Pubblicato da: luigivassallo | 19 settembre 2009

Addio alla scuola

Un anno fa ho lasciato la scuola con questo mio discorso di addio. Lo ripubblico oggi perché le cose che ho detto allora mi sembrano ancora decisamente attuali.

 

 

Non è un disonore perdere se ti sei battuto per vincere

Lascio la scuola italiana, nella quale sono entrato a 3 anni e nella quale ho ricoperto i ruoli di scolaro, studente, docente, preside e dirigente scolastico. Lascio nella consapevolezza che la mia idea di scuola è oggi in minoranza. Ho creduto a una scuola come strumento di liberazione di massa (liberazione dall’ignoranza e dai condizionamenti economici e sociali) e sento oggi che nella scuola italiana la stragrande maggioranza non vuole essere liberata perché convive bene con la schiavitù dei beni materiali, condita dalla propria ignoranzae dalla incapacità di trasformarsi da sudditi in cittadini liberi e responsabili. Ho creduto che per le nuove generazioni fosse necessaria più scuola e scopro che la pensano diversamente gran parte degli studenti e gran parte dei genitori, tutti uniti nel progetto, che a qualcuno appare progressista, di aggiungere altri giorni alle vacanze scolastiche e fare meno scuola. Del resto anche certe posizioni sindacali (anche del mio sindacato) e certe richieste dei docenti sul cosiddetto “stop didattico” (alla faccia di don Milani che pretendeva di fare scuola anche la domenica perché “Il padrone sa 1000 parole, tu ne sai 100:ecco perché lui è il padrone!” e alla faccia di quelli, come me, che lo hanno preso sul serio) vanno nella direzione di trasformare gli “almeno 200 giorni di lezione di un anno scolastico” previsti dalla legge in “non più di 200 giorni di lezione nell’anno scolastico”: 200 giorni, poi, di fatto ridimensionati o da (legittime) malattie (degli studenti e/o del personale) o da (legittime) assenze del personale per motivi familiari o da (legittime) assemblee di istituto degli studenti o da (legittime) assemblee sindacali del personale o da (legittimi) scioperi del personale o da “scioperi” degli studenti o da “settimane bianche” programmate dalle famiglie o da cause di forza maggiore che rendano impraticabile l’accesso alle scuole o difficile la permanenza nelle stesse (maltempo, frane sull’Aurelia, corse ciclistiche nazionali o locali, scioperi degli addetti ai mezzi di trasporto ecc.).

Evidentemente le mie idee non sono al passo coi tempi, con i quali sembrano più a loro agio quelli che difendono la pretesa degli studenti di essere promossi senza fatica e senza pagare debiti, pretesa conforme allo spirito di quegli adulti che apprezzano la furbizia di chi aggira le leggi e non paga le tasse. E’ allora giusto, o almeno inevitabile, che quelli come me si facciano da parte, visto che anche tra i dirigenti dell’amministrazione scolastica è facile che quelli come me suscitino più critiche che apprezzamenti. E’ una fuga dalla lotta questa mia scelta? Non credo. Nel passato mi è capitato spesso di essere in minoranza e non ho avuto paura di battermi per i più deboli perché non mi sono sentito (e non sono stato) mai solo. Oggi invece non trovo se non sparuti alleati e non ho più voglia di battermi a favore di chi non lo vuole. Lascio sconfitto ma senza rimpianti, perché non è un disonore perdere se ti sei battuto per vincere e perché la sconfitta della mia generazione ricade (purtroppo) sulle nuove generazioni, alle quali la demagogia irresponsabile di certi adulti regala la condanna a panem et circenses (e, prima o poi, a circensens senza panem).

Non posso escludere, però, che le cose stiano in realtà diversamente da come le vedo io; e tuttavia, anche in questo caso, anzi proprio in questo caso (nel caso cioè che io non riesca più a riconoscere la realtà in movimento), devo farmi da parte.

