Pubblicato da: luigivassallo | 31 agosto 2009

Ancora un blog!?!?

Mi sono fatto l’idea che a scrivere (sui muri o sulla rete) siano in tanti, ma a leggere pochi. C’è da un lato un bisogno di farsi sentire, che si esaurisce però nel gesto della scrittura: spesso non si legge nemmeno quello che si scrive, perché basta cliccare su una pagina già in rete per trasferirla automaticamente sul proprio blog. Dall’altro lato c’è quasi un’indifferenza a quello che gli altri scrivono e una quasi incapacità di ascoltare. Io sono convinto che l’essere umano sia un animale relazionale e che abbia bisogno, per realizzare la sua umanità, di comunicare cioè di mettere in comune con gli altri le sue cose, le sue idee, le sue sofferenze, i suoi entusiasmi: ha bisogno, cioè, di scrivere ma anche di leggere. Qualcuno leggerà questo blog o sarà solo soddisfatto il mio bisogno di scrivere? Questo si verificherà con l’esperienza.
Due parole sul titolo del mio blog IPSE DIXIT (= L’ha detto lui), omaggio alla mia cultura classica. L’espressione, originariamente in lingua greca, fu anticamente riferita a Pitagora, in seguito (in particolare nel Medioevo) ad Aristotele: indicava che il maestro si era espresso su qualche questione e che quindi il dibattito poteva considerarsi concluso con le sue parole. In seguito l’espressione, se non nella citazione, sicuramente nella pratica di certe autorità politiche o religiose (che poco si curavano dell’opinione dei loro “discepoli”) fu abusata per stroncare qualsiasi opinione diversa da quella che l’uomo al comando (spesso definito uomo della provvidenza) voleva sostenere. Non furono più i discepoli a proclamare l’autorità del maestro ma fu questo presunto maestro a proclamarsi verità e a imporsi ai “discepoli”. Fino ad arrivare al grottesco di oggi di un “ipse dixit” che pretende di essere creduto sulla parola qualsiasi cosa dica anche se smentita dall’evidenza e pretende di essere creduto anche se smentisce le sue dichiarazioni del giorno prima, magari registrate puntualmente dalle telecamere da lui stesso convocate.
Siccome non ho i meriti culturali e morali per essere riconosciuto autorevole maestro da miei discepoli e, d’altra parte, non credo di avere i demeriti culturali e morali per pretendere di essere creduto sulla parola qualsiasi cosa dica anche in barba alla testarda realtà dei fatti, io uso l’IPSE DIXIT del titolo di questo blog nell’accezione napoletana. E così, spero, farò contenti quelli che vorrebbero farci tornare a parlare dialetto essendo l’italiano una lingua straniera imparata a scuola (attenzione! lo diceva già Pasolini, che non era proprio incolto). In napoletano, dunque, IPSE DIXIT suona “Ha ditt iss” (= lo ha detto lui) con una forte sfumatura ironica: lo si dice con riferimento a qualcuno di scarsa credibilità che pretende di dare lezione agli altri su qualche argomento. Ecco, una figura del genere la sento più vicina a me. I miei lettori (che spero saranno almeno 25 come quelli che si augurava Manzoni per il suo romanzo) sono, quindi, autorizzati a pensare e scrivere su qualsiasi mia esternazione: “HA ditt iss!”, come dire “Ne ha sparato un’altra delle sue!”.
Questo blog si attiva il 1° settembre 2009, ad un anno esatto dal mio pensionamento: un anno in cui, all’insegna del “visto che tu sei in pensione e non hai niente da fare”, mi è capitato di fare un po’ di tutto. Di questo parlerò in un altro articolo.
LUIGI VASSALLO

