continua a correre senza curarsi di te e oltre il traguardo).

Quando si vive in una società in cui le famiglie si fanno veicolo di “valori” oggettivamente contrari a un’etica dello stare insieme e a un’equilibrata crescita della persona umana, c’è da sperare allora che antidoti vengano dalle autorità pubbliche e che il loro esempio, contrastando quello della famiglia, fornisca alle ragazze e ai ragazzi in formazione modelli di cittadino responsabile e solidale.

Ma, nella satira II, Giovenale mette a nudo le contraddizioni tra le “pubbliche virtù” e i “vizi privati”, i quali ultimi finiscono a volte con l’essere pubblicamente proclamati e rivendicati da chi li esercita.

Fingono di essere modelli di virtù e vivono nei bordelli (qui Curios simulant et Bacchanalia vivunt). Sono ignoranti e si fingono colti perché hanno in casa busti di Crisippo o ritratti di Aristotele o di Pittaco o, diremmo oggi, perché hanno alle pareti una bella enciclopedia in carta pregiata probabilmente avuta in regalo (Indocti primum, quamquam plena omnia gypso Chriysippi invenias; nam perfectissimus horum, si quis Aristotelen similem vel Pittacon emit). Hanno l’ardire di condannare i vizi degli altri, come se Verre denunciasse i ladri o Milone denunciasse gli assassini o Clodio denunciasse gli adulteri (si fur displiceat Verri, homicida Miloni, Clodius accuset mochos). Sono a tal punto impudenti nel loro spacciarsi come difensori delle pubbliche virtù che persino Laronia, una nota cortigiana (che è come dire oggi “prostituta di alto bordo” ovvero “escort”) può facilmente ironizzare su uno di questi censori dei vizi altrui Felicia tempora, quae te moribus opponunt. Habeat iam Roma pudorem, tertius e caelo cecidt Cato (O tempi felici questi che contano sulla tua opposizione a questi degradati costumi. Torni finalmente a Roma il senso della vergogna ora che dal cielo ci è venuto un terzo Catone).

E dunque, se la famiglia (alcune famiglie, certo, non tutte) è veicolo di modelli negativi che, senza darlo a vedere, avvelenano l’animo di bambine e bambini, e se nella società (ad esempio tra le pubbliche autorità) scarseggiano modelli di comportamento che possano fungere da efficace antidoto ai disvalori succhiati in famiglia, non resta che scommettere (scommessa da disperati?) sulla scuola.

A patto che alla scuola chi dovrebbe curarsi della formazione delle nuove generazioni non riservi un destino da ente inutile da condannare a lenta o rapida eutanasia e a patto che chi si trovi ad operare, per scelta o per caso, nella scuola si ispiri almeno alla massima di Giovenale Maxima debetur puero reverentia.

Che è poi, in buona sostanza, la stessa del Vangelo secondo Matteo: Chi dà scandalo a uno di questi piccoli che credono in me, è meglio per lui che si appenda al collo una macina d’asino e si anneghi nel mare.

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Responses

  1. Non ci resta che piangere?

    • No. Possiamo provare a mettere in pratica la massima di Giovenale e a dire a voce alta che chi non lo fa è un nemico dell’umanità perché – che lo sappia o no – ne aggredisce il futuro quando abbruttisce l’anima dei bambini.

  2. Ci resta molto da pensare, da dire e da fare in particolare a scuola: per esempio, fra le tante cose, riuscire a far crescere la consapevolezza che l’anima dei “bambini” si abbruttisce anche quando si privilegi (quali che siano o si immaginino siano i vincoli) l’addestramento a scapito dell’apprendimento. In una società come la nostra, funzione prioritaria della scuola è quella di aiutare i giovani ad acquisire conoscenze e competenze che consentano loro di partecipare in modo informato, consapevole e magari critico alle scelte della vita pubblica.
    Tutto ciò che è addestramento, se non è ben motivato e preparato, rischia di agire contro lo svolgimento di questa funzione.

  3. ottima sintesi del valore didattico e formativo dell’esempio, in casa prima di tutto, come dimostra Giovenale con un’analisi paurosamente attuale (siamo nel 2012 dC e TUTTO è rimasto identico, dentro e intorno all’uomo…) e come suggerisce Quintilliano, delineando la figura del “buon maestro” con efficacia esemplare, appunto. Bravi e grazie a voi LSB
    NON aderisco a nessun club informatico (Twitter, Facebook, ecc.), per scelta… “pre-concetta”!!

  4. E’ scritto a caratteri molto piccoli, ma si tratta comunque di una bella iniziativa. Per ora, bene e bravi. Per ora, 10/10.


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