Ho sognato solo una scuola normale

In fondo, benché molti (magari affettuosamente) mi accusino di essere un utopista, ho solo sognato una scuola nella quale gli studenti venissero per imparare, gli insegnanti per insegnare, i bidelli per pulire e tenere tutto in ordine, gli addetti alla segreteria per rispettare le scadenze amministrative, gli assistenti tecnici per far funzionare i laboratori, i genitori per chiedere meno indulgenza e più impegno per i propri figli (perché – come si dice nella mia terra di origine – “Mazze e panelli fanno i figli belli; panelli senza mazze fanno i figli pazzi”). Era così rivoluzionario questo sogno o non dovrebbe essere proprio così una scuola normale? Se è diventato per strada un gran sogno fuori dal mondo, non è merito mio, ma di una società che è sempre più capovolta e che, continuando a scambiare per normalità la follia, si avvia allegramente e incoscientemente verso il proprio superamento, come è già accaduto altre volte nella storia.

Un’etica per la scuola: don Abbondio o fra’ Cristoforo?

Per la verità la “normalità” da me sognata, che appare così rivoluzionaria a fronte della realtà , richiede un’etica del lavoro nella scuola, che, senza cadere nella tentazione di volerci tutti “missionari”, non può essere quella di un qualsiasi altro lavoro. Chi lavora nella scuola deve essere consapevole che i suoi diritti individuali devono non solo convivere con i diritti individuali degli altri (come in ogni luogo di lavoro) ma devono essere, se non subordinati, almeno giustificati dal conseguimento del diritto fondamentale che la scuola è chiamata a garantire (il diritto per il quale la scuola ha ragione di esistere) e cioè il diritto all’istruzione e alla formazione delle nuove generazioni. Senza quest’etica dello speciale lavoro della scuola si possono costruire rapporti sindacali corretti, si possono bilanciare nell’orario di lezione e in quello di servizio le esigenze personali e familiari di ognuno, si possono programmare le ferie secondo un piano efficiente (purché rispettato da tutti), si possono distribuire in maniera razionale e significativa le risorse finanziarie aggiuntive, ma tutto questo non è ancora fare scuola, tutto questo è lavorare correttamente e responsabilmente in un qualsiasi luogo di lavoro.

Fare scuola è qualcosa di più, è contrapporre al messaggio di miope egoismo che i nostri giovani ricevono da settori della società e da alcune famiglie (“fate quello che volete e fregatevene delle conseguenze”) un messaggio di solidarietà, di partecipazione, di responsabilità in cui la bussola del mio agire non sono i miei interessi particolari ma quelli generali. Fare scuola è quello slancio etico che darebbe senso alle affermazioni sulla centralità della scuola fatte dai politici (se non fosse solo retorica elettorale) o dai sindacalisti (se non fosse solo retorica contrattuale), è quello slancio etico che, come direbbe don Abbondio per il coraggio, se uno non ce l’ha non se lo può dare. E il cardinale Borromeo gli obietterebbe: e allora, se il coraggio non ce l’hai perché ti sei fatto prete? perché ti sei messo a lavorare nella scuola come insegnante,come non docente, come preside? Ma il cardinale Borromeo appartiene alla  “fantasia” della mia generazione. Oggi, per restare al romanzo manzoniano, va più di moda il conte zio e fra’ Cristoforo non sembra esercitare molto fascino in giro.

Ho provato a ravvivare o suscitare quest’etica in ognuno di quelli che, per caso o per scelta, si sono trovati a lavorare con me. Ci ho provato con le mie parole, con le mie direttive, con la mia tolleranza dei limiti dei singoli, con la mia indignazione contro sciatterie o abusi o gretti egoismi; ci ho provato anche col poco esempio quotidiano di cui ero capace. Ci ho provato. A volte ci sono riuscito, a volte no, perché ogni essere umano è il prodotto della propria storia(che per ognuno di noi è sempre storia di condizionamenti biologici, familiari, economici, sociali, culturali) e solo chi ha il coraggio di guardare negli occhi la propria storia individuale può provare ad avviare un faticoso cammino verso la libertà. A chi non ha questo coraggio non resta che continuare a farsi dirigere dall’esterno (da altre persone, dagli eventi, dai bisogni e dai desideri che la pubblicità e l’imitazione gli fanno credere suoi) e continuare ad illudersi di essere lui (o lei) a scegliere quello che invece altri gli fanno fare.

Così la miaidea di scuola, che, per affermarsi, ha bisogno di un forte lavoro di squadra e  di rete, ha bisogno, cioè che i lavoratori della scuola (ognuno nel proprio settore) si sentano coinvolti in un progetto comune e che le componenti scolastiche (docenti, non docenti, studenti e genitori), pur restando distinte per ruoli e compiti, si sentano parte di una costruzione comune, la mia idea di scuola – dicevo – è rimasta sullo sfondo. Alcuni (molti?) sono rimasti prigionieri di visioni miopi (il proprio “particulare”) o di stereotipi (come quello che vede nel preside un padrone di cui “diffidare” e da cui “difendersi”).