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Responses

  1. Saluto con piacere l’apertura di questo nuovo blog e mi auguro di poter ascoltare ancora le parole che “dice iss” perché mi pare che si tratti di uno che “è” perché è sempre stato capace di “essere”, anche nel “fare”. Io sono ancora nella dimensione del “fare” e, siccome sono una donna, tale condizione è quasi senza soluzione di continuità. Mi chiedo tuttavia se nel “fare” non si riversi sempre il nostro essere, sebbene sia vero che noi siamo sempre qualcosa di più delle nostre azioni, belle o brutte che siano. E mi pare che una relazione autentica implichi proprio la capacità di ascoltare e di vedere oltre, fino a cogliere un barlume almeno di quello che l’altro è. In proposito ritengo vero quanto viene detto all’inizio del Post del 31 Agosto. Pochi leggono e sono interessati ad ascoltare. Io sono nuova su FB e dopo l’iniziale entusiasmo mi sono resa conto di questo rischio della rete. In qualche caso avverto come un desiderio di stupire con la quantità e le notizie più strane. Quando apro la home mi sento disorientata dalla miriade di pubblicazioni ed esternazioni che affollano la pagina. Una scrittrice di romanzi gialli ambientati nel mondo latino alla quale, in un momento di euforia di neofita, ho chiesto l’amicizia, mi invia di tutto e in quantità insostenibile. D’altro canto in questa vera e propria “sbornia dell’informazione” leggo una grande voglia di esprimersi che mi intenerisce e mi avvicina agli esseri umani, anche se non leggo tutto altrimenti perderei proprio la testa. Cerco di orientarmi e, come è sempre necessario, di scegliere. E così, in definitiva mi ritrovo sempre nel posto giusto, come ora e come quasi sempre, grazie a Dio, mi è capitato nella vita. Perciò sarò di certo uno degli almeno “venticinque lettori”. Auguri!

    • Forse è giusto dire che “essere” comporta anche aspetti di “fare”. E’ vero, però, che “fare” può avere diversi valori: c’è un “fare” che esprime il sapere tecnico (saper fare bene le cose, senza preoccuparsi delle conseguenze di questo sapere), c’è un “fare” che esprime la capacità di eseguire (saper essere “funzionario” del sistema, senza porsi il problema del perché ma badando solo alla correttezza delle procedure), c’è un “fare” che vuol dire agire secondo fini fatti propri: in questo “fare” si può esprimere l’essere se stessi. Grazie per gli auguri. Insieme con tutti quelli che ne avranno voglia tenterò di costruire un piccolo spazio di confronto e discussione.

      • Al di là di qualsiasi elucubrazione, stasera, nella malinconia di un’afosa serata settembrina, mi sento di ribadire che il nostro essere si manifesta nel nostro fare. Un “fare” che è “essere pieno” se è sorretto da generoso amore.

  2. a parte la questione della poca disponibilità alla lettura tipica di noi italiani, (non sarà anche questo l’effetto di un modo di fare scuola in cui la lettura dei testi in classe, presente nelle scuole almeno fino agli anni sessanta, – io ricordo emozionanti letture integrali in classe di opere da Pinocchio alle varie poesie, dall’Iliade all’Odissea ai Promessi Sposi o a Dante e altro – a opera di insegnanti che per primi avevano il gusto della lettura e sapevano comunicarlo, è stata sostituita da “elucubrazioni” sempre più estese dei critici sulle varie opere, come se si potesse conoscere e apprezzare una sinfonia di Beethoven o un notturno di Chopin sentendone parlare, invece di ascoltarlo!, magari anche senza saperne molto?) basterebbero, per dare senso a un blog, molto meno delle 25 persone di manzoniana memoria, se sono vere le teorie esposte da Albert-Laszlo Barabasi nel suo interessante libro “Link” secodo cui solo sei link possono connettere tra loro sei miliardi di nodi o di persone! e allora, se non abbiamo preoccupazioni di consenso politico o di marketing o di e-coomerce, lasciamo perdere la domanda se si scrive per bisogno di scrivere, di esprimersi, o per altro!
    Io per esempio scrivo nel mio blog per pigrizia, perché si fa prima con un blog che a scrivere un saggio! non bisogna, tra l’altro, neppure attraversare le forche caudine delle esigenze dell’industria editoriale! L’importante è che abbiamo qualcosa da dire! anzi importante sarebbe oggi che si moltiplicassero i partecipanti alla costruzione di un “sapere collettivo”, di una intelligenza collettiva, che la rete rende possibile! e vedere cosa succede! che bello sarebbe se ognuno scoprisse di avere qualcosa da dire! e trovasse il mezzo di dirlo, invece di lasciare che solo pochi parlino e incantino il gregge! oggi questo è possibile! e allora via anche a te Luigi: “ha ditt iss”!

