Pubblicato da: luigivassallo | 9 settembre 2009

Io sò io, e voi nun zete un c….

Di Giuseppe Gioacchino Belli (poeta romanesco del XIX secolo) si cita spesso il sonetto Li soprani der monno vecchio per stigmatizzare l’arroganza e la prepotenza del potere che spesso ci troviamo a subire. La citazione, però, di solito si ferma ai primi versi, quelli in cui il Re pubblica un suo editto, nel quale afferma la sua assoluta superiorità (Io sò io) e l’assoluta inferiorità dei sudditi (e voi nun zete un cazzo). Il sonetto continua, invece, col Re che spiega in che cosa consista la sua assoluta superiorità e perché sia giusta: LUI trasforma il diritto in torto e il torto in diritto; LUI può venderci tutti a mazzetti; LUI potrebbe  anche farci impiccare e non ci farebbe torto perché la nostra vita e i nostri beni non sono una nostra proprietà, ma è LUI a darceli in affitto (e, quindi, può riprenderseli quando vuole!). D’altra parte, non è mica colpa di LUI se a questo mondo chi non è Papa o Re o Imperatore non ha voce in capitolo.

Dunque il Re pubblica quest’editto. E la gente come lo accoglie? Il Re manda in giro una sorta di “sondaggista d’opinione”(er boja pe curiero) per interrogare i suoi sudditi e sentire cosa pensano del suo editto; e alla domanda del boja tutti dicono di essere d’accordo col Re  (arisposeno tutti: E’ vero, è vero).

Così il Re, se per caso qualche “matto” o “sovversivo” avesse voluto muovere una critica al suo editto, avrebbe potuto esclamare che il popolo era con LUI e anzi LO desiderava proprio come LUI era.

 

LI SOPRANI DEL MONNO VECCHIO

C’era una vorta un Re che dar palazzo
mannò fora a li popoli st’editto:
“ Io sò io, e voi nun zete un cazzo,
sori vassalli buggiaroni, e zitto.

Io fo dritto lo storto e storto er dritto:
pòzzo vénneve a tutti a un tant’er mazzo:
io, si ve fo impiccà, nun ve strapazzo,
ché la vita e la robba Io ve l’affitto.

Chi abbita a sto monno senza er titolo
o de Papa, o de Re, o d’Imperatore,
quello nun pò avé mai voce in capitolo”.

Co st’editto annò er boja pe curiero,
interroganno tutti in zur tenore;
e arisposeno tutti: E’ vero, è vero.
 

Giuseppe Gioacchino Belli

 

 

 

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Responses

  1. Qualche secolo prima di Belli così scriveva Fedro…

    Nunquam est fidelis cum potente societas.
    testatur haec fabella propositum meum.

    Vacca et capella et patiens ovis iniuriae
    socii fuere cum leone in saltibus.
    hi cum cepissent cervum vasti corporis,
    sic est locutus partibus factis leo:
    «Ego primam tollo nomine hoc quia rex cluo;
    secundam, quia sum consors, tribuetis mihi;
    tum, quia plus valeo, me sequetur tertia;
    malo adfìcietur si quis quartam tetigerit.»
    sic totam praedam sola improbitas abstulit.

    L’alleanza col forte ha poca fede
    e c’è una favoletta a dimostrarlo.

    Mucca e capra e pecora paziente
    furono le alleate del leone
    nella foresta. Presero un immenso
    cervo, e il leone lo spartì dicendo:
    «Mi chiamo il re, la prima parte è mia;
    mi date la seconda come socio;
    la terza viene a me per la mia forza;
    la quarta, dico, guai a chi la tocca.»
    E tutto si pappò da sola la prepotenza.

    “Così va il mondo, o meglio, così andava nel secolo diciassettesimo”

  2. Ma a noi (tanti o pochi che siamo) non piace che vada così. Per questo continueremo a dirlo.

  3. In questo momento, per un complesso di diversi motivi, il re ha dalla sua la potenza del simbolo, quella che mette insieme (syn-ballein). Nell’incantesimo del villaggio mediatico globale il simbolico ha una forza straripante. L’analisi critica, la riflessione consapevole, l’ostinata testardaggine nel tenere deste le coscienze, la capacità di leggere tra le righe, d’indignarsi, di non accontentarsi di ciò che propina la corte dei miracoli è venduta (e recepita dalla maggioranza) semplicemente come azione diabolica, nella sua accezione etimologica (dya-ballein: mettere di traverso, scompigliare, calunniare). Però sono d’accordo con te: non ci piace che vada così e vale la pena continuare a dirlo, se non altro per aiutare noi stessi a non cadere nell’incantesimo. “ … E quanta polvere negli occhi e tutt’intorno, non sai più dove guardare …”

  4. Siamo tutti qui per questo. E saremo sempre di più…e generosi e allegri… e il profumo delle ginestre vincerà il deserto.

  5. ridicoliiiiiiiiiiii


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