Non ho sognato da solo

Ad ogni modo, non ho sognato da solo. Ho sognato insieme con qualche genitore, non di quelli che credono di fare il bene dei propri figli pretendendo promozioni facili, spianando loro sempre la strada, giustificandoli anche nelle situazioni più indifendibili, ma di quelli che desiderano per i propri figli conoscenze, abilità, comportamenti che li rendano capaci di misurarsi con le difficoltà della vita e, quindi, capaci di diventare liberi senza dipendere dai favori del “benefattore” di turno, che quasi mai sono concessi gratuitamente. Ho sognato con molti docenti, di quelli che nel loro mestiere riconoscono, prima ancora che un mezzo per sbarcare il lunario, una risorsa per la crescita delle nuove generazioni. Ho sognato con qualcuno del personale ATA, che ha dimostrato con i fatti che le classifiche tra gli esseri umani non vanno stilate sulla base del lavoro che uno fa, ma sulla base di come lo fa. Ho sognato con gli studenti, tutte le volte che, sottraendosi al fascino di modelli volgari e meschini che nell’immediato sembrano vincenti, hanno saputo preferire l’intreccio di entusiasmo e fatica alla dimensione dei “furbetti del quartierino”, dando ragione a Dante che – per bocca di Ulisse – ricordava “fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza“.

Tra i tanti studenti che ho incontrato da docente prima e da preside poi, e che mi hanno regalato molte soddisfazioni, voglio ricordare la lezione che alcuni di loro mi impartirono nel lontano anno scolastico 1982-3, quando, avendo già vinto il concorso a preside e desiderando chiudere la mia carriera di insegnante senza più rimandare a settembre (c’erano ancora gli esami di riparazione e c’erano tanti rimandati), avevo scelto per l’ultima versione di greco un brano che – nelle mie intenzioni – doveva essere abbordabile anche per i ragazzi che avevano difficoltà a raggiungere un “5”. E invece alla prova dei fatti mi accorsi che il brano era ugualmente difficile per loro e allora feci una cosa che in tutta la mia attività di insegnante non avevo mai fatto: uscii dall’aula per un quarto d’ora per dare il tempo ai ragazzi in difficoltà di copiare la traduzione dai loro compagni. Ma, quando tornai in aula, trovai sulla mia cattedra consegnati in bianco i compiti di quelli che non riuscivano a tradurre. Li chiamai alla cattedra per chiedergli spiegazione e loro mi risposero: “Ci hai insegnato l’onestà e la lealtà e adesso pretendi che noi tradiamo i tuoi insegnamenti?”. I volti e i nomi di questi studenti si confondono nella mia memoria con quelli di altre migliaia, ma il loro insegnamento mi è rimasto per sempre dentro con la loro richiesta di coerenza a qualsiasi costo. E’ proprio per restare fedele a quei ragazzi e a quelle ragazze che, a volte, ho affrontato impopolarità e rischi personali quando si è trattato di scegliere da che parte stare.

E ancora oggi quelle ragazzine e quei ragazzini di tanti anni fa mi insegnano qualcosa: che una scuola che non sa parlare (o che non prova neppure a parlare) alla loro “anima” è una scuola inutile, che può anche fregiarsi dei successi delle “eccellenze” intellettive di alcuni studenti o autoassolversi dagli insuccessi di quelli “che non hanno voglia di studiare” o “non hanno le basi per affrontare la nostra scuola” e può anche impegnarsi in dibattiti e ricerche sui debiti formativi e sulle strategie per recuperarli, ma, se non ascolta il bisogno delle ragazze e dei ragazzi di essere riconosciuti non solo come cervelli ma come persone (con le loro ansie, le loro paure, i loro sogni, i loro miti, la loro necessità di trovare in noi adulti coerenza e dialogo), se non fa questo (se non fa anche questo, insieme col tentativo di trasmettere saperi significativi), è – lo dico con la forza della mia lunga esperienza nei banchi, nella cattedra e nell’ufficio di presidenza – inutile e sterile, perché non si possono trasmettere saperi significativi a cervelli separati dall’anima.