    • E allora riprendiamoci la “rete”, come una volta (era letteralmente il secolo scorso) abbiamo cercato di riprenderci la città anche di sera per sconfiggere la paura dei “fascisti” e dei violentatori o come abbiamo cercato di riprenderci la parola, non solo nelle università ma anche nella Chiesa, finendo con lo scoprire che per parlare bisogna avere qualcosa da dire e per averla bisogna nutrire la propria mente (e il proprio cuore) con i pensieri scritti o diffusi da altri.

  3. eh, il quadratino in cui scrivo recita”la tua risposta”, ma tu ,luigi, lasci senza parole!:-)
    della napoletanità hai indubbiamente ereditato la natura vulcanica, mi pare, e pensare che ti limiti ad “essere”mette proprio male.
    infatti, tanto per non esser troppo contemplativo, eccoti con un blog..forse ha davvero ragione pina quando afferma che fare ed essere si fondono in un unicum, magari in proporzioni diverse, a seconda dei momenti.
    a proposito di f.b. mi rattrista un po’ una cosa:mi pare che solo quelli della nostra generazione siano animati da preoccupazioni ed ansie sociali, civili, insomma politiche.
    anch’io, ed è un aspetto del mio carattere, lo so, talvolta mi diverto a fare i giochini che facebook propone, ma poi accade che leggo un qualcosa che mi turba e purtroppo ce ne sono tante di cose orrende, ogni giorno, che quasi mi viene un moto di rabbia verso me stessa, per il fatto di essere lì a far l’imbecille.
    noto con dispiacere, dicevo, che pero’ solo “my generation” si dà da fare per divulgare e condividere notizie che definire allarmanti è eufemistico.
    i ragazzi, purtroppo, no.
    questo mi rattrista, mi colpisce amaramente e mi preoccupa.
    non uno dei ragazzi che ho tra i conosciuti mai e poi mai ha condiviso o divulgato una notizia, un commento, un fatto che esulasse dall’oroscopo del giorno aut similia.
    neppure quando si parla di scuola, neppure quando si parla dei costi dell’istruzione..mai e poi mai…che “abbiano già vinto loro”? che già si siano appropriati dei loro cervelli?
    che la rete, che in effetti trasmette mille imput ma non approfondisce nulla sia, così, già stata manipolata a dovere per annientare lo spirito critico, per chiudere ai ragazzi occh ed orecchi, prima ancora che li potessero aprire?
    maresa

    • A noi, che anagraficamente non siamo più giovani ma ne abbiamo ancora lo spirito e forse le energie, tocca continuare la staffetta con la fiaccola del pensiero critico. A volte sembra anche a me che a chi è giovane anagraficamente non gliene freghi niente, ma poi mi viene in mente che nel 1966 io e i miei compagni di scuola “facevamo ancora gli scemi” e in questo esaurivamo la nostra voglia di vivere da giovani. Due anni dopo siamo stati lì lì per cambiare il mondo. Non ci siamo riusciti, ma gli adulti di allora hanno dovuto prenderci sul serio e si sono dati da fare per eliminarci, alcuni spingendoli al delitto, altri comprandoli con le loro lusignhe, altri ancora lasciandoli continuare a parlare a vuoto. Eppure quelle parole a vuoto ogni tanto, come un fiume carsico, riaffiorano. Non possiamo escludere che questi giovani un giorno o l’altro si mettano a far paura agli adulti. Nel frattempo continuiamo a portare la fiaccola che prima o poi ci toglieranno di mano.


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