Pubblicato da: luigivassallo | 31 agosto 2009

Vivere in pensione

E’ un anno che sono in pensione, dal 1° settembre 2008. Che cosa ho imparato in quest’anno, immergendomi in un’esperienza (quella del pensionamento) tutta nuova per me?

Chi sei quando esci dal mondo del lavoro?

Finché lavori, sei in uno schema, più o meno rigido, che ti guida e ti segna il ritmo della tua giornata. Lo schema può essere vissuto come gabbia, con minore o maggiore fastidio a seconda delle diverse situazioni di lavoro, ma è un po’ come la “gabbia” della colomba di Kant, che pensa che, se non ci fosse l’attrito dell’aria, farebbe meno fatica a volare, e invece senza l’aria non volerebbe affatto. Senza schema o gabbia che sia, nessuna relazione nel mondo del lavoro sarebbe possibile. Quando si va in pensione, all’improvviso lo schema-gabbia scompare e allora ti devi da un giorno all’altro inventare un nuovo modello per relazionarti con una realtà, che non è regolamentata come quella del lavoro, ma è comunque la tua realtà con la quale fare i conti. Con buona pace di Marx, se è vero che c’è un’alienazione del e sul lavoro, nella quale la tua umanità (cioè il significato del tuo essere uomo o donna) si espropria nel lavoro che fai, esiste anche il rischio di un’alienazione del non lavoro, nella quale l’improvvisa libertà da schemi precostituiti che ti si rovescia addosso si smarrisce e si espropria nella mancanza di esercizio ad autogovernarsi. Con sfumature diverse questo “trauma” del pensionamento può essere considerato un’ esperienza comune a tutti i pensionati, con la quale siamo chiamati a fare i conti per reinventarci l’esistenza in una dimensione di libertà quotidiana senza la rete dello schema-gabbia, che per molti si rivela una coperta di Linus, dato che, in cambio dell’alienazione del e sul lavoro, garantisce l’eliminazione del fastidio di scelte libere e responsabili da rinnovare ogni giorno.

Usare il tempo per fare o per essere?

Il tempo del lavoro è inevitabilmente il tempo del “fare”. Questo tempo del “fare” scandisce le fasi del lavoro e caratterizza le relazioni stesse del lavoro, anche quando queste sfumano o sembrano sfumare in rapporti di amicizia. La dimensione del “fare”, che nella sua forma occidentale moderna non riduce più gli operai ad appendici delle macchine (o, meglio, li riduce in numero minore dei secoli scorsi), ma riduce tutti i lavoratori (e, per certi aspetti, tutti i cittadini) ad appendici (o funzionari) delle tecnologie e delle strutture burocratiche, questa dimensione del “fare”, dunque, può favorire l’illusione che vivere la propria umanità si risolva nel “fare” più e meglio il proprio lavoro. La fine dell’esperienza del lavoro sospende anche la dimensione del “fare” con le sue illusioni di esaustività: anche ai rapporti di amicizia nati sul lavoro, se non coltivati attraverso altre mediazioni di “fare” (come gli stessi hobbies o le stesse frequentazioni politiche e sociali), accade di sbiadire a poco a poco, non per cattiva volontà dei soggetti coinvolti o per ipocrisia di quelle amicizie che il pensionamento metta a nudo, ma piuttosto perché mentre gli uni (quelli che restano a lavorare) continuano nella dimensione del “fare”, gli altri (quelli in pensione) escono da questa dimensione. I pensionati entrano o hanno la possibilità di entrare nella dimensione dell'”essere”, quella che – senza mediazione di regole esterne – ti mette faccia a faccia con te stesso e ti sbatte contro la domanda “Chi sono io?”: ovviamente, uno può anche restare sordo a tale domanda e può ricostruirsi una dimensione del “fare”, preparandosi per tempo nuovi impegni prima di andare in pensione o cercandoseli dopo il pensionamento. Così facendo, si dà di fatto ragione a chi pensa o dice “Tu che non hai niente da fare, visto che stai in pensione…” e giù consigli di cose da fare, richieste più o meno esplicite di commissioni, assistenza ecc. per parenti o amici. Eppure una cosa da fare di una certa importanza l’avremmo noi pensionati: “essere”. Non che prima, quando lavoravamo, non fosse importante per noi “essere”, ma, come dicevo, potevamo illuderci che “essere” fosse la stessa cosa che “fare”. In pensione non abbiamo più l’alibi di quest’illusione e allora dobbiamo imparare ad “essere”. Essere, quando nessuno ti telefona per un consiglio che riguarda il lavoro; essere, quando nessuno ti chiede di fargli una commissione o tu non hai voglia di farla; essere, quando le cose che leggi non ti servono più per il tuo lavoro; essere, quando fare un viaggio non ti serve più a rompere la monotonia o lo stress del lavoro; essere quando vai a piedi non per la necessità di raggiungere una meta ma solo (o soprattutto) per andare a piedi; essere, quando hai tante cose che vorresti dire (perché te le hanno trasmesse i tuoi maestri) ma non trovi a chi dirle…

Luigi Vassallo

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Responses

  1. Al di là di qualsiasi elucubrazione, stasera, nella malinconia di un’afosa serata settembrina, mi sento di ribadire che il nostro essere si manifesta nel nostro fare. Un “fare” che è “essere pieno” se è sorretto da generoso amore.


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