Qualche volta i nostri sogni sono diventati realtà visibile e consistente. Qualche volta, non sempre, perché non sono pochi (dentro e fuori la scuola) quelli che tifano e remano contro una idea di scuola democratica, contro una idea di scuola che sia di tutti e per tutti, contro una idea di scuola che dia alle studentesse e agli studenti gli strumenti (cioè le conoscenze, le abilità e le capacità di relazionarsi con gli altri) per essere cittadini liberi e non sudditi del demagogo di turno o schiavi di modelli consumistici che mirano a ridurre donne e uomini a merci per il profitto di pochi.

Non abbiamo sognato invano

In ogni caso, non abbiamo sognato invano. Insieme abbiamo aperto un cammino, un cammino di speranza per gli studenti, un cammino di dignità per la scuola, un cammino di senso e significato alti per il nostro essere formatori. Ed io vorrei morire stasera stessa se dovessi pensare che tutto questo non è servito a niente.

Il cammino che abbiamo aperto insieme deve ora essere percorso fino in fondo. Nel Liceo “Issel”, nel nostro Liceo, sono cresciute energie e entusiasmi (in non pochi docenti) che sono in grado di affermare nel territorio il ruolo di una scuola di qualità a servizio dei veri bisogni di studenti e società . Mi auguro che queste energie e questi entusiasmi, liberati dall’ingombro della mia presenza, possano volare in alto come meritano, mi auguro e vi auguro che l’idea di scuola che oggi sembra sconfitta possa – grazie a queste energie e a questi entusiasmi – vincere la sfida, perché è di questa scuola (oggi rifiutata da tanti) che hanno bisogno le nuove generazioni e la società tutta, soprattutto quando non si ha alle spalle una famiglia con forte bagaglio culturale (che può fare a meno della scuola ) o una famiglia con grandi mezzi economici (che può pagarsi una scuola di qualità , magari all’estero).

Sento che ce la farete, se saprete osare, se saprete avere fiducia, se saprete andare oltre l’orizzonte delle vostre individuali abilità per riconoscervi finalmente come squadra. Questo è l’impegno che vi lascio. Questo mi dovete in cambio degli anni della mia vita che ho dedicato a questo Liceo e ad ognuno di voi.

Grazie a tutti

Per parte mia, voglio dire grazie a tutti per l’esperienza che mi hanno fatto vivere in questo Liceo (nel quale si è svolta quasi tutta la mia carriera di preside e tutta la mia carriera di dirigente scolastico), grazie a quelli che hanno cercato di collaborare con me, grazie a quelli che hanno cercato di ostacolarmi e di farmi del male (talvolta anche con insulti, minacce, diffamazioni o esposti anonimi) e che, forse, oggi brinderanno alla mia uscita di scena. Gli uni e gli altri mi hanno consentito di non sentirmi inutile e di vivere con passione il più bel lavoro che mi potesse capitare in sorte, quello, cioè, di formatore di giovani donne e di giovani uomini.

E’ ora di andare

Dal prossimo 1° settembre le nostre strade si separeranno, ognuno di noi andrà per la sua strada. Quale sarà la mia non lo so, ma so che, qualunque essa sia, cercherò di percorrerla (con l’aiuto di Dio) con dignità e a testa alta. Auguro a tutti voi di fare altrettanto. DIXI ET SALVAVI ANIMAM MEAM. Addio.

 Finale Ligure 13 giugno 2008

Luigi Vassallo

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Responses

  1. Caro preside ho letto con emozione queste riflessioni e questo addio alla scuola rafforzandomi in quello che già sapevo: raramente si incontrano maestri e soprattutto persone coerenti come voi e non ipocrite, che fanno finalmente quello che dicono. indimenticabile la lezione che quei ragazzi consegnando il foglio in bianco vi hanno confermato di aver interiorizzato e appreso da voi… la cosa più bella che possa capitare ad un docente, forse pari, anche se non così spettacolare, al gesto di alzarsi in piedi sui banchi e gridare “Oh capitano, mio capitano del noto film…
    Che dire infine? Spero di incontrarvi presto nella nostra “Campania infelix”, devastata ancora dai roghi tossici e dai sogni mediatici del principe che raccontano della fine del problema rifiuti… Vorrei tanto ascoltare qualche parola su questo anche se ormai siete passato a Nord…
    Carlangelo


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