Pubblicato da: luigivassallo | 1 settembre 2009

Ricominciamo a discutere di scuola

Mentre stanno per riaprirsi le scuole (a meno che il panico per l’influenza non spinga chi governa a tenerle ancora chiuse) e mentre tanti precari (con le loro famiglie) sentono sulla loro pelle che cosa significhi restare senza stipendio per i tagli fatti alla scuola pubblica, credo che dobbiamo con pazienza ricominciare a ragionare di scuola, se crediamo che essa sia una cosa seria e non meriti di essere dibattuta solo sotto la spinta emozionale. Di seguito una scaletta di quelle che mi sembrano le questioni fondamentali su cui confrontarsi a proposito di scuola. (Luigi Vassallo)

 

 

1.    CENTRALITA’ DELLA SCUOLA PUBBLICA

Perché

È il luogo istituzionale per acquisire la formazione di cittadino attraverso il contatto (in laboratorio) con gli assi formativi di

  • Vero/Falso sapere scientifico
  • Bene/Male sapere storico
  • Bello/Brutto sapere artistico
  • Comunicato/Non comunicato sapere linguistico

Assi che possono articolarsi di volta in volta in materie o aree disciplinari anche diverse da scuola a scuola, ma che devono in ogni caso ricostruire un laboratorio formativo come erano ad esempio

  • Nell’antica Atene l’esperienza dei giovani che seguivano i padri o altri adulti nell’ecclesìa o nel teatro e lì assimilavano le tecniche della discussione democratica e i nuclei valoriali fondanti dell’identità ateniese.
  • Nel Rinascimento la bottega artistica in cui gli allievi imparavano, collaborando con i maestri, non solo le tecniche di produzione dell’arte ma anche il senso e lo sguardo dell’artista sul mondo.

Quello che conta non è cosa imparino gli studenti per il loro successo scolastico, cioè per la promozione alla classe successiva che può essere ottenuta anche con un 6 rubacchiato o regalato. Quello che conta è che cosa assimilano gli studenti di oggi per il loro successo formativo, cioè per la loro cittadinanza attiva quando saranno chiamati a misurarsi con problemi come la questione energetica, la questione dell’acqua, la questione degli squilibri Nord/Sud e tutte le altre questioni che caratterizzano la complessità del mondo attuale.

Allora dovranno saper usare quello che hanno imparato a scuola per sottrarsi al rischio di essere strumentalizzati dal demagogo di turno o di essere abbacinati dalla spettacolarizzazione di una politica incapace di rispondere ai problemi reali.

Come

È facile parlare in campagna elettorale di centralità della scuola. Credo che in pubblico non sentiremo mai un politico proclamare l’inutilità o la marginalità della scuola. Allora dobbiamo giudicare dai fatti quanto è effettivamente centrale la centralità della scuola:

  • Quanto pesa la scuola nelle scelte finanziarie dello Stato?
  • Quanto pesa la scuola nelle scelte finanziarie di una regione, di una provincia, di un comune?
  • Quanti nuovi edifici scolastici in regola con la normativa della sicurezza sono previsti negli interventi di edilizia pubblica?
  • Quanto la società civile si impegna a costruire e sostenere un patto con la scuola e per la scuola?
  • Quanto partiti, movimenti politici, liste elettorali si spendono per orientare la società civile a un patto condiviso con la scuola e per la scuola? 

2.    IDEE DIVERSE DI SCUOLA significano IDEE DIVERSE DI CITTADINANZA

 Come la pensa il centro-destra

Meno tempo scuola, meno insegnanti, meno ATA, meno classi, meno plessi, meno risorse finanziarie alle scuole. Tutto questo significa RISPARMIO ma anche RINUNCIA  a:

  • Progetti di integrazione tra abilità diverse (tra cosiddetti normali e cosiddetti handicappati)
  • Progetti di integrazione tra culture diverse (diverse per origine etnica o per estrazione sociale)
  • Progetti di lotta al bullismo e alle altre forme di disagio giovanile
  • Progetti di recupero dei ritardi culturali

Significa una scuola ridotta all’essenziale per la sopravvivenza:

  • Leggere – scrivere – far di conto
  • Voti per mettere in riga: voto di condotta contro il bullismo; voto negativo di profitto e bocciatura per chi non sa o non vuole studiare. È l’idea di un ospedale che espelle i malati e si tiene i sani.
  • Cittadinanza sufficiente per aderire acriticamente al consumismo e ai suoi modelli ma non per una partecipazione attiva e consapevole nel complesso mondo attuale.

Come la pensa la mia generazione pedagogica

Anche se alcuni di noi, quarant’anni fa sono stati tentati dal mito della descolarizzazione della società, oggi abbiamo chiaro che, se il patrimonio genetico (quello che garantisce l’identità biologica) si trasmette con un atto di cui sono capaci anche gli animali, il patrimonio culturale (quello che garantisce l’identità di una società e, dentro di essa, l’identità dei cives, contrapposta all’identità dei sudditi) si trasmette solo con un atto intenzionale tra chi lo compie e chi lo riceve, in un luogo e in un tempo istituzionali.

Questo chiamiamo SCUOLA. E in questa scuola si trasmette il patrimonio identitario della società cioè l’insieme dei saperi, delle abilità e dei nuclei valoriali che caratterizzano una determinata società.

Ora è certamente vero che saperi e abilità possono essere trasmessi anche in luoghi, istituzionali o no, esterni alla scuola, ma questo vale solo per il livello di conoscenze che gli inglesi chiamano “Conoscere cosa” (e noi “Sapere”) e per l’altro livello “Conoscere come” (e noi “Saper fare”), ma non vale per il livello superiore: per gli inglesi “Conoscere perché” (e noi “Saper essere”).

Questo livello presuppone una domanda su quali saperi servono non all’uomo/donna in generale o all’uomo/donna di una specifica professione o di uno specifico mestiere ma al cittadino/alla cittadina in una determinata società storica. Cioè quali saperi, abilità, nuclei valoriali servono per un diritto alla cittadinanza nella sua sostanza e non nella sua parità puramente formale. Questa domanda, che la società civile traduce in indicazioni politiche attraverso le sue istituzioni democratiche, questa domanda viene affidata alla scuola perché la scuola trovi le risposte più adeguate.

Alla nostra Italia di oggi, collocata nell’Unione Europea e in un processo di trasformazione mondiale (di cui le masse di disperati migranti sono solo un aspetto, forse il più carico di emotività e di possibilità di strumentalizzazioni), serve una scuola pubblica che si radichi nell’art. 3 della nostra Costituzione, una scuola che assuma come orizzonte di cittadinanza

  • La convivenza di sessi diversi
  • La convivenza di lingue diverse
  • La convivenza di religioni diverse
  • La convivenza di opinioni politiche diverse
  • La convivenza di condizioni sociali e personali diverse

Una scuola che riconosca come propria ragion d’essere l’impegno a rimuovere gli ostacoli alla realizzazione matura e consapevole di tale convivenza.

3.    IL PROGRESSO E’ SEMPRE UNA RIVOLUZIONE

La parola Rivoluzione non deve mettere in allarme o inquietare. Etimologicamente essa significa RIVOLGIMENTO cioè rimaneggiamento dei dati esistenti o conosciuti (dati economici, tecnici, culturali, sociali) per tirarne fuori qualcosa di nuovo.

RIVOLUZIONE è il movimento reale che cambia lo stato di cose presente, che cambia le condizioni dei singoli e della società.

Non è necessario che la rivoluzione si faccia con le armi e non tutte le cosiddette rivoluzioni fatte con le armi hanno cambiato in maniera duratura lo stato di cose presente al loro tempo. Se un effetto di trasformazione profonda (che dura tutt’oggi) ha avuto la Rivoluzione Francese, lo stesso non si può dire – a giudicare da come è andata a finire – della Rivoluzione Russa.

RIVOLUZIONI sono state ad esempio:

  • L’invenzione della ruota
  • L’invenzione dell’aratro
  • L’applicazione alle macchine industriali dell’energia del vapore (già conosciuta dagli antichi Egizi che non avevano saputo o voluto usarla per cambiare le tecniche di produzione)
  • L’invenzione della stampa
  • La teoria della relatività
  • La diffusione dei PC e di internet
  • Certi successi della medicina

Anche se non tutte le rivoluzioni sono sempre positive nei risultati (pensiamo, ad esempio, ai dubbi sull’OGM), esse in ogni caso producono un cambiamento.

Ma per una rivoluzione (per farla, per socializzarla, e anche per ripensarla criticamente) ci vogliono strumenti concettuali. E così torniamo alla scuola.

E forse capiamo anche perché ci sono quelli che diffidano della scuola. Nella scuola di Barbiana (quella di don Lorenzo Milani) c’era scritto: El nino que no estudia no es bueno revolucionario (Il bambino che non studia non è un buon rivoluzionario).

Rivoluzionario è chi

  • Dall’insoddisfazione per la situazione presente (non mi piace) passa alla comprensione dei meccanismi di funzionamento di tale situazione, individuando le possibilità concrete di cambiamento.
  • Dalla comprensione della situazione presente passa alla individuazione di forze e alleanze per il cambiamento cioè di strategie e tattiche.
  • Rivela una capacità di pensare nella sua etimologia latina di pesare.

Se io avessi paura del cambiamento, se io – per miei interessi economico-sociali o anche solo perché aggrappato alla mia coperta di Linus – desiderassi che il mondo continui ad andare come è sempre andato e sperassi di rinchiudere la mia paura dentro un bastione recintato e protetto contro gli assalti dei disperati del mondo e contro tutte le catastrofi che incombono sul pianeta (che, per mia fortuna, la TV affoga negli spettacoli dei reality e delle veline), se io fossi uno così, uno dei tanti, non solo voterei per chi mi assicura che non c’è nessuna crisi né presente né futura perché sono tutte invenzioni dei comunisti, ma chiederei anche all’uomo della provvidenza una scuola seria in cui si pensi sempre di meno alla possibilità di cambiare, una scuola in cui si smetta di perdere tempo con le discussioni. Magari chiederei anche che i libri di testo siano visionati e autorizzati da chi governa prima di essere ammessi nelle scuole e che gli insegnanti siano tenuti a un giuramento di fedeltà, non alla Costituzione ( che – Ipse dixit, l’ha detto Lui! – è stata scritta da sovversivi), ma un giuramento di fedeltà a chi ci governa.

Se fossi uno così, mi farebbe paura una scuola libera dove si possa riuscire a immaginare la possibilità di un mondo altro rispetto a quello nel quale sono imprigionato mentre mi illudo di averlo scelto.

Ecco perché è meglio farli studiare poco questi ragazzi, perché El nino que no estudia no es bueno revolucionario.

4.    QUALE SCUOLA PER IL FUTURO DEI NOSTRI FIGLI E NIPOTI?

Una scuola che teorizzi e pratichi l’AUTONOMIA che la Legge le riconosce per

  • Rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono a bambini e giovani di crescere come futuri cittadini attivi. Sono gli ostacoli che già denunciava don Lorenzo Milani Il padrone sa 1000 parole, tu ne sai 100; ecco perché lui è il padrone. Ma questi erano e sono gli ostacoli di GIANNI (cioè di chi viene da una famiglia in difficoltà economiche e/o sociali; di chi è figlio dell’immigrazione). Ma oggi ci sono anche gli ostacoli di PIERINO (di chi appartiene a famiglie che non hanno difficoltà economiche): e i suoi ostacoli sono più subdoli perché sono quelli del successo facile senza fatica, dell’avere tutto a portata di mano, della ricerca della notorietà ad ogni costo fatta di urla sguaiate in TV, di modelli vincenti che non suggeriscono l’immagine laboriosa di una scienziata come Rita Levi Montalcini ma quella di un moderno Trimalcione che si circonda di nudità femminili, di schiavi obbedienti, di pranzi e spese senza limiti, di convitati condannati per delitti per i quali lui ha fatto in modo di non essere processato. PIERINO, nonostante i soldi di papà, è condannato al rischio di essere un burattino nelle mani del demagogo di turno ed ha diritto anche lui, come GIANNI, a un percorso di liberazione nella scuola pubblica. 
  • Valorizzare
  1. I DIRIGENTI SCOLASTICI nella loro capacità di scegliere una direzione per la loro scuola, anche quando si tratta di scelte scomode e non popolari.
  2. I DOCENTI nella loro capacità di progettare percorsi efficaci di crescita per i loro allievi in carne ed ossa sottraendosi alla burocratizzazione e alla depauperazione dell’insegnamento.
  3. Gli ATA nella loro capacità di sentirsi parte integrante del processo formativo della loro scuola di appartenenza e non corpo separato ed estraneo.
  • Costruire un patto condiviso

Con l’Ente Locale e con la Società Civile nelle sue articolazioni  per

  1. Assumere come valore la libertà di insegnamento e difenderla.
  2. Assumere come valore la fatica della formazione contro la ricerca di risultati facili e sostenerla.
  3. Integrare i programmi operativi delle scuole con risorse (culturali e tecniche) locali.
  4. Una scuola che la comunità cittadina senta come propria e per la quale voglia investire sia risorse finanziarie sia attenzione (non gossip, ma riflessione pedagogica!!! Sulla stampa, in incontri pubblici periodici).

 

5.      RADICALITA’ E RIFORMISMO

Radicalità

  • Riaffermare le radici = PRINCIPI
  • Principio non è Inizio (evento temporale)
  • Principio non è Specifica manifestazione (fenomeno)
  • Principio è Essenza (elemento costitutivo senza il quale la cosa non c’è più): ad esempio l’acqua c’è anche sotto la manifestazione (fenomeno) di ghiaccio; non c’è se si separa H da O: il principio in questo caso è il particolare legame di H e O
  • La RADICALITA’ è necessaria ma non sufficiente. Senza radicalità si dimenticano i principi e si rischia di non vedere l’essenza delle cose: ad esempio di non vedere la distruzione dell’ambiente o l’aumento della povertà anche in Occidente. Solo con la radicalità si ha l’annuncio profetico, il richiamo etico, la testimonianza di tipo religioso.
  • Alla radicalità, per passare dalla denuncia all’azione che trasforma (= la rivoluzione è il movimento reale che cambia lo stato di cose presente) è necessario il RIFORMISMO.

RIFORMISMO

  • Pratica della mediazione
  • Costruzione delle alleanze e del consenso
  • Convergenza di spezzoni di interessi su un progetto comune
  • Il RIFORMISMO da solo diventa pragmatica navigazione a vista, dove navigare (o governare) non è più un mezzo ma il fine.
  • Il senso (= il fine) del RIFORMISMO sta nella sua capacità di misurarsi con la Radicalità